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Visualizzazione dei post da giugno, 2013

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Brandelli di un mondo bizzarro non è un diario in ordine cronologico da sorbirsi dall’ultimo post. È un archivio di scene, satira e ragionamenti. Parti da dove ti interessa:

Tutti i post in ordine di data restano disponibili sotto. Meglio entrare da una porta, però.

Pasticcini e betulle - Suzhou, Cina

Il plico di scartoffie

Per placare la periodica crisi di astinenza da zuccheri di L invece del gelato oggi ho deciso di comprargli una fettina di millefoglie. Vado in una pasticceria fighetta al piano interrato di un bel centro commerciale e ordino la pasta. Invece di servirmi un ragazzetto munito di cappello da chef scribacchia qualcosa su una ricevuta. Questo in realtà è un termine non del tutto appropriato in quanto la cedola funziona da ricevuta soltanto alla fine di una procedura che potrebbe aver senso se stai acquistando un quintale di cemento, una cassa di candele per automobili o anche, visto che siamo in tema, un sacco da venti chili di vaniglia per la tua pasticceria. Ma non certo per un singolo pasticcino. Dopo aver ritirato il documento compilato in triplice copia multicolore bisogna infatti recarsi a una cassa centralizzata che serve tutti i negozi di quel settore del centro, pagare, ricevere due dei tagliandi contrassegnati da una stampante collegata alla cassa nonché un'ulteriore ricevuta, tornare alla pasticceria dove l'addetto ritirerà uno dei due tagliandi, ti consegnerà il terzo, l'addizionale ricevuta e il pasticcino. Che per essere sicuro di battere ogni record di consumi inutili per grammo di merce venduta ha inserito prima in una bustina di plastica e poi in un sacchetto…di carta. Svolgendo una stima veloce ritengo che debba essere stato necessario abbattere una quindicina di betulle per fornire a questo intricato iter burocratico la materia prima necessaria. Carta che ovviamente la maggior parte della gente infila nel primo cestino disponibile che trova.

L'aggravante è che non si tratta di un semplice vezzo dei dirigenti di questo centro commerciale ma funziona così in molti altri complessi, grandi magazzini e food court. Ti devi comprare un rossetto? Vuoi mangiare una minestrina al volo? Ti serve un barattolo di miele? Devi portare a spasso il plico di carta, fermarti a tutte le stazioni di questa via crucis fino a quando lo depositi su un cumulo di spazzatura. 

Speriamo almeno che riciclino. Beh, in realtà, considerando che...vabbè…sì speriamo…

Altre foto qui sotto:

La stampante per scartoffie
Una delle casse centralizzate
Il povero pasticcere, con tanto di cappello da chef, ridotto a misero burocrate da ufficetto...

Ma davvero mangiate il riso anche voi??? - Suzhou, Cina

I "pacchetti" di riso cinesi

Vado a comprare dei gelati al negozietto di alimentari vicino a casa. Se a L non viene somministrata la sua razione quotidiana di veleno zuccherato va a finire che si intristisce fino alla sera successiva. 

Passo di fianco all'angolo del riso e mi ricordo che l'abbiamo finito con l'ultimo risotto ai porri e salsiccia(*). Non ci sono i prezzi. Chiedo quanto costano i pacchi piccoli(**), ne prendo uno e lo trascino fino alla cassa. La ragazza ci mette un po' ad attivarsi, mi guarda strabiliata e quando finalmente si decide a scannerizzare il codice a barre esclama: 

"Ma...davvero mangi il riso PURE tu???"
" E certo che mangio il riso pure io, perché?"
"Io credevo..." poi mette le dita sopra una tavola immaginaria e le porta alla bocca per mimare l'azione "...che VOI mangiaste soltanto pane!"

Ma pensa un po': se parli a un cinese in cinese come se fossi un cinese non fa una piega, dandolo per scontato. Se invece scopre che anche tu mangi il riso ti guarda come se fossi Yuri Gagarin appena sbarcato dallo Sputnik. 

Proprio a me poi, che vengo dalla pianura padana, terra di risaie, mondine e risotti. Questi cinesi sono veramente degli assi a sorprendere te quando vengono sorpresi da te.

(*) Ho letto in vari siti web di cucina italiana che le varietà asiatiche di riso non sarebbero adatte per il risotto. Sebbene in tale affermazione ci sia qualcosa di vero si tratta tutto sommato di una generalizzazione assai imprecisa. Il tipi thailandesi (jasmine per esempio) o indiani (basmati), dai chicchi lunghi e sottili, vanno decisamente evitati. Parti per fare il risotto e ti ritrovi a versarti sul piatto una specie di polenta che rapprende alla velocità della colla Attak. Ma quelli giapponesi o cinesi - dai grani corti e tozzi - hanno poco da invidiare all'arborio, sia come tenuta di cottura che come consistenza e sapore.

(**) I pacchi cinesi piccoli pesano 2,5 kg. Portandone uno a mano dal negozio all'appartamento la spalla mi esce dalla sede di media tre volte. I cinesi preferiscono però acquistare quelli grandi, da 5 kg in su, e per andare a fare la spesa invece di utilizzare i sacchetti o i carrellini noleggiano dei potenti muletti industriali.

L'idea meno artistica per promuovere l'arte (con foto) - Shanghai, Cina

L'ex centrale elettrica convertita in museo

Grazie allo strabiliante sistema ferroviario ad alta velocità che la Cina ha messo in piedi in una manciata d'anni Shanghai dista da Suzhou meno di mezzora in treno. La prima volta che coprii la tratta, nel 2005, il carro bestiame che mi ci portò ci mise quasi il doppio, e l'atmosfera era molto più pittoresca. La meta della nostra gitarella odierna è il museo d'arte contemporanea "Power Station of Art",  che fino al 28 luglio ospita la mostra "15 minutes Eternal", interamente dedicata a Andy Warhol.

La Power Station of Art, come dice il nome, è una vera e propria centrale elettrica dismessa e convertita in maniera davvero interessante in un museo d'arte contemporanea. Una struttura molto intrigante, un progetto realizzato molto bene. Una di quelle opere che ormai si mettono i piedi (in tempi brevi) solo in Cina, l'unico paese che può permettersi investimenti ingenti quasi a fondo perduto, per pure ragioni di prestigio o strategia. Potete osservare alcuni particolari nelle foto che pubblico qui sotto. Non ne troverete però delle opere: sono infatti uno dei pochi tontoloni che ha rispettato il divieto di farle.

Oltre alla sede dell'evento mi è piaciuta, ovviamente, anche l'esibizione stessa.
La cosa che più mi ha sorpreso però è il prezzo dell'ingresso: 20 RMB, equivalenti a due euro e mezzo! E sto parlando dei biglietti interi, non di quelli scontati per gli anziani o gli studenti. Sebbene la mostra sia iniziata già da un mese e mezzo e questa con tutta probabilità non sia la regione del pianeta in cui la fama dell'artista americano tocca il suo apice l'affluenza è consistente e la gente è molto interessata. In giro per l'Asia si può tranquillamente arrivare a pagare cinque volte tanto per visitare attrazioni di valore notevolmente inferiore, posto che siano di alcun valore.

Il prezzo è talmente basso che anche avendo in tasca una di quelle tessera da studente o giornalista che si possono comprare con quattro spicci a Khaosan Road - ovviamente false - uno non sarebbe comunque propenso a utilizzarla. 

In occidente si parla tanto di promuovere l'arte, vengono avanzate proposte bizzarre, si muovono critiche generiche a enti astratti. I cinesi, come si sa, sono dei gran materialisti, e hanno optato per l'uovo di colombo, la soluzione più banale, meno originale e perciò paradossalmente meno artistica che c'era: fissare un prezzo basso. Molto basso.
Certo, ci sarà chi dirà che da noi non è possibile farlo dal momento che qui, perché là, siccome giù, visto che su...Insomma, che non è assolutamente una via percorribile.

E forse ha ragione.
Forse è proprio una soluzione impraticabile.
Forse.
Di sicuro però funziona.


Anche i cinesi hanno la Biennale/0 
Anche i cinesi hanno la biennale/1
L'androne/0
La piccola Alice e le mucche di Warhol
Alice nell'area riservata ai bimbi
L'androne/1
L'androne/2 
Macchinario della centrale elettrica
Un po' di storia

Funzione esponenziale panico - Shanghai, Cina

La mia borsa, la chitarra e Luce, il chihuahua lecca-orecchie

Eccomi all'ennesima scansione dei bagagli ai raggi X. Sono in viaggio da Guanzhou a Suzhou lungo il seguente itinerario: metropolitana fino all'aeroporto Baiyun, volo per Shanghai-Hongqiao, metropolitana fino alla stazione di Honqiao e da lì il treno per Suzhou-Yuanqu, il cosiddetto Sip (Suzhou Industrial Park), una zona mista residenziale, industriale e universitaria, dove vivono sia L, che lavora in una cittadina nei dintorni, e D, che insegna matematica proprio qui.

Questa scansione dovrebbe essere l'ultima, visto che oltre il controllo c'è il binario da cui parte il treno per Suzhou. Non ricordo attraverso quanti di questi punti sono già passato. In qualsiasi altro paese, considerando che ho preso un solo volo, sarebbero non più di due, ma in Cina la paranoia delle autorità e la loro passione per questo tipo di tecnologia invita a moltiplicare la suddetta cifra per un coefficiente che oscilla tra l'1,5 e il 2,5. Facciamo 2: quattro controlli è quindi un dato attendibile, che per un volo e un paio di tratte in metropolitana non è per niente male. 

Quattro di questi procedimenti in poche ore e un numero consistente di borse al seguito mettono a dura prova la mia sbadataggine, che riesco a controllare soltanto con gli automatismi acquisiti in tanti anni di vita nomadica, durante i quali ho imparato a considerare gli articoli del mio bagaglio come i miei unici possedimenti. Mi porto appresso uno zaino dove tengo abiti e frattaglie varie (dopo anni di sfacchinate ho capito che le rotelle sono utili, ma siccome i trolley tradizionali, così come i bagagli rigidi, mi fanno ribrezzo ne ho comprato uno ibrido, morbido e con gli spallacci), una borsa a tracolla dove tengo computer, gadget elettronici e altri oggetti personali non troppo importanti, una chitarra acustica in custodia morbida che non ho ancora imparato a suonare e una money-belt indossata a tracolla, in cui tengo passaporto, carte bancarie e altri documenti importanti che per comodità e sicurezza non metto in tasca.

Saluto il personale di controllo con un nihao e un sorriso, entrambi non corrisposti, poggio lo zaino scorrevole, mi sfilo la chitarra, poi la money belt e quindi la borsa a traco...DOVE CAZZO E' LA BORSA A TRACOLLA?

Panico. Quello che ti assale quando sei rilassato e aspetti soltanto la dolce conclusione dell'attività che stai svolgendo, l'abbraccio con l'amico, il sorriso di benvenuto, le leccate del cagnetto sulle orecchie, la doccia calda e il letto morbido. Quella forma di panico che non arriva al suo picco con uno scalino immediato ma cresce assieme al tuo battito cardiaco seguendo un andamento esponenziale. 

Maledetta sbadataggine. Se non la trovo sono cazzi. L'unico motivo di consolazione è che se perdevo la money-belt era ancora peggio. Non un granché come consolazione, visto che dei quattro componenti della mia casa ambulante questo per importanza è il secondo: oltre al computer, il lettore e-book e la macchina fotografica ci sono infatti le macchinette per la creazione dei codici di sicurezza per l'online banking, la carta di identità italiana, medicinali e altre tessere.

Comincio a fare casino e faccio un po' fatica a controllare la goffaggine (che fa rima con sbadataggine, i miei difetti infatti sono scritti sui miei cromosomi in versi): la chitarra è già passata oltre, cerco di spiegare le mie intenzioni agli addetti che però non sanno l'inglese. Il poco cinese che ancora ricordo è in questo momento prigioniero della confusione che governa tutto ciò che provo a fare o pensare. Allora lascio lo zaino incustodito, poggio la money-belt e il telefono sull'apposito cestino, mi faccio perquisire come se volessi andare a prendere il treno, raccolgo la chitarra e ripercorro il percorso a ritroso, sotto lo sguardo sconcertato di tutti.

Cammino velocemente: ma quanto lungo è l'androne di questa stazione? I cinesi tendono sempre a costruire strutture enormi, sproporzionate, spropositate. Mi ricordo di averci già pensato alcuni minuti fa ma era una seccatura dal timbro totalmente diverso, più spensierata, meno abrasiva. 

E' impossibile che me l'abbiano rubata, ma non ricordo assolutamente dove l'ho abbandonata. Provo alla biglietteria, dove ricordo di aver poggiato lo zaino: la signora è sinceramente sorpresa e preoccupata ma non ne sa nulla. Allora continuo a seguire le mie orme dell'andata e arrivo all'imbocco della metropolitana, dove non capiscono di che parlo e mi mandano alla biglietteria. Un cinese che parla inglese invece di aiutarmi mi consiglia di fare rapporto alla polizia: ma quale polizia! Ora devo cercare la borsa, quella è l'ultima risorsa, da utilizzare solo in caso non la trovi. Devo averla lasciata in treno: se non è lì la faccenda si complica parecchio. Il bigliettaio fa una telefonata, sorride e mi dice di attendere. Sembra essere fiducioso e mi tranquillizza un po'. Dopo cinque minuti parla ancora al telefono, mi chiama e mi comunica che non l'hanno trovata. Oltre che deluso mi sento un po' tradito da quel suo sorriso: non aveva alcuna connotazione consolatoria o rassicurante, era solo uno dei passi di una gelida procedura burocratica. 

Torno alla biglietteria della stazione e parlo con un tizio che ha un tesserino appeso al collo e una ricetrasmittente. Quasi non mi ascolta e mi dice di andare a parlare con la polizia. Anche questo...

Non mi resta che prendere la metropolitana e tornare all'aeroporto. La prossima tappa è il controllo ai raggi X tra aeroporto e stazione della metro. Arrivo trafelato, esco facendo casino col biglietto, mi aiutano a passare senza inserirlo credendo probabilmente che abbia sbagliato linea, o forse soltanto perché non capiscono quel che dico e mi vedono la morte stampata in faccia. Spiego a gesti e la donnina che lavora al controllo sorride e allude a una borsa ritrovata. Dai cenni che fa si direbbe che si tratti di un marsupio, io spiego che dovrebbe essere a tracolla, lei sorride di nuovo e mi dice di aspettare. Arriva una poliziotta gentilissima, sorridente, che parla un ottimo inglese. Mi fa qualche domanda e va a parlare col responsabile. Poi torna e mi accompagna alla centrale di controllo dove...vedo la mia borsa poggiata a terra! Sospirone di sollievo che probabilmente si porta dietro la puzza della paura che scombussola i normali processi chimici del corpo. La poliziotta se ne va e uno dei controllori mi dice di aspettare, cosa alla quale mi sono ormai abituato. Dopo qualche minuto arriva il responsabile che gentilmente e in ottimo inglese mi invita a descrivere il contenuto della borsa e soddisfatto me la consegna. Mentre me ne vado mi salutano tutti; la poliziotta in particolare continua a sorridere. Che ragazza dolce e carina, se non fossi stato obnubilato dall'angoscia avrei anche potuto chiederle il numero di telefono. Beh, forse non sarebbe stata proprio un'ottima idea.

Grazie al casino che ho fatto col biglietto va a finire che torno alla stazione di Hongquiao senza pagare. Purtroppo ho perso il treno, che era l'ultimo per Yuanqu, mi tocca prenderne uno per la stazione centrale di Suzhou. Consegno il passaporto e i soldi, poi mi ricordo del biglietto non utilizzato e consegno pure quello, la signora mi getta indietro la banconota come se fosse radioattiva, mi cambia il biglietto e mi dà persino la differenza. 

Quando glielo racconto l'amico Itariajin, un italiano che vive qui da anni, mi confida che secondo lui "ho avuto molto culo". Lo credo anch'io, ovviamente. Soprattutto per aver lasciato la borsa nel posto pattugliato dalle persone più gentili, istruite e premurose a cui mi sono rivolto mentre la cercavo. 

Forse dovevo proprio chiederle il numero dopotutto. Ma no dai. Beh, magari però...