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Brandelli di un mondo bizzarro non è un diario in ordine cronologico da sorbirsi dall’ultimo post. È un archivio di scene, satira e ragionamenti. Parti da dove ti interessa:

Tutti i post in ordine di data restano disponibili sotto. Meglio entrare da una porta, però.

Il talento


Il mondo, parliamoci chiaro, è pieno di gente ordinaria, se non addirittura mediocre.
Trovare una persona con del talento in un campo — sia esso musica, letteratura, pensiero critico, arte, scienza o sport — è da considerarsi evento raro.

Molta gente però fa un ragionamento stranissimo. Nonostante accetti senza batter ciglio l'assenza totale di talento nella maggioranza delle persone, da questi casi speciali — quelli con un talento monosettoriale — si aspetta invece del talento a tutto tondo. Cioè a uno che canta bene si richiede ottima capacità di comunicazione. A un bravo scrittore visione politica. A uno sportivo l'integrità morale. E via dicendo.
Eppure si tratta di banale calcolo delle probabilità: se è raro, come è vero, trovare una persona talentuosa in un campo, pensate a quanto difficile possa essere trovarne una con del talento multisettoriale!

Magari qualcuno starà pensando a Leonardo da Vinci come controesempio. Va bene, il da Vinci era un personaggio incredibile, dal talento eclettico. Però è vissuto cinque secoli fa. E ancora se ne parla come un caso più unico che raro!
Semmai il suo è un esempio che prova proprio il punto di vista appena esposto.

L'aspra vecchiaglia


Puotesi addulcir l'aspra vecchiaglia
aizzando'l foco a la spezial paglia.

Sentono il tempo


Mi capita ogni tanto di origliare, senza averne in realtà intenzione, le conversazioni di qualche gruppetto di giovani. Questi ragazzi adottano spesso un tono serio, o forse serioso, quasi offeso, con forti tendenze all'indignazione. Quando riesco fuggevolmente a carpire l'oggetto dei loro discorsi, mi rendo conto che si tratta di semplici chiacchiericci, quasi sempre a proposito di persone non presenti.

Certo, il pettegolezzo, altrimenti detto gossip, è sempre esistito. Questa però ne è una versione meno innocua, a mio modo di vedere. Non coinvolge vecchiette e vecchietti a cui il tempo e gli eventi hanno indurito l'anima, bensì ragazzi che dovrebbero essere travolti da sano entusiasmo giovanile.
Non può trattarsi di vittimismo generazionale: tranne poche eccezioni a ognuno di loro basterebbe salire di due o tre livelli lungo l'albero familiare per trovare individui a cui la vita ha riservato condizioni e circostanze ben peggiori.

Ma allora perché lo fanno? La prima reazione di un anziano che li osservi potrebbe essere la solita accusa: "Sono giovani viziati!". Io ho invece l'impressione che prendano a pretesto sciocche evenienze per cercare nei propri coetanei conferme, conforto, empatia.
Questa però è soltanto un'interpretazione del sintomo, che spinge quindi il problema più a monte. Quale orco interiore e intangibile squarcia la loro anima? Perché proprio in questo periodo storico? E perché proprio a questa generazione?

Forse, se mi si permette la citazione scomoda: "Sono come le bestie, sentono il tempo che cambia!" Dove il tempo ovviamente non è il clima, bensì la storia.
E il loro non è altro che naturale turbamento davanti a un futuro che, come forse mai prima d'ora, si preannuncia colmo d'incertezza.

Pane dei poveri


Tutto l'anno a far la fame
e ad agosto manco'l pane.

Non sono vegano, semmai sono erbivoro


Da una decina d'anni a questa parte mi nutro di soli prodotti della terra: verdure, cereali, legumi, frutta. Niente carne, niente pesce. Evito anche uova e latticini, anche se ogni tanto mi ritrovo a mangiarne mio malgrado.
Ma allora sei vegano? NO!
Ma come? E quindi arriva la solita, pedantissima (nonché errata) classificazione a cavallo tra il burocratico e l'antropologico: se mangi uova e latticini SEI vegetariano, se non mangi nemmeno quelli SEI vegano.
Come ho già detto: NO!

Innanzitutto la dieta vegetariana non dovrebbe includere uova o latticini. E pensandoci un attimo lo si capirebbe subito. Le uova crescono sugli alberi? No. Il latte sgorga dalle piante? Nemmeno. Sono prodotti animali. La radice della parola "vegetariano" è "vegetale", quindi uova e latte NON sono inclusi. La vera alimentazione vegetariana è in realtà quella che viene comunemente (ed erroneamente) chiamata vegana. E quella che viene comunemente chiamata vegetariana, nel gergo dei nutrizionisti è definita ovo-lacto-vegetariana. Quindi NON vegetariana.

Okay, va bene, ma torniamo a bomba. Perché se mangi come un vegano non puoi essere definito vegano? Proprio per quello che hai detto, vecchio mio. Perché MANGIO COME un vegano, ma NON SONO un vegano.
Che significa? Qual è la differenza? Allora, premetto che non sono un esperto della materia ma, per il poco che so, il veganesimo è un movimento attivista che si batte in difesa dei diritti degli animali. Diritti che comprendono anche quello a non essere utilizzati per scopi alimentari. Si tratta di un gruppo che opera lobbismo a livello politico, effettua pressioni sociali, pratica l'evangelizzazione e cura il proprio marketing. Va da sé che se ti batti per il diritto degli animali a non essere sfruttati per fini alimentari, non puoi mangiare prodotti animali.
Avete colto la sottigliezza? Il vegano non è vegano perché mangia solo vegetali, bensì mangia solo vegetali perché è vegano. Se non vi è chiara la differenza (che è enorme) vi consiglio di riprendere in mano i testi di logica delle superiori.

Conseguenze di tutto ciò (tra parentesi la mia posizione al riguardo):
- Un vegano potrebbe avere l'acquolina in bocca quando vede una bistecca, ma si impone comunque di non mangiarla. (Io mangio frequentemente seduto a tavola con onnivori e i loro piatti non mi fanno alcuna voglia. Se mi andasse di mangiare carne, mangerei carne. Non scelgo il menù per questioni di principio bensì di gusto.)

- Se vi sembra che il vegano rompa il cazzo, è perché è votato per presa di posizione alla pressione sociale e all'evangelizzazione. È il ruolo sociale che si è assegnato. Rompe il cazzo, sì, ma è coerente coi propri principi. (Come già detto, io mangio spesso con persone che ordinano carne o pesce e non rompo il cazzo a nessuno, anzi spesso succede l'esatto contrario: c'è gente che scassa la minchia a me. Inoltre io simpatizzo per i diritti degli animali ma comprendo che ci sono abitudini ancestrali che non possono essere ignorate.)

- La dieta vegetariana (quella vera, vedi sopra) viene chiamata vegana perché i vegani si sono dimostrati molto abili nello svolgere azioni di marketing. E quelli a cui i vegani stanno sul cazzo hanno abboccato al tranello come allocchi, finendo per fare loro pubblicità. (Io non ci ho abboccato e quello che scrivo ne è la prova. Inoltre cerco di attuare opera di divulgazione ma, credetemi, è come svuotare il mare con una paletta.)

- Il veganesimo è un movimento piuttosto recente (metà del ventesimo secolo) e occidentale (fu fondato nel Regno Unito). Tuttavia in oriente milioni di persone mangiano solo prodotti vegetali da millenni e non si sono mai sognati di farsi chiamare vegani. (Io prediligo alimenti vegetali fin da quando ero bambino. È una mia caratteristica personale, che mi differenzia persino da altri membri della mia famiglia. Sono passato ad escludere completamente gli ingredienti animali dalla mia alimentazione da adulto, sganciandomi da condizionamenti sociali e imparando a dare retta al mio organismo, dopo aver trascorso periodi più o meno lunghi in ambienti votati al vegetarianesimo, proprio in estremo oriente. Non ho mai avuto niente a che fare col veganesimo moderno, a vocazione attivistica e di stampo occidentale.)

Esclamazioni de-blasfemizzate


Supponiamo che qualcuno, quando per esempio si martella un dito, voglia sfogare la rabbia con un'esclamazione forte e blasfema — una bestemmia insomma — ma con garbo, senza urtare la sensibilità o la devozione di nessuno.
Certo, potrebbe ricorrere a versioni edulcorate usando paronimi eufemistici come "zio porco", "maremma maiala" o "bio parco". Io però ho escogitato una tecnica diversa e più versatile, che offre anche un certo spazio alla creatività.

Funziona così. Pensate ad una bestemmia. Createne l'acronimo. Poi "bacronimizzate", generando un'innocua espressione di vostra scelta. Quindi esclamate l'espressione testé ricavata.
Messa giù così può risultare poco chiara. Spieghiamola con un esempio. Ho immaginato una bestemmia. Ne ricavo l'acronimo: D.C. (avrete sicuramente indovinato la mia scelta). Ora genero un bacronimo, utilizzando un'espressione inoffensiva. Per esempio: [D]emocrazia [C]ristiana. La prossima volta che il ferro da stiro mi precipita sull'alluce, posso dunque urlare: "Democrazia Cristiana!"
È chiaro il meccanismo?

Altri suggerimenti:
Data Center!
District of Columbia!
Provincia di Padova!
Partito Democratico!
Decreto Legge!
Lavoro Digitale!
Diretto Piazze!
Democrazia Proletaria!
Monte Paschi!
Primo Ministro!
DataBase!
BirthDay!
Beni Demaniali!
E così via. Sbizzarritevi!

Evoluzionismo vs creazionismo: la complessità


Molti creazionisti sostengono che la complessità degli organismi avanzati è prova dell'esistenza di un creatore, perché solo una divinità potrebbe aver creato qualcosa di così complicato.
In realtà ciò non è vero. Semmai la complessità è piuttosto un indizio dell'assenza di un piano, non della sua presenza. L'evoluzione procede senza un piano, senza nemmeno un fine, per progressivi minuscoli passaggi di adattamento, nel corso di periodi di tempo lunghissimi, aggiungendo di volta in volta un tassello in maniera casuale, senza avere una direzione.

Proprio per questo l'evoluzione finisce spesso per produrre soluzioni così esageratamente complesse. 
Se ci fosse un creatore votato all'efficienza, ci si aspetterebbe che le stesse funzioni venissero eseguite tramite strutture più semplici di quelle presenti in natura – spropositate, ridondanti, di una complessità quasi ridicola.
La complessità tipica di alcune strutture della natura non può quindi essere utilizzata come prova conclusiva dell'ipotesi creazionista. 

A chi...


A chi non accudisce
la propria integrità,
sembrerà normale,
fors'anche virtuoso,
trasformare in falsità
una sgradita verità.

A chi invece coltiva
il seme dell'inganno,
naturale apparirà,
e magari pure scaltro,
un'opportuna falsità
tramutare in verità.

L'illusione dei gruppi


I gruppi politici, economici o religiosi non esistono nel mondo reale. Sono un prodotto della nostra mente.
Ovviamente, nonostante questi gruppi non esistano in qualità di vere e proprie entità fisiche, sono trattati come tali, e le persone si identificano come membri di uno o più di essi. Questi individui esistono eccome - sono reali - e dal momento che dichiarano la loro affiliazione ad un gruppo, noi siamo indotti a postulare anche la realtà del gruppo stesso.

Questo è il punto in cui inizia l'illusione, ma non quello in cui finisce. I gruppi noi li profiliamo, ottenendo così serie piuttosto precise di caratteristiche a loro associate. Di conseguenza tendiamo ad attribuire un pacchetto di caratteristiche a tutti i membri di un gruppo, come se questi non fossero esseri umani dotati della loro unicità, bensì semplici ripetizioni di un dato modello. Un procedimento che se applicato a noi stessi ci sembrerebbe inaccettabile viene allegramente utilizzato per semplificare il resto del mondo.

Ciò può anche andare bene in certe specifiche circostanze. Tuttavia dobbiamo sempre tenere a mente che quasi nessuno dei membri di quel gruppo è correttamente descritto da quella serie di tratti identificativi. Di fatto, la maggior parte di essi potrebbe non essere associabile ad alcuno di quegli attributi.
Questo distinguo non è solo importante: è fondamentale. Le conseguenze di una tale trappola mentale possono infatti risultare socialmente disastrose.

I gruppi possono essere molto utili come strumenti concettuali. Fate però sempre attenzione a non prenderli troppo seriamente.

La truffa


Molta gente è convinta che una fresca ondata di scienza arrogante, gretto materialismo e freddo ateismo cerchi da qualche secolo in qua di spazzare via l'edificio nobile di una tradizione filosofico-religiosa che esiste da sempre, che è in un certo senso innata alla cultura europea. Forse addirittura alla natura umana. Mi riferisco ovviamente a tutte le correnti di pensiero ispirate all'idealismo, laiche o religiose che siano.

La vita, la nostra natura, quella che ci circonda, la voglia di realizzarci nel mondo che scopriamo attorno a noi: questo è il vero punto di partenza, l'impianto fisso su cui costruire qualsiasi struttura culturale. E lo stimolo a comprendere tutto ciò è il tipo di curiosità che ha guidato l'attività umana per decine e decine di migliaia di anni, fin da prima che si parlasse di scienza, materialismo o ateismo. Questa, per me, è la tradizione che conta.

Solo poco più di duemila anni fa hanno iniziato a prendere piede in Europa i deliri (anche belli e interessanti, per carità) di idealisti e dei loro vari spin-off mistico-metafisici: non un unico partito, ma una famiglia di idee che, mescolandosi nei secoli, ha finito per spiegare più o meno lo stesso. Ci hanno detto che tutto quel che vediamo e sentiamo non è reale, anzi è materiale immondo da cui tenersi alla larga. I sensi sono fallaci, l'universo va interpretato con la narrativa, o addirittura con la fantascienza. Le idee superiori sono tutto ciò che conta. Il cavallo idealizzato, che non vedrete mai, è più importante di quelli che vi è capitato di osservare dal vero: bellissimi, certo, ma insignificanti. E poi il corpo è pattume, mentre l'anima è sublime. La vita che conduciamo è spregevole, e per questo va vissuta nel disprezzo di sé stessi, nel senso di colpa, nel pentimento e nell'espiazione, possibilmente nei pressi di una caverna, a schernire i coglioni che si godono lo spettacolo delle ombre sul fondo, in attesa di quella, sublime e veritiera, che verrà dopo la morte, la quale non è quindi la fine bensì l'inizio della vera esistenza.

Concezioni spirituali e antropologiche più antiche — animistiche, dionisiache, politeistiche — celebravano almeno natura e vita, con tutti i loro limiti e le loro paure. In Europa sono state scavalcate, o piegate, da idee astratte, demiurghi, entità manichee. Tutta paccottiglia a cui la mia mente (e non solo la mia) oppone i suoi legittimi dubbi. Dubbi che i cattivi maestri non sono mai stati in grado di dissipare con argomentazioni oneste, costretti sempre a rifugiarsi in risposte sleali, assurde e soprattutto non falsificabili — e quindi, per chi misura le idee così, intellettualmente meschine per definizione: la conoscenza superiore, gli spiriti sacri, la fede, i miracoli, le rivelazioni, il regno dei cieli, il giudizio universale.

Prendersela con scienza, ateismo e quant'altro è come notare il dito che punta alla luna. La verità l'abbiamo sempre osservata con i nostri occhi, ascoltata con le orecchie, toccata con le dita e respirata con il naso — molto prima che in Europa prendesse forza quella famiglia di idee che fa capo a Platone e ai suoi eredi. Ed è una realtà bellissima, non qualcosa di cui diffidare.
Chi rigetta gli idealismi e i loro sviluppi, religiosi o filosofici che siano, cerca solo di capire questa realtà. Mettere in discussione sistemi idealistici è una normalissima conseguenza di questa nobile, antica, umana attività.
L'idealismo non ha subito un vile attacco alle spalle. È l'idealismo che ha aggredito la natura dell'uomo. E finalmente, con il passaggio all'era moderna, c'è chi ha ricominciato a vendicarla.

L'inganno era già stato intaccato da Galileo e da altri poveracci emarginati, ingattabuiati o addirittura arsi sul rogo: non perché combattessero "l'idealismo" a tavolino, ma perché osavano guardare e dire quel che vedevano. Più tardi, Darwin con la selezione naturale e Nietzsche con la trasvalutazione dei valori hanno scosso l'edificio alle fondamenta. Popper, dal canto suo, in un mondo sempre più dominato dalla scienza, ha mostrato che ciò che non è falsificabile non è scienza. Nessuno di loro ha chiuso la pratica. Hanno solo reso più difficile fingere che quella paccottiglia sia ancora intoccabile.
È incredibile che sulla poltiglia che ne rimane scivoli ancora tanta gente.

Il vero complotto


Non ho mai capito per quale ragione chi non resiste al fascino delle teorie del complotto, invece di occuparsi di casi non verificabili - lo sbarco sulla luna, l'undici di settembre, la cupola pluto-giudaica e via dicendo - non si concentri invece sulle cospirazioni che sono sotto gli occhi di tutti, da secoli se non addirittura da millenni.

Mi riferisco ai meschini, vili, subdoli e delinquenziali lavaggi del cervello operati su bimbi e ragazzini, per fini religiosi, patriottici, militari o politici.
A chi cazzo verrebbe in mente, in età adulta, di credere a regni dei cieli e giudizi universali, a supremazie su popolazioni che vivono su territori al di là di confini tracciati arbitrariamente, a ragioni supreme per farsi ammazzare, a sistemi di governo fallaci, se tali convinzioni non fossero impiantate nella testa degli individui quando la loro mente è in fase di formazione, ancora vulnerabile e incapace di valutare cosa sia meglio per il proprio benessere?

Credo sia il crimine collettivo più squallido ed efferato che sia stato commesso e si continui a commettere a livello globale. Una schifezza contro cui tutti, avendola subita, dovremmo ribellarci. E da cui dovremmo soprattutto tenere al sicuro i nostri ragazzi.
Paradossalmente sono spesso gli stessi genitori che offrono i loro figli in sacrificio sull'altare della convenienza sociale. Gli stessi genitori che magari si indignano se i loro ragazzi prendono un'insufficienza in matematica. L'onta del voto negativo no, la circonvenzione e la manipolazione mentale sì. Pazzesco. Un obbrobrio per cui riesco a trovare poche giustificazioni accettabili, ma molte bieche motivazioni.

È arrivata l'ora del risveglio: complottisti di tutto il mondo: unitevi! Lasciate perdere le vostre inutili speculazioni su argomenti inverificabili e puntate il dito contro questo evidentissimo scempio. Lottate finalmente per avere un mondo migliore. Salvate i nostri giovani dal plagio organizzato e legalizzato, mistico o secolare che sia.
Le generazioni future ve ne saranno grate. Se vi interessa essere ricordati per aver scelto il lato giusto della storia, questo è il vostro momento.

Amen - parte terza: la superstizione


Chi per le mie affermazioni su paradiso e inferno non mi accusa di blasfemia o stupidità potrebbe però, anche solo per superstizione, tacciarmi di avventatezza: se l'aldilà esistesse, e l'inferno non fosse la locanda per bagordi a cui aspiri tu, non credi che potrebbero fartici ardere proprio per quello che hai scritto?

La risposta è semplice, anche se non intuitiva. Io il Nuovo Testamento me lo sono letto, in particolare le lettere di Paolo da Tarso alle comunità paleocristiane. Quando Paolone il persecutore si convertì e fu nominato capo delegazione apostolica per l'area dei gentili, perse il pelo ma non il vizio del bacchettone: i requisiti per andare in paradiso da lui fissati sono tanto bizzarri quanto rigorosi. Io mi guardo bene dal soddisfarli e, se tale realtà parallela davvero esistesse, finirei dunque dritto dritto ad arrostire alla "Churrascaria chez Satan".

Quello sarebbe il destino di uno con il mio stile di vita, i miei valori e le mie convinzioni. Lo sarebbe anche se da qui all'ultimo dei miei giorni mi mettessi a scrivere ipocrite leccate di culo all'intero corpo dell'establishment ecclesiastico.
Proprio per questo, visto che comunque mi attenderebbero all'inferno, mi converrebbe farmi amici i gestori di quel locale. Magari mi riserverebbero un angolino meno ardente, dove continuerei a tessere le lodi del padrone di casa.

Chi lo sa? Potrei persino diventare il propagandista ufficiale di corte. Niente male per uno che onde evitare l'uggia paradisiaca è pronto a rischiare di finire impalato ad un girarrosto per l'eternità. No?


Potete leggere l'intera saga "Amen" seguendo questo link.

Amen - parte seconda: l'arringa


Qualcuno avrà pensato che le mie riflessioni su paradiso e inferno (le potete trovare seguendo questo link) siano blasfeme, o magari senza senso: dabbenaggini completamente infondate.
Obiezione, Vostro Onore. Per fugare ogni sorta di malinteso chiamo a testimoniare nnientepopodimeno che la Bibbia, proprio lei, in carta e inchiostro.

Il libro della Genesi si apre, come tutta la grande letteratura, "in medias res", con Dio che, tutto solo chissà da quanto tempo, asfissiato dalla noia cade preda di un creazionismo compulsivo, in seguito al quale ha inizio la storia del mondo. 
Anche il mondo però, così inanimato, non lo salva dal tedio. Quindi, con del materiale di riciclo, come fanno tutti i bimbi svegli per ovviare a quel fastidioso stato d'animo, si costruisce un giocattolino: l'uomo. Poi pianta il giardino dell'Eden e ve lo piazza dentro.
L'uomo però è un po' come me, voleva nascere all'inferno, dove se la sarebbe sicuramente spassata. Invece si ritrova in quel bellissimo posto che assomiglia un po' alla Svizzera o a Singapore: resta per qualche momento imbambolato ad ammirarne lo splendore, ma quando l'effetto "wow" svanisce si comincia a rompere seriamente le palle.

Dio, che in quanto ad empatia ha pochi rivali al mondo, anche perché al mondo c'è solo lui, se ne accorge: come ricordate c'era passato anch'egli poco prima. Gli crea quindi gli animali, ma il trucco si rivela un buco nell'acqua: l'uomo ci giochicchia brevemente e poi se ne stanca.
Dio allora ci riprova generando la donna. Anche questo espediente, a suo modo, ha a che fare con un buco, ma non è di certo un buco nell'acqua. E l'uomo stavolta gradisce. La donna stuzzica la sua curiosità e lo tenta di infrangere il divieto di mangiare i frutti dell'albero della conoscenza. I due birichini, prendendo a pretesto il consiglio di un presunto serpente parlante, mangiano la simbolica mela, avviandosi così sul fantastico sentiero epistemologico che da allora non abbiamo mai abbandonato. 
Il permalosone però li scopre, si infuria e li caccia agli inferi.

Dunque, riassumendo: in paradiso tutti tendono a scassarsi il cazzo, padrone di casa incluso. Non appena cercano di intrattenersi un po' - scopando, curiosando, sollevando dubbi e facendo domande scomode - vengono invitati ad avviarsi all'inferno, evidentemente un luogo più adatto a quel genere di attività.

Ora, prendendo in considerazione tale fonte al di sopra di ogni qualsivoglia sospetto, ditemi voi, Esimi Membri di questa Illustrissima Giuria: quando ho affermato che l'inferno sarebbe un luogo più interessante del paradiso, dove avrei sbagliato?

Potete leggere l'intera saga "Amen" seguendo questo link.

Amen


Non che ci conti poi molto, ma se davvero ci fosse un aldilà, tra paradiso e inferno io sceglierei il secondo.
Dev'essere un posto pieno di anime che fanno baldoria, chiacchierano, urlano, bevono, fumano, si inebriano, scopano, si infatuano, ballano, cantano, leggono letteratura dissacrante, ascoltano musica tentatrice, pensano, mettono in dubbio, piangono commosse, ridono felici.
Il fuoco non mi fa paura, è solo un simbolo: rappresenta il calore, la gioia, la danza, l'amore.
Il paradiso invece? Due coglioni immani. Quei musi cinerei, i sorrisi spocchiosi, i sottanoni bianco paglierino. Basterebbe lo sguardo mesto da perseguitato politico del portinaio, il sor Pietro, per farmi sprofondare nella più opprimente forma di depressione.
Sinceramente preferisco lo stile carnevalesco, la sfacciataggine e il ghigno beffardo di Satana.
P.S. Quasi dimenticavo: Amen!

Potete leggere l'intera saga "Amen" seguendo questo link.

La caccia farà schifo, certo, però...


Personalmente la caccia mi inorridisce. Il povero animaletto che si fa gli affari propri, programmato dall'evoluzione per recepire come segnali di pericolo l'avvicinamento di altri animali, suoni, odori, colori, mutamenti del meteo, colpito da un proiettile che nulla della natura, dentro o fuori di esso, poteva aiutarlo ad evitare, mi sembra la vittima di una vigliaccata immane. Specialmente al giorno d'oggi, quando non possiamo più accampare la scusa della sopravvivenza per impallinare povere bestie indifese.
Mai quindi avrei pensato di spezzare una lancia a favore di tale pratica. Eppure...

L'accanimento contro i cacciatori, in effetti, mi sembra utilizzato in maniera strumentale, con funzione di capro espiatorio.
Mi spiego. Una società che comunque utilizza altri modi per uccidere, schiavizzare e sfruttare gli animali, che diritto ha di puntare il dito contro i cacciatori? Stanno sempre a citare il Vangelo. Come suona questa allora? Chi è privo di peccati scagli la prima pietra! 
La preda del cacciatore, nella maggior parte dei casi, ha vissuto il miglior tipo di vita possibile, secondo la propria natura, fino al momento in cui è stata colpita. E quello che subisce è un colpo di grazia, per lo meno quella è l'intenzione del tiratore.

Perché lasciare un pesce a soffocare, intrappolato nella rete o dentro un secchio, fuori dall'acqua, fino a che la morte per asfissia non sopraggiunge a graziarlo, sarebbe un crimine relativamente "più etico"? 
E l'animale che nasce in una gabbia sporca e ci rimane, in condizioni pietose, fino a quando viene portato al macello? Davvero la colpa di cui si macchia il cacciatore è più grave? 

In realtà chi si nutre di prodotti animali le bestie dovrebbe proprio essere costretto a cacciarle. Ci sarebbero vari vantaggi. Le persone si renderebbero conto che il macinato con cui fanno il ragù è in realtà un trito della gamba di un essere che hanno visto vivo nel suo ambiente naturale, non un semplice "ingrediente" astratto, comprato in pacchetti al supermercato del quartiere. Inoltre la gente mangerebbe carne quanto basta, visto che non la troverebbe sugli scaffali ma se la dovrebbe procurare con fatica. E poi sarebbe preferibile proprio per una questione morale: l'animale lo lasci vivere libero fino a quando ti prendi personalmente la responsabilità di ammazzarlo per pappartelo. Non lo fai soffrire inutilmente e sadicamente in una caraffa o in una cella. E nemmeno deleghi ad un sistema nascosto dietro le quinte il lavoro sporco. Lo fai tu.

Viene il sospetto che la campagna contro i cacciatori la alimentino proprio i colossi del settore ittico o degli allevamenti. Per convincere la gente che i cattivi sono quelli che in realtà praticano l'attività meno nociva, e continuare ad arricchirsi con le loro pratiche eco-mafiose, spacciandosi pure per l'alternativa "meno crudele".

Mi tocca di nuovo citare Nietzsche, ma che volete farci, ha scritto più di cento anni fa cose che sono sempre attuali, e temo rimarranno attuali ancora a lungo. 
"La follia è molto rara nei singoli individui, ma nei gruppi, nei partiti, nei popoli, nelle epoche, essa costituisce la regola".

Tradizione


  • La tradizione è il risultato di una lunga sequenza di miglioramenti. Ed è essa stessa passibile di future migliorie.

  • La tradizione è come un segnalibro: serve a ricordarci a che punto siamo arrivati, non segnala la fine della storia.

  • La tradizione che adori come un feticcio immutabile ti è stata tramandata da una serie ininterrotta di generazioni, attraverso vari passaggi. Se ad uno qualunque di questi livelli qualcuno avesse pensato di essere arrivato al traguardo, ti sarebbe stato affidato qualcosa di più primitivo. Hai verso i tuoi discendenti il dovere, nonché la responsabilità, di lasciare aperte le porte al cambiamento, così come le hanno lasciate aperte coloro ai quali devi ciò che ti è stato consegnato in dono dal passato.

  • La tradizione è tanto, certo, ma non è tutto.

  • Le tradizioni di culture diverse non vanno mai messe in competizione: sono tutte complesse, articolate e sofisticate catene di adattamento a realtà circostanziate, fissate col primo anello allo stesso gancio, di cui ogni ulteriore inserto è un pezzo aggiunto ad un mosaico unico.

  • La tradizione può agire da freno sul presente o da acceleratore per il futuro: dipende solo dal pedale che tu hai deciso di premere.

Sequestro


Ci sono, oltre a noi, numerose specie che vivono in simbiosi con altre, o che cacciano per tirare a campare. Tuttavia non mi risulta che alcuna di esse pratichi l'allevamento, per lo meno non di tante specie e così pervasivamente come lo pratichiamo noi.
Praticamente sequestriamo degli animali a scopo di schiavismo e sfruttamento, per fini alimentari, industriali o addirittura ludici. Ma non è che ci limitiamo a sequestrarne un certo numero di capi. No, noi sequestriamo intere specie, per tutte le generazioni a venire, e giocando pure a Duplo (il Lego è per i bimbi più maturi) con i mattoncini del loro genoma.
Probabilmente in passato questa pratica eco-mafiosa ci è risultata necessaria per sopravvivere e scalare la catena alimentare. Di sicuro necessaria non lo è più.
Eco-mafiosi per continuare ad esistere può anche andar bene. Così, tanto per sfizio, direi di no.

Pace e guerra


  • Quando scoppiano guerre si può essere preoccupati per la sorte delle povere vittime innocenti e soprattutto, se il teatro delle operazioni belliche è relativamente vicino, per la propria sicurezza. 
    Molti italiani, che sono sempre all'avanguardia, pur essendo relativamente vicini al putiferio hanno deciso di essere in ansia esclusivamente per il prezzo della benzina.
    Se l'acqua - anzi il kerosene - toccasse il culo capirebbero finalmente quali sono i veri disastri causati dai conflitti.
    Speriamo che restino nella loro beata ignoranza, dato che vicino ai loro culi ci sono pure i nostri.

  • Sarebbe già qualcosa se gli "strateghi con le guerre degli altri" la smettessero di nascondersi dietro alla parola "pace" quando stanno semplicemente sperando che vinca il loro beniamino.
    La pace, quella che non contemplando confronti armati non prevede vincitori o vinti, non è un ideale astratto per francescani o buddhisti: è una situazione concreta necessaria per vivere una vita degna di questo nome.
    La pace è l'unico obiettivo sensato della realpolitik.

  • Ma forse il vero valore della pace lo comprendono appieno solo i popoli o le generazioni che hanno vissuto la guerra.
    Ecco perché dopo ottant'anni senza belligeranza agli europei ricominciano a prudere le mani e invece di essere inorriditi dalla prospettiva di un conflitto fanno il tifo per questo o quel guerrafondaio.
    Quando si dà per scontata quella che invece è una preziosa conquista, si schiudono cripte dimenticate in angoli impolverati della nostra psiche, da cui riaffiorano come mostri dei sinistri impulsi ancestrali.

  • Tuttavia questi tragici eventi a qualcosa servono: finalmente si impara un po' di geografia.
    Hormuz e Kharg sono nomi impegnativi, per carità, ma la differenza tra Mar Rosso e Golfo Persico, almeno quella, forse è finalmente chiara.



Passo d'uomo


Vi siete mai chiesti perché, non appena utilizziamo un mezzo di locomozione, anche semplicemente un cavallo, una carrozza o una bicicletta, le probabilità di avere un qualunque incidente aumentano, mentre sono praticamente nulle quando camminando ci imbattiamo in altri pedoni?
Se la risposta vi sembra banale probabilmente non è quella esatta.

La spiegazione, come spesso accade, è data dal meccanismo evoluzionistico, che ha modellato il nostro corpo e la nostra mente per gestire eventi che hanno luogo alla nostra velocità naturale: il passo d'uomo. A qualsiasi velocità superiore a quella, accadono eventi che il nostro sistema non è progettato per gestire.

Un'esperienza dinamica totalmente naturale può quindi essere goduta solamente in posizione eretta, camminando. La bici è molto meglio dei veicoli motorizzati, certo, ma è tuttavia meno naturale della camminata.

Se volete entrare in simbiosi con la natura che vi circonda, sintonizzati sulla configurazione più naturale possibile del vostro sistema, allacciatevi le scarpe e andate a camminare.

I puntini


Oh, ma quelli che per spiegare ogni focolaio di conflitto puntano il dito indignati contro il petrolio, gli USA e le sette sorelle (e spesso hanno ragione), e che poi si incazzano come belve se osi mettere in dubbio il folle modello "Un'automobile a idrocarburi per ciascuno, anzi due, o anche tre!", mi chiedo, i puntini si limitano a fissarli inebetiti o li sanno anche unire?