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I am "italiano"


Non sono mai stato nazionalista in vita mia. Campanilismo e tribalismo sono sentimenti che non solo mi sono estranei, ma mi turbano pure un po'. Identificarmi come italiano, però, mi dà sempre una soddisfazione particolare. Non è una questione di orgoglio, bensì di opportunità, di risorse, di patrimonio. Non si tratta di patriottismo, è "teoria dei giochi" pura e dura.
Ma vi rendere conto? Quando vi chiedono "Where are you from?" e voi rispondete "Italy", gli state scaricando addosso Roma, Venezia, Napoli, Firenze, Milano, Palermo. L'impero romano, la chiesa, il rinascimento. Poeti, musicisti, esploratori, filosofi, pittori, scultori, scienziati, registi, sportivi. Le Dolomiti, il lago di Garda, le Cinque Terre, la Costiera Amalfitana, la costa Smeralda, l'Etna. Il Colosseo, il Duomo di Milano, il ponte di Rialto, la Torre di Pisa, gli scavi di Pompei, i Trulli. Gli spaghetti, la pizza, le bruschette, il cappuccino. La Ferrari, Armani, Ferrero.
Non serve nemmeno che facciate l'elenco: "Italia" è l'etichetta su un pacco il cui contenuto conoscono tutti. È un colpo da KO, uno scacco matto, un'offensiva inarrestabile.
Poi lo sanno che magari hanno davanti uno stronzo. Però è uno stronzo italiano. Vuoi mettere?

P.S. A proposito, alla domanda "Where are you from?", anche se parlo piuttosto bene l'inglese, rispondo sempre "Italia!" o "Italiano!", in italiano appunto. E si comincia subito con una bella risata.

L'altra rivoluzione di Novak Djokovic, quella alimentare.


Abbondano le lodi a favore dell'ormai leggendario campione di tennis Novak Djokovic, sia per le numerose vittorie, sia per il coraggioso atto di rivolta portato avanti alcuni anni or sono, nell'arco di qualche settimana, contro l'imposizione del momento. Si può essere d'accordo o no sulle ragioni della sua condotta, ma che il tizio abbia le palle credo non lo possa negare nessuno. Non è questo comunque ciò di cui voglio parlare.

Si sorvola invece - inconsapevolmente, o più colpevolmente sapendo - sulla rivoluzione attuata per lunghi anni, non semplici settimane, da questo incredibile personaggio contro la strumentale e falsificante (nonché falsificata e quindi falsa) "tradizione" alimentare in vigore da decenni. Da quando cioè si è dato il via (negli USA, sì, proprio lì) alla distopica pratica dell'allevamento degli animali secondo i più gretti dettami della rivoluzione industriale, equiparandoli a prodotti artificiali da progettare, ingegnerizzare, contraffare, adulterare, assemblare, distribuire e consumare (consumare nel senso del consumismo, più che della nutrizione).

La ciliegina sulla cacca

La lagna brontolona sulle (cattive?) abitudini di noi italiani verte oggi su un argomento apparentemente più leggero dei precedenti, le cui implicazioni non sono però da sottovalutare.
Premetto che non vedo un gran premio nella sua interezza dal '56. Tuttavia, ogni volta che sento telecronisti o appassionati di F1 pronunciare Vettel con la F, Fettel, mi sembra di tornare ai tempi della scuola ed essere trafitto dallo stridio delle unghie di un compagno idiota che graffiano la lavagna.
E' il tipico esempio di smania per la spocchiosa puntigliosità a cui spesso gli italiani non riescono a resistere. Potrebbe essere scambiata per interesse per le lingue, per amore della precisione, per passione per la cultura generale, invece si tratta di una pulsione vanitosa e irritante che non trova alcun fondamento in una qualche competenza specifica. Infatti, dopo il cambio di consonante iniziale, il linguista da birra, divano e Sky TV non si chiede nemmeno se in tedesco la doppia t di Vettel vada pronunciata o meno. Chi se ne frega, l'importante è utilizzare la F al posto della V, come se si trattasse della parola d'ordine per essere ammessi ad un circolo di iniziati.

Celebriamo la grande impresa nazionale (hahaha) con un bel palindromo

Celebro la recente grande impresa che ha ristabilito l'onore e l'orgoglio nazionale (hahaha) riportando questa perla in tema di Marco Buratti:

"Era gennaio, vedevo il Giglio...il Giglio vede voi annegare"

E' una frase palindroma, ovvero la si legge allo stesso modo anche da destra a sinistra. Lo so, ci sono passato anch'io: non ci credete, non sembra nemmeno esserlo, non è possibile, è talmente bella che potrebbe essere una poesia. E allora fate la prova e poi restate lì con lo sguardo perso nel vuoto e il dito puntato sull'ultima (o prima) lettera, sbalorditi come me ogni volta che la rileggo, a chiedervi...ma come cazzo gli è venuta in mente???

(Marco Buratti, matematico, amico di un mio caro amico, anch'egli matematico, scrive un palindromo alla settimana per il Sole 24 Ore.)

Ah sì, capisco...cioè, aspetta...hmm...no, non ho capito nulla! - Filippine

Scritta su un muretto...chissà che significa...
C'è un programma alla tv filippina in cui una conduttrice bella e dalla lingua sciolta intervista delle studentesse a un qualche evento. Parla inglese come se fosse la sua lingua madre, l'accento è marcatamente americano, esageratamente americano forse.
Non c'è da sorprendersi, moltissimi filippini, specialmente quelli con un grado di istruzione elevato, parlano l'inglese così. In molti sostituiscono la f con la p, così che un caffè e una fotocopia diventano la stessa cosa, ma lo parlano comunque molto bene.
Torniamo al programma televisivo. Le studentesse rispondono alla prima domanda in inglese, con una certa disinvoltura. La conduttrice formula la seconda domanda e quell'accento comincia a far venire la nausea. Le ragazze a sorpresa rispondono in tagalog, la lingua nazionale, o meglio l'altra lingua nazionale, perché l'inglese, pur non essendolo dichiaratamente, è utilizzato ovunque: per gli annunci all'aeroporto, nei cartelloni pubblicitari e appunto in tv. 

Lingua franca/2 - Da Hua Hin a Koh Phayam, Thailandia

L'amico I regge sul polso una mini mantide religiosa a Koh Phayam
Oltre che nell'Europa di lingua tedesca l'italiano può funzionare come lingua franca anche nel S.E. asiatico. 
Siamo a Hua Hin, golfo del Siam, due o tre ore a sud di Bangkok. Ristorantino con terrazza sul mare, pesce sui piatti davanti a noi. Siamo a tavola con un gruppo di zurighesi, e come al solito almeno un paio di loro parlano italiano quasi perfettamente. Paese buffo la Svizzera: tutte quelle lingue ufficiali e nessuna che lo unifichi, i suoi abitanti costretti alle volte a parlare in inglese tra di loro. Mi intrigano, mi incuriosiscono, ma non mi sorprendono più. 
Poche ore più tardi, mentre aspettiamo la corriera per Ranong, un ragazzo mi chiede se so qualcosa a proposito del bus per Phuket, che è già parecchio in ritardo. Ha parlato in italiano correttamente, c'è un po' di rumore e non sono riuscito a concentrarmi sui dettagli dell'accento. Scopro quindi che è inglese, della Cornovaglia. Ha vissuto per vari mesi a Caserta e poi a Ravenna. Mi racconta che all'inizio parlava persino con un vago accento campano.

Lingua franca - Zurigo, Svizzera

Mio fratello vive a Zurigo da anni, il tedesco però non lo ha mai imparato bene. Sa dire qualcosa, fare qualche domanda, abbozzi di conversazioni, poco di più. I motivi sono molti: viaggia spesso all'estero e coi colleghi, anche in Svizzera, usa l'inglese. In Svizzera poi non si parla il tedesco "ufficiale" ma una specie di dialetto "montanaro", non facilmente comprensibile. C'è però anche un'altra ragione per cui non ha mai approfondito la conoscenza della lingua locale, ed è molto più sorprendente: dovunque vada, al ristorante, in un negozio, in un ufficio pubblico o per la strada, la probabilità di incontrare qualcuno che parli italiano è molto elevata. E non stiamo parlando dei ticinesi, gli abitanti del cantone di lingua italiana, svizzeri al 100% da generazioni, orgogliosissimi delle loro origini e a cui in alcuni casi gli italiani non stanno nemmeno troppo simpatici. Qui si tratta di veri e propri abitanti di Zurigo, gente della Svizzera tedesca. Bisogna ricordare che i grandi flussi migratori dall'Italia alla Svizzera risalgono al periodo 1945-75, principalmente dal nord fino al '60 e dal centro-sud nel periodo successivo. Chi a Zurigo oggi vi parla in italiano è quindi il figlio o il nipote di un immigrato, o spesso persino qualcuno nelle cui vene non scorre nemmeno una goccia di sangue italiano, gente che la nostra lingua l'ha imparata a scuola, con gli amici, in vacanza o per passione. 
Quando mio fratello mi raccontava queste cose io non mi rendevo conto dell'entità del fenomeno. Mi è capitato molte volte di incontrare dei discendenti di siciliani, marchigiani o veneti nati in Argentina, Brasile, Stati Uniti o Australia. Hanno il cognome italiano, magari persino il passaporto, ma di italiano sanno dire al massimo dieci parole. Non appena arrivato in Svizzera mi sono accorto che in quel paese la situazione è radicalmente diversa. 

Traduzione goffa

"Fare sesso" è una traduzione abbastanza goffa dell'inglese "to have sex", e fa pure piuttosto schifo. Non soltanto da un punto di vista fonetico, anche se questo sarebbe già un motivo sufficiente per invalidare l'espressione. È la differenza stessa tra il significato dei due verbi a rovinare l'atmosfera: in un caso si fa, si agisce, ci si concentra sul lato meccanico dell'atto. Nell'altro si ha, si possiede in quanto si riceve, e siccome la cosa è reciproca ne consegue che qualcosa anche si dà. Non c'è paragone. Eppure i traduttori italiani la utilizzano spessissimo.
Ma sei ossessionato dal linguaggio anche nelle questioni di sesso? Starete pensando. Certo! La poesia, una delle più elevate espressioni dell'animo romantico, è in gran parte linguaggio. Se ne parli male non puoi che viverlo male. Se proprio di amore non si tratta e si vuole essere meno formali di un testo di medicina o psicologia allora preferisco utilizzare quei verbacci che hanno come radici scope, chiavi e trombe. Saranno anche volgari e vagamente maschilisti (tutti simboli più o meno fallici, non si parla mai di guaine, fodere o custodie) ma suonano più diretti, meno asettici, decisamente più sinceri. 
D'altra parte, come lessi una volta in un libro di un autore cubano, il sesso è bagnato, e non ha un buon odore. Perché quindi fare tanto gli schizzinosi quando se ne parla?

Immagine: copertina del libro in cui ho letto quella frase (non do garanzie sull'accuratezza della citazione)

La scusa

Ogni malesiano sa parlare il malese, la lingua nazionale, avendolo imparato a scuola. Una buona fetta della popolazione conosce anche l'inglese, senza necessariamente aver visitato un paese anglofono. Molti si esprimono in maniera impeccabile, altri magari fanno qualche errore di grammatica e ortografia ma comunicano comunque in maniera scorrevole e hanno buone capacità di comprensione. Inoltre a seconda del gruppo etnico a cui appartengono tanti conoscono il mandarino, il cantonese o l'hokkien senza aver mai viaggiato in Cina, l'hindi, l'urdu, il tamil e il malayalam, senza magari aver mai messo piede in India. A Malacca c'è persino una comunità i cui membri parlano il portoghese, senza ovviamente essere mai sbarcati in Portogallo o in una qualche sua ex-colonia.
Gli italiani invece in genere parlano l'italiano e...basta. Magari pure maluccio. Chi ha imparato qualche lingua straniera l'ha fatto andando all'estero, con il programma Erasmus oppure lavorando in qualche ristorante di Londra, New York o Sydney, su iniziativa personale e a proprie spese. Le ore di inglese a scuola sono servite a ben poco.
Di certo non si può paragonare l'Italia a paesi come la Malesia, dalla storia e composizione sociale completamente differente. Forse però qualcosa in più lo si poteva - e si potrebbe ancora - fare. Ai tempi in cui abitavo in Cina ne avevo già parlato qui.
Una delle scuse campate più spesso per mantenere lo status quo è quella della difesa della lingua nazionale. Difesa...da quale pericolo poi? Dalla scarsa qualità del linguaggio spiattellato da gran parte dei programmi TV? O contro l'impoverimento del vocabolario utilizzato quotidianamente in casa, al lavoro e a scuola? Dall'abitudine dilagante dell'utilizzo della grafia contratta da SMS - anche quando non si scrivono messaggi al telefono - con la scomparsa improvvisa e prematura delle vocali e del maiuscolo? Proprio per niente, ciò da cui ha bisogno di essere difesa la nostra lingua è la fantomatica ma potenzialmente letale invasione dell'inglese.
Un falso orgoglio che i comuni cittadini sbandierano per camuffare l'imbarazzo causato dall'ignoranza e la pigrizia che li assale al solo pensiero di mettersi a imparare una nuova lingua. Orgoglio a cui invece chi ci governa ricorre per nascondere la carenza di talento, creatività, intraprendenza e idee, e soprattutto per poter continuare a dedicarsi al proprio passatempo preferito - la lotta per il potere e l'accumulo di denaro e privilegi - senza ulteriori inutili seccature. 
E se i film sono tutti doppiati e Robert De Niro continua a parlare italiano, magari con la stessa voce di Al Pacino, chi se ne frega. Non sarà una soluzione ottimale, non saremo in grado di goderci appieno la performance dell'artista, ma almeno riusciremo a seguire la trama. E quei fanatici che fossero interessati alla versione in lingua originale possono sempre guardarselo in DVD. O altrimenti provare a leggere il labiale...

L'italiano sfregiato/3 - Varie

Foto "Spaghetti indigesti" di Nardino (CC)
Una raccolta di errori ed equivoci molto diffusi

E anche per il terzo capitolo vi rimando alla sezione in inglese. Credo si capisca perché non l'ho tradotto in italiano.

L'italiano sfregiato/2 - Capitolo caffè

Caffè a Kuala Lumpur, di Fabio
Una raccolta di errori ed equivoci molto diffusi.

Anche questo post leggetelo nella sezione in inglese. Capirete perché non l'ho tradotto in italiano.

"L'italiano sfregiato/1 - capitolo cibo" invece lo trovate qui.

L'italiano sfregiato/1 - Capitolo cibo

Foto di un ristorante italiano a Kuala Lumpur, Malesia. Di Fabio
Una raccolta di errori ed equivoci molto diffusi

Questo post leggetelo nella sezione in inglese. Capirete immediatamente perché non l'ho tradotto in italiano.

Sperimentare - Kuala Lumpur, Malesia

Il livello dell'inglese in Malesia è ottimo. Malese, cantonese, mandarino e tamil devono dare spesso la precedenza all'inglese. Ma c'è una tentazione a cui i malesiani non resistono: l'uso sfrenato di buffi formalismi. L'espressione "sperimentare" è una delle più abusate. Le specialità di un ristorante non si assaggiano né mangiano, si preferisce piuttosto sperimentarle. Un frullato non si beve, ma se ne prova l'esperienza. Stessa cosa per l'aria pulita in corriera, che non ci si può certo limitare a respirare. I malesiani sperimentano, sono degli empiristi: se Galileo fosse ancora vivo verrebbe da queste parti e lancerebbe i suoi pesi dalle torri Petronas.

Ritratto di Galileo Galilei, di Leoni (P.D.)

Inglese in Cina - Kunming, Cina

Mi sto dedicando ad uno dei miei passatempi preferiti.
Sono seduto ad un tavolo di un localino francese. Una tazza di caffè dello Yunnan e qualcosa da mangiucchiare davanti a me. Le mani su di un libro, il diario o il computer. In questi ultimi tempi il tardo pomeriggio scorre spesso a questo modo verso la fresca sera di Kunming. Non durerà per sempre, ma finché dura non mi posso lamentare.
Attorno ad uno dei tavoli vicino al mio c’è un gruppo di giovani cinesi. Alcuni fumano, altri si abbracciano, una coppia si apparta in un angolo un po’ lontano per sussurrare qualcosa che gli amici non devono sentire.
Tre ragazze si voltano spesso per rivolgermi un’occhiata incuriosita. Sono stato in Cina abbastanza a lungo da imparare a non sentirmi troppo lusingato per questo genere di attenzioni.

E’ passata un’ora da quando sto qui, e i ragazzi sono sempre allo stesso tavolo.
Le tre ragazze che mi osservano si riuniscono e parlottano per un po’. Seguo la scena con la coda dell’occhio. Ad un certo punto una di loro si fa coraggio e si avvicina al mio tavolo. Mi chiede di dove sono. Mi spiega che la sua insegnante di inglese le consiglia spesso di fare pratica con degli stranieri, e che vorrebbe chiacchierare un po’ con me. In meno di un minuto le sue amiche l’hanno raggiunta e mi rivolgono dei sorrisi un po’ imbarazzati. Io le invito a sedersi.

Hanno tutte meno di vent’anni, frequentano le scuole superiori e non sono mai state all’estero. Una di loro continua a strofinarsi le mani e mi confida di essere molto nervosa. E’ solo la seconda volta che parla con un occidentale. Per le sue due amiche è invece la prima in assoluto.
Questo genere di incontri, che mi capitano spesso, in Cina ma anche in altri paesi dell’area, non finiscono mai di stupirmi e farmi riflettere. L’inglese di queste ragazze, considerata la loro età e le altre condizioni al contorno, è di livello sorprendentemente elevato. Fanno qualche errore di grammatica, ma utilizzano delle forme e delle strutture piuttosto complesse. Il loro vocabolario è molto ampio e la loro pronuncia è spesso accurata e piacevole da ascoltare.
Non frequentano una scuola internazionale o privata e non vanno a lezioni di ripetizione.

Non si può certo affermare che in questo paese il livello della conoscenza dell’inglese, considerando la totalità dell’enorme popolazione, sia ottimo. Anzi tutt’altro. La maggioranza della popolazione delle aree rurali e in generale quella al di sopra dei trent’anni l’inglese non lo parla affatto.
Ma tra le generazioni giovani e giovanissime, in particolar modo quelle delle città medie e grandi, il livello è soddisfacente e in continua crescita.
Ogni scuola (statale) assume degli insegnanti madrelingua che affiancano quelli cinesi durante le lezioni dedicate alla conversazione. E ovviamente le famiglie più abbienti mandano i loro figli a seguire lezioni private presso scuole di lingua.
Ogni settimana la TV (pubblica) trasmette qualche film straniero in lingua originale con i sottotitoli in cinese.
E le bacheche dei caffè e delle università abbondano di inserzioni per la ricerca di partner per scambio linguistico.

Nonostante le reali difficoltà che il visitatore straniero incontra quando cerca di comunicare con la popolazione locale, è evidente la grande importanza che le istituzioni e la società cinesi danno all’apprendimento dell’inglese.
E i giovani cinesi delle classi medie sono consapevoli delle opportunità che si affacciano all’orizzonte di chi parla l’inglese in maniera soddisfacente.

In Italia chi parla bene l’inglese lo ha imparato quasi sempre all’estero, a proprie spese e seguendo una strategia elaborata autonomamente. Pochi aiuti vengono dati agli studenti che vogliono imparare seriamente una lingua straniera.

Lo strumento più importante degli ultimi 15-20 anni è stato sicuramente l’Erasmus, o qualche altro programma simile. Alcuni studenti universitari, selezionati tra quelli che fanno apposita domanda, possono frequentare un semestre o un anno accademico presso un’università straniera. Una parte delle spese viene rimborsata e gli esami sostenuti all’estero vengono generalmente riconosciuti una volta ritornati in sede. Va sottolineato che questo programma è frutto di accordi stipulati in sede comunitaria e non di un’iniziativa del governo italiano.

Non tutti durante l’Erasmus imparano la lingua inglese, di certo non chi va a studiare in Francia o in Spagna. Ma soprattutto non tutti possono avere accesso al programma.
Gli altri devono accontentarsi di lezioni di letteratura inglese alle scuole superiori, tenute spesso in lingua italiana. O di un poco utile corso in un’aula universitaria affollata, in cui si impara a malapena qualche termine e un po’ di grammatica. Senza la minima possibilità di apprendere ciò che più conta. Gli strumenti più importanti della comunicazione: la comprensione e la scorrevolezza nella lingua parlata.
Chi vuole andare oltre questa inutile perdita di tempo impara l’inglese vivendo in qualche angusto appartamentino londinese. Guadagnandosi il soldi per pagare il costosissimo affitto friggendo patatine al Mc Donald’s o lavando i piatti in un ristorante italiano.

Ci sarebbero altre possibilità. Il governo australiano ad esempio offre l’opportunità ai cittadini di alcuni paesi di ottenere visti vacanza-lavoro di un anno. Essendo questo programma frutto di accordi bilaterali tra l’Australia e ognuno degli altri paesi coinvolti, il numero dei visti rilasciati ogni anno è variabile e dipende tra le altre cose dalle opportunità offerte in cambio ai cittadini australiani. Il governo italiano per anni non ha dato grande importanza a questa relazione e il governo australiano ha riservato spesso un numero limitato di posti ai cittadini del nostro paese, sospendendo pure il programma di collaborazione con l’Italia per lunghi periodi.

Di certo non tutte le soluzioni adottate da altri stati per agevolare l’apprendimento dell’inglese possono essere applicate in Italia. Difficilmente il Ministero dell’istruzione potrà promuovere l’assunzione di insegnanti madrelingua da collocare nelle nostre scuole pubbliche. E si può soltanto immaginare l’insurrezione popolare che si avrebbe in caso i film stranieri venissero trasmessi in lingua originale con i sottotitoli in inglese.
Ma sicuramente un gruppo che si sedesse attorno ad un tavolo con l’intenzione seria di migliorare la situazione potrebbe proporre qualche soluzione a basso costo e senza impatti sociali particolarmente negativi.

Qualche suggerimento. Un programma rivolto a volontari madrelingua - che vogliono imparare l’italiano e vivere un’esperienza in Italia - che potrebbero lavorare per qualche ora alla settimana nelle scuole pubbliche italiane.
Uno o due film alla settimana in lingua originale, con i sottotitoli in italiano, se non in inglese. Magari non in prima serata, ma in seconda o terza. O anche di pomeriggio.
E poi dei programmi per l’agevolazione degli scambi linguistici.

Insomma gli strumenti non mancano. Quel che manca è l’impegno serio delle istituzioni e delle varie componenti sociali.
E c’è forse qualcosa di ancor più grave. La mancata consapevolezza che senza saper parlare l’inglese i nostri giovani si troveranno sempre più in una posizione di svantaggio competitivo. E il timore infondato che la diffusione della conoscenza dell’inglese possa avere qualche effetto negativo sul patrimonio culturale italiano. Come se tale patrimonio non fosse invece già messo a repentaglio da altre, più pericolose, minacce endemiche.

Le mie tre amiche si sono scrollate di dosso imbarazzo ed emozione.
Mi chiedono di dare ad ognuna di loro un nome italiano. Facendo riferimento al loro nome cinese o a quello inglese (che spesso utilizzano quando hanno a che fare con gli stranieri), le chiamo Caterina, Monica e Giovanna.
Durante la conversazione rivelo loro qualcosa che le sbalordisce. Confesso che quando avevo la loro età il mio inglese era molto peggio del loro. Così come quello della quasi totalità dei teenagers italiani.
Non ci credono. Esclamano sbalordite: “Ma come, non è possibile, in Italia?”.
Già, in Italia. Da culla della mafia a modello da imitare. Da archetipo del malgoverno a esempio di stile. Penso alle idee completamente diverse che la gente nel mondo si fa del nostro paese, e mi scappa un sorriso.
La moda, le auto sportive, la cucina di casa nostra e i successi del calcio tengono alta la bandiera. Perlomeno la buona reputazione che godiamo da queste parti (pur non essendo sempre giustificata), ha saputo finora resistere all'effetto dei mali tipici italiani. Ma per quanto potrà ancora durare?

Kunming - Cina, 1 marzo 2007

Incontro Jennifer (nome inglese, quindi falso, quello vero, cinese non lo ricordo) al Prague café. Ho letto il suo annuncio in una bacheca alcune settimane fa.
Cercava un insegnante di spagnolo o qualcuno con cui fare scambio linguistico.
L’ho chiamata, mi ha risposto che l’insegnante l’ha già trovato, uno spagnolo che è arrivato in città da poco.
Per alcuni giorni abbiamo continuato a scambiarci qualche SMS e poi abbiamo deciso di incontrarci per un caffè ed una chiacchierata. Ed eccoci qua.
Parliamo inglese, di spagnolo conosce soltanto poche parole.
“Perché ti interessa studiare lo spagnolo?”.
E’ l’ovvia domanda con cui rompo il ghiaccio.
Perché le piace la Spagna, un giorno vuole visitarla, magari trovare un lavoro, viverci.
“E poi lo spagnolo lo puoi usare in molti altri posti”.
E’ abbastanza ferrata in geografia e per un po’ ci intratteniamo con una interessante conversazione sul sud America, che probabilmente non si riuscirebbe a mettere su nemmeno con molti occidentali.
Però in sud America non ci vuole andare. Anzi all’inizio sentenzia convinta che “non le piace”.
Incalzata dalla mia curiosita si spiega meglio e mi dice che in realtà non è che non le piaccia, il suo inglese non è perfetto e non ha scelto bene il termine. Semplicemente non le interessa.
Le piace il calcio. Ma quello italiano, a differenza di molti suoi connazionali, non è il suo preferito.
Segue con interesse quello francese e quello spagnolo.
“E perché?”.
“Perché mi piace il calcio offensivo, gli italiani giocano solo in difesa”.
Solo gli italiani? Il solito clichè, ma se si tratta soltanto di calcio, chi se ne frega.
Mi viene in mente un’altra stranezza però.
“Ma come, se ti piace il calcio offensivo. Beh, allora il Brasile è la squadra che fa per te”.
“No, no. Francia e Spagna”.
Niente da fare, con il sud America non vuole proprio aver niente a che fare.
Abbandonato l’argomento calcio parliamo di molte altre cose.
Non è decisamente una bella ragazza, ma è molto sveglia e preparata.
La cosa che mi colpisce di più me la dice più tardi, quando Wen Lin Jie, la via dei caffè occidentali, si è già tinta del giallo intenso del tramonto Yunnanese.
“La vedi quella scuola, dall’altra parte della strada?”.
La conosco bene quella scuola elementare, ci passo davanti tutti i giorni.
E riconosco le divise e i fiocchi rossi al collo dei ragazzini che la frequentano.
Tutti con le scarpe firmate e le mamme che li aspettano all’interno di costose auto straniere.
Appartengono tutti a famiglie benestanti.
“E’ una delle scuole elementari più prestigiose di Kunming”.
“Ma è privata?”.
“No, lo sai che le scuole private in Cina sono generalmente quelle di qualità inferiore”.
Non ne sono sicuro. Ma so per certo che alla maggior parte dei cinesi piace pensare che sia così.
“Ma allora come si spiega che i ragazzini che la frequentano sono tutti ricchi? Qual’è il criterio utilizzato per il diritto all’iscrizione? Vi accedono soltanto i bambini appartenenti alle famiglie del quartiere? (Ci troviamo nei dintorni del parco del Cui Hu, un’area per gente benestante). O vengono utilizzati criteri basati sui meriti scolastici?”.
“No. Vi accedono soltanto i figli dei cinesi che si possono permettere la costosa retta d’iscrizione”.
“Quanto?”
“Alcune migliaia di RMB per quadrimestre”. (Un euro vale all’incirca 10 RMB).
In Cina il governo traccia una netta linea di demarcazione tra le scuole pubbliche di serie A e le altre.
E per l’accesso a questi istituti fa pagare rette degne di alcune scuole private occidentali.
Sembra che non ci siano nemmeno programmi per il conseguimento di borse di studio rivolti agli studenti meritevoli appartenenti a famiglie meno abbienti.
Programmi del genere vengono lanciati soltanto per l’accesso alle università (e anche per queste i livelli qualitativi sono molto variabili, e ben noti a tutti).
Un altro bell’esempio di come il comunismo in Cina sia ormai soltanto una parola vuota.

Kunming - Cina, 12 gennaio 2007

Sono al caffè dell’istituto di lingua cinese per stranieri dell’Università Normale dello Yunnan.
Ci vengo spesso, è un posto accogliente, con musica tranquilla a basso volume che non ti disturba quando leggi o studi.
C’è anche un’area appartata arredata in stile tradizionale cinese in cui si entra a piedi scalzi e in cui ci si può anche godere una cerimonia del tè con tanto di pianale in legno intarsiato, vasellame in porcellana e tutti gli strumenti necessari alle operazioni di rito.
Io mi accomodo nella sala moderna. E’ pomeriggio inoltrato, quasi sera, e soltanto pochi tavoli sono occupati.
I soliti gruppi di studenti thailandesi e vietnamiti. Io sto da solo ad un tavolo.
E a fianco a me, vicino alla finestra, quello studente israeliano con la fidanzata cinese, quella che insegna proprio in questa università.

Più tardi la incontro all’esterno dell’edificio.
Cominciamo a chiacchierare. Si ricorda che sono italiano e mi racconta un paio di aneddoti, uno dei quali è abbastanza interessante.
Dopo la solita storia a proposito degli spaghetti, importati dalla Cina da Marco Polo, mi da anche una versione originale della nascita della formula “Cin Cin”, che utilizziamo nel sud Europa per brindare.
Anche questa, secondo questa teoria, sarebbe di origine cinese.
I cinesi per invitare qualcuno a bere, dicono “Qing Qing”, che significa “prego, prego” e che, trascritto in italiano, suona pressapoco come “Cin Cin”.
Non so se questa storia sia vera, è la prima volta che la sento. Ma è realistica.
Certo più dell’aneddoto seguente. A proposito del termine “Casinò”.
Gli abitanti della provincia cinese dello Sichuan amano il gioco d’azzardo. Lo praticano anche all’estero, in tutte le mete della loro diaspora. E ogni volta che cominciano, per fare un esempio, una mano di poker, gridano “Kai shi, kai shi” che significa appunto “Cominciamo”. Da qui il nome “Casino”.
Bah...non mi convince per niente.



Xiamen - Cina, 18 ottobre 2005

L’impressione di ieri è confermata. La città è carina, alcuni palazzi sono molto belli ma con tutti i turisti che gridano e scorrazzano qua e là, il fascino di ieri notte è svanito.
A proposito, non ho visto nessun turista occidentale, ho l’impressione che io sia l’unico a non essere cinese. Continuo ad avere qualche problema di comunicazione. I cinesi non sembrano essere inclini a venire incontro allo straniero come quasi tutti i popoli che ho conosciuto nel sud-est asiatico.
Per fortuna al Centro di accoglienza per i visitatori incontro un paio di ragazzi che capiscono l’inglese e mi aiutano a sbrigare qualche faccenda. Mi faccio dare una mappa della città, compro una Sim card e anche un volo per Shangai per domani mattina.
Prendo il traghetto e faccio un salto in città dove cammino e scatto foto tra le viuzze del mercato, proprio a ridosso del lungomare.