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La fortuna di essere nati in Europa

Ho appena letto un interessante articolo sul Corriere che mi ha dato la possibilità di riflettere su tante cose osservate durante i miei viaggi in Asia. Ecco il link.
Quel che dice l'autore è tutto vero.

Birmania in un elenco puntato (con foto)

Il tè sul piattino e le sigarette sfuse alla teahouse
Alcune le sanno (quasi) tutti, altre (forse) no.

Le tazzine di caffè e tè vengono riempite fino all'orlo. Mentre vengono trasportate ai tavoli il liquido fuoriesce e cade sui piattini. Succede sempre, sembra sia un effetto cercato.

Nelle teahouse oltre a bere il tè si mangia, e pure bene.

I venditori di noce di betel, le teahouse e molti altri negozi vendono sigarette sfuse.

Ci sono negozi di telefonia mobile ovunque. Sono davvero tanti, troppi, molti infatti sono spesso vuoti.

In alcune teahouse degli accendini vengono appesi ad una carrucola elastica collegata al soffitto. I clienti sono liberi di tirarli giù e utilizzarli quando vogliono.

L'informazione sfuggente - Mandalay, Birmania

Tre bonzi fanno i fighi col gelato in mano al giardino botanico di Maymyo
Mandalay l'abbiamo visitata. A modo nostro ovviamente: niente monumenti, castelli, vecchie capitali, cose che ho già visto anni fa, per cui bisogna pagare delle tariffe in dollari, banconote nuove di zecca, ovviamente. Solo passeggiate, giri in bici, perdendosi per i quartieri sudici e rumorosi, scattando foto, osservando, chiacchierando con qualcuno, sorseggiando dello zucchero liquido servito in tazzine da tè.
E' arrivata l'ora di proseguire. Prossima tappa: Maymyo, detta anche Pin Oo Lwin. Abbiamo letto su una guida che i pick-up con le panchine sul retro, da condividere con una quindicina di persone, borse, sacchi di riso, galline e porcelli, partono dall'incrocio della torre dell'orologio. Per conferma chiediamo alla reception dell'alberghetto. Rispondono sicuri: "Dovete prendere l'autobus alla 83esima strada." Ma noi non vogliamo prendere l'autobus, che è troppo lento. Insistiamo per il pick-up e ci dirigiamo all'incrocio della torre. Appena arrivati cambiamo dei dollari in banca e chiediamo da dove partono i mezzi. Anche qui sono sicuri: "Dall'incrocio tra la 84 e la 23!" Cioè non da qui. Appena usciti interroghiamo un ragazzo che guida un mototaxi. "Maymyo? Dovete prendere l'autobus" Stesso consiglio ricevuto all'albergo. La stazione però sembra aver cambiato indirizzo: secondo lui nell'ultima mezzora è stata trasferita alla 79esima. Decidiamo di seguire il consiglio dei bancari e arriviamo all'incrocio della 23. Anche qui non c'è traccia dei pick-up. Fa caldo e cominciamo a essere stanchi. Ci sediamo al tavolo di una teahouse e chiediamo consiglio ai camerieri. "Maymyo? Ah no, avete sbagliato, dovete tornare all'incrocio della 28esima..." che sta prima della torre dell'orologio. Con questa versione fanno cinque, e chissà per quanto potrebbe continuare.

Politicamente scorretto e vagamente pessimista su sviluppo, globalizzazione, paesi ricchi e poveri, ecc. - Birmania

Una specie di semaforo a "risparmio energetico" a Thibaw
La Birmania è un'opportunità. Un'opportunità a orologeria, col display del conto alla rovescia nascosto. Un'occasione, un modellino, un esempio concreto per riflettere sui temi dello sviluppo, la globalizzazione e le relazioni internazionali che fra qualche anno potremmo non avere più. Uscire dall'aeroporto di Rangoon significa entrare in un mondo che negli ultimi sessant'anni si è sviluppato poco, o per certi versi nulla. Un sistema che per alcuni aspetti è addirittura tornato indietro nel tempo. Un luogo in cui la gente gira a piedi, in bicicletta o in auto scassate su strade polverose che tagliano distese di spazzatura, sale in autobus con un sacco di riso e due galline, non si lamenta se il treno procede ai venti all'ora rimbalzando su rotaie ondulate e sconnesse, si cucina la cena su un fuoco a legna, se un dente fa male a causa di una carie lo toglie, non si preoccupa della moda e degli ultimi ritrovati tecnologici (anche se quest'ultima affermazione ormai è vera solo in parte). E nonostante tutto appare poco stressata, moderatamente felice, sorride spesso, vive con un certo ottimismo. 
Eppure se uno osserva bene non potrà non notare le prime avvisaglie di uno sviluppo che probabilmente nel giro di pochi anni stravolgerà tutto. E ogni o volta che ciò accade si cominciano a sentire i triti commenti di alcuni visitatori stranieri.

Dopo tanto miele...finalmente un po' di fango (con foto) - Birmania

Suggestiva visione d'insieme della stanza
Dopo averci versato sopra tanto miele è finalmente arrivato il momento di gettare un po' di fango anche sulla Birmania. Lo faccio sia perché sono un po' stronzo e non riesco a evitarlo, sia perché non credo che esaltare i pregi di una cosa e insabbiarne i difetti giovi alla cosa stessa, di qualunque cosa si tratti. 
Come avrete già notato se avete letto i post precedenti questo paese simpatico e affascinante ha anche le sue macchie. La Birmania innanzitutto non è un posto pulito. La spazzatura è accumulata ovunque, lungo le strade, sulle pendici delle colline e le sponde dei corsi d'acqua: se un birmano si ritrova con un sacchetto di plastica vuoto in mano lo getta, ovunque si trovi. Io comunque, dopo tutti gli anni passati a viaggiare nel S.E. asiatico, ci sono abituato. Sarò uno svitato ma un po' di sudiciume, diroccamento e colorata confusione spesso più che deprimermi mi tira su il morale. Il racket dei tassisti alle stazioni di autobus e treni o agli aeroporti è invece piuttosto fastidioso. Anche perché, dopo aver contrattato come uno strozzino per farti fregare comunque, ti accorgi che poche centinaia di metri più in là ci sono quelli più onesti a cui ovviamente non è permesso andare ad aggredire chi è appena arrivato. Soluzione: cercare appunto quelli onesti e contrattare, con decisione ma anche comprensione. Pure le possibilità di beccarsi un'intossicazione alimentare, viste le condizioni igieniche, sono abbastanza alte: bisogna stare attenti, ma senza paranoia, altrimenti non ci si diverte più. Male che vada si tratta solo di pisciare un po' di vellutata di merda col culo. Dopo un po' non ci sarà più nulla da espellere, e in breve il tutto ritornerà al buon vecchio stato solido.
Ma l'aspetto peggiore del paese per chi lo visita è, per il momento, la situazione degli alloggi.

Dopo vari birboni, ecco un paio di signori - Mandalay, Birmania

Il treno per Hsipaw
Basandoci sui miei ricordi di dieci anni fa abbiamo deciso di viaggiare in treno da Mandalay a Thibaw (Hsipaw). Il tragitto è scomodissimo, lento e movimentato, su un convoglio di antichi vagoni dotati di panchine in legno che scorrono rimbalzando su binari a scartamento ridotto. Abbiamo già prenotato due moto-taxi che per una cifra irrisoria ci porteranno alla stazione alle tre e mezzo di notte. Mentre cerco delle guest house in internet mi imbatto in una pagina di informazioni sul viaggio. E mi rendo conto di aver sbagliato tutto. Quel che in realtà vogliamo fare è raggiungere su strada Maymyo (Pin oo Lwin), una tappa intermedia, visitare la cittadina e cominciare il viaggio in treno da lì. Il tratto che ci interessa, quello che comprende il viadotto Gokteik, si trova oltre quella località e così facendo ci risparmiamo varie ore di montagne russe. 

Internet in Birmania, accessibilità e libertà di navigazione

Teahouse a Mandalay con accesso internet gratuito
Quando ci venni per la prima volta, alla fine del 2002, entrare in internet era impossibile in tutta la Birmania. Il massimo a cui si poteva aspirare era mandare un'email, non dal proprio indirizzo ma da quello privato dei proprietari di un paio di negozi a Rangoon, e solo da lì.
All'inizio del 2013 la situazione è radicalmente diversa. Le aperture in tema di libertà di stampa e censura hanno coinvolto anche la rete. Ora nelle grandi città è possibile trovare un punto di accesso wifi praticamente in tutti gli hotel e caffè. A Mandalay e a Pagan mi è capitato addirittura di entrare in alcune teahouse (locali che a livello di sofisticazione si possono paragonare alle osterie italiane degli anni '50) che offrivano l'accesso wifi gratuito. Alcuni amici che vennero qui un paio d'anni fa mi dissero che i collegamenti erano terribilmente lenti. Ora anche quella barriera è stata abbattuta, perlomeno in parte e in certi posti. 
La nota più positiva tuttavia è relativa alla libertà di navigazione.

Reporter, ragazze e Facebook - Rangoon, Birmania

Un'altra foto dell'amico IZ
E' quasi ora di cena. Siamo in Birmania da pochi giorni e non siamo ancora stanchi di esplorare e facci sorprendere, magari anche soltanto da un mucchio di spazzatura sull'argine di un fiume. Vale anche per il cibo. Finora abbiamo messo alla prova le probabilità di beccarci un'intossicazione alimentare provando sempre localini diversi e per questa sera abbiamo già ristretto la scelta a un paio di ristorantini birmano-indiani. Ma abbiamo pranzato tardi e ci siamo pure fatti un dolcetto all'ora del tè: non abbiamo ancora l'appetito necessario a gustarci il pasto come si deve. Ci fermiamo per una aperitivo-birretta in un locale fighetto: nome in giapponese, menù in inglese, cibo internazionale, gente del posto coi soldi e qualche expat.
La birretta è quasi finita e stiamo pensando di andarcene quando il mio amico I e un birmano che ci siede davanti, entrambi muniti di macchina fotografica da professionisti, si guardano, si studiano, si intendono e poi cominciano a chiacchierare. All'inizio si tratta solo di tecnologia fotografica. Sto ad ascoltarli in impotente silenzio. Quando passano ad argomenti da generalisti afferro la fune che penzola dalla loro mongolfiera, mi alzo in volo e li raggiungo. Il birmano è un fotoreporter che lavora per un periodico in inglese del posto.

I bambini della slum dietro la stazione di Rangoon (Yangon), con galleria fotografica - Birmania

Bacio tra padre e figlio alla stazione centrale di Rangoon
La maggior parte dei monumenti e musei a pagamento non ci interessa: le tariffe d'ingresso sono spropositate e non si sa in tasca di chi vadano e per cosa vengano utilizzate. E poi per un occidentale non esperto in arte buddhista le pagode tendono a diventare tutte uguali. Ogni giorno in tarda mattinata usciamo, macchine fotografiche in mano, pranziamo e poi passeggiamo, con una vaga idea in testa per la prima mezzora, poi completamente a caso. Ci imbattiamo in angoli, scene, persone, palazzi curiosi, e i pomeriggi passano veloci. 
Dalla stazione imbocchiamo un vicolo, passiamo un cumulo di spazzatura dove banchettano due cani spelacchiati, procediamo tra due file di ristoranti, barbieri, tabaccai e teahouse di legno, strutture sempre più malmesse, giriamo a destra, attraversiamo un ponticello su un canaletto la cui acqua radioattiva scorre attorno a degli isolotti di rifiuti ed entriamo in una slum, o baraccopoli, bidonville, favela.
Gli adulti ci osservano curiosi, alcuni sorridono, altri no. I bambini si avvicinano con timidi passetti e poi, quando mostriamo loro le foto che abbiamo scattato, ci assalgono, si offrono per altre pose, portano degli amici o i fratellini piccoli per un servizio personalizzato, ci strattonano per vedersi nelle immagini e prendersi in giro. Hanno i vestiti sporchi e i capelli infestati, io che soffro di numerose dermatiti immaginarie sento già prurito, ma me lo fanno dimenticare in fretta. Cadono sulla terra battuta, le loro ciabatte scivolano sui canali di scolo, si impolverano, si imbrattano e ridono, imbarazzati o divertiti, chi lo sa. Qualcuno ci apre anche il cancello che dà sui binari, dove la gente bivacca e passeggia tra i treni che stanno fermi o procedono a passo d'uomo. C'è persino un pastore con tre capre. 
Ecco un po' di foto (sono state scattate con una macchina point&shoot e di fotografia ci capisco poco, ma credo che quel che conta siano i soggetti):

Quel che un paese ti può dire nelle prime ore dopo il tuo arrivo - Rangoon, Birmania

Foto del mio amico IZ
Se non ti sei preparato troppo, ti lasci andare, hai la tendenza a vedere il lato divertente delle cose e magari sei in buona compagnia, quel che ti succede nelle prime ore ti può dire molto sul posto in cui sei appena arrivato. Vediamo...io non mi preparo MAI troppo, anzi a volte non mi preparo proprio, mi lascio spesso andare, mi concentro sugli aspetti divertenti di una situazione anche quando non dovrei e sono in viaggio con I, ottima compagnia direi. E infatti Rangoon (cioè Yangon), o la Birmania in genere, mi dicono molto in pochissime ore. E lo fanno subito, proprio la prima sera.
Abbiamo messo giù le valige nell'hotel che abbiamo prenotato online prima di imbarcarci a Bangkok (un'idea di I, che come viaggiatore è un po' meno cialtrone di me). Non siamo contenti: è carissimo, vecchio e pretenzioso, va bene per una notte, ne dobbiamo cercare immediatamente uno per domani. Abbiamo un nome senza indirizzo e un vago punto di riferimento. Informazioni che il tassista ci ha dato mentre ci portava dall'aeroporto all'hotel. Partiamo alla ricerca tra la rete di strade non illuminate di Rangoon.

Nemmeno un cameriere - Kuala Lumpur, Malesia

Foto di Keven Law (CC)
Osservando con attenzione e tenendo le antenne della propria sensibilità ben sintonizzate si possono captare dettagli interessanti anche in una scena apparentemente priva di originalità. Ne ho un esempio proprio qui davanti a me, in questo ristorante all'aperto. Quella sua solita sequenza di mosse studiate ma eseguite in fretta e con approssimazione, in maniera istintiva, come una lepre che sfugge a un branco di lupi: scuote lo sgabello, china la testa, sgrana gli occhi, dà un colpo col panno umido a un angolo del tavolo di plastica. E' il suo messaggio in codice per il cliente indeciso, blandamente criptato: "mangia da noi, siediti qui, non continuare a cercare, passando oltre, verso il prossimo ristorante della fila immensa che corre lungo tutta Jalan Alor. Resta, vedi come ti sistemo lo sgabello e mi assicuro che il tuo tavolo sia lindo?"
Messaggio che potrebbe essere facilmente frainteso, visto che il cliente potrebbe notare le macchie di unto sullo straccio e pensare "ma se ora hai bisogno di pulirlo quel tavolo significa che prima era sporco, e in che condizioni sarà il resto della superficie (la sua parte più estesa) che non hai ancora strofinato: sporca perché non l'hai pulita o pulita perché lo strofinaccio sozzo non ci è ancora passato sopra?" E magari deciderà di andarsene, per scoprire che il prossimo locale non è certo meglio di questo. Anzi, a conti fatti, essendo ubicato all'inizio della via, questo è forse il migliore, se non altro perché fermandoti qui ti risparmi inutili metri di caos e scocciature, ed è proprio per questo che da qualche anno quando sono a Kuala Lumpur e vengo a mangiare in questa zona scelgo senza nemmeno pensarci.
Ma questo bambolotto, questo peluche, questo cucciolo di procione è davvero irresistibile: dolcissimo, commovente, fa tenerezza e un po' pena. Con quella faccia scura, lo sguardo guizzante, terrorizzato, che sgorga da quegli occhietti da cerbiatto braccato, i movimenti scattanti e il broncio implorante.
Non si può nemmeno chiamarlo cameriere, perché...beh semplicemente perché non lo è. E' qui per fare soltanto quello che sta facendo ora, e che fa ogni giorno: una rete che il proprietario getta in strada per accalappiare il maggior numero di passanti in cerca di un posto per mangiare qualcosa di semplice, genuino e a buon mercato. E magari per farsi pure una birra all'aperto. Lui è qui per far finta di sistemare il tavolo e aprire un menu dalle pagine plastificate e unte davanti ai clienti. Per poi fuggire, prima che qualcuno gli faccia una domanda a cui non saprebbe rispondere, lasciando che i camerieri, quelli veri, che parlano inglese, malese, mandarino e altri tre o quattro dialetti cinesi, vengano a occuparsene.
Perché lui è solo un povero immigrato, probabilmente birmano, come i tanti che arrivano qui e in altri paesi dell'area alla ricerca di una vita migliore e che, almeno per qualche anno, trascorrono trenta giorni al mese scuotendo sgabelli e strofinando tavoli, lavando cessi, trasportando secchi, spaccando strade e rovistando tra la spazzatura. Qualcuno farà fortuna, perché ha i soldi per lanciarsi in qualche impresa o l'abilità di farsi strada a spallate tra le fronde di quella giungla di opportunità, corruzione, anarchia organizzata, energia, ottimismo e spinta inerziale che è al giorno d'oggi gran parte dell'estremo oriente. Altri invece se ne torneranno a casa, ma non a mani vuote, perché il gruzzoletto di valuta pregiata che avranno accumulato qui, nel loro paese varrà come un piccolo tesoro. In fin dei conti è quella che in inglese si chiama una situazione win-win. Comunque vada, vinci sempre. Soprattutto se sei partito da zero.

Aung San Suu Kyi, ti prego: non starnutire in pubblico!

Foto di Breff (CC)
Come molte altre migliaia di persone in giro per il mondo anch'io mi sono emozionato quando ho visto Aung San Suu Kyi passeggiare fuori dalla casa in cui è stata prigioniera per tanti anni, finalmente libera.
Non mi fido però delle simpatiche canaglie della giunta militare birmana. In passato si sono sbizzarriti trovando scuse grottesche per incarcerarla. Non mi sorprenderei se al primo raffreddore la rimettessero agli arresti domiciliari per il bene della sua salute.
Aung San Suu Kyi, ti prego: non starnutire in pubblico!

Il rubinetto - Birmania

Photo by malla_mi (CC)
L'ultima cena a Pagan si è tenuta in un ristorantino affacciato su una strada sterrata, nell'area turistica. Pochi clienti, niente apostoli, soltanto qualche compagno di viaggio conosciuto di recente. Ma un Giuda birmano nascosto in cucina mi aveva già tradito.
Per fortuna la corriera si ferma in una rudimentale stazione di servizio, qualche altro chilometro e non ce l'avrei fatta. I passeggeri scendono con calma, si accendono le sigarette, stiracchiano la schiena, comprano qualcosa al bar. Io scivolo in posizione da discesa libera verso il bagno nel retro. Chiudo la porta in fretta, armeggiando impaziente con il chiavistello arrugginito. Mi strappo di dosso i pantaloni, squarcio i boxer e mi acquatto sulla turca. Osservo il legno della porta davanti a me, le grosse venature e i solchi levigati dagli anni: assomiglia alle porte delle stalle che vedevo da piccolo durante le settimane estive di villeggiatura nell'appennino calabro-lucano. Pensieri estemporanei da posizione scomoda. La distrazione è interrotta da un suono: come acqua che sgorga da un rubinetto e cade in un contenitore capiente o molto profondo, producendo un suono echeggiante. In effetti un rubinetto c'è: è quello che si usa per riempire il secchio dell'acqua con cui ci si pulisce e si "tira" lo sciacquone. Ma è chiuso, e sorprendentemente con ottima tenuta: di liquido non ne esce nemmeno una goccia. Che strano. Do un'occhiata rapida attorno ma non ne vedo altri, fino a quando una sensazione lieve dalle parti del fondoschiena mi fa venire un dubbio sorprendente: eccheccappio...il rubinetto sono io! La diarrea è talmente liquida e omogenea che faccio davvero fatica a sentirla uscire. Il flusso continua ancora per un po', dandomi l'impressione di essere un otre in pressione a cui è stata aperta la valvola. Poi - all'improvviso, senza prima diminuire di portata - si ferma. Quando mi alzo do un'occhiata alla porcellana su cui praticamente non è rimasta traccia.
Quando esco i conducenti hanno finito di riparare un guasto al mezzo (ce ne saranno vari prima dell'arrivo a Rangoon, per la disperazione di tutti i passeggeri stranieri, tranne me, per ovvi motivi di tornaconto personale).
Facciamo altre due soste a causa di qualche nuovo danno e io puntualmente apro il rubinetto e do sfogo alla pressione che mi gonfia la pancia.
La crisi successiva sfortunatamente non coincide con un problema all'autobus. Io tengo duro, stringo i denti, come dice il manuale del viaggiatore mai scritto, ma dopo un po' non ce la faccio più. Chiedo all'autista se si può fermare. Questi non capisce l'inglese ma un monaco di mezza età mi viene in aiuto. In un paese di devoti buddhisti come questo il suo intervento è perentorio e l'autobus viene così parcheggiato al bordo della strada. La folla si disperde su di un prato ombreggiato dalle fronde brillanti di alberi tropicali enormi. Mentre tutti cercano un tronco o un cespuglio per fare pipì, io mi infilo in un angolo nascosto e riapro la valvola. Sono diventato una celebrità tra i passeggeri, che mi hanno osservato mentre chiacchieravo con il monaco. Durante il tragitto mi consiglia di stare attento a quel che mangio. Mi si avvicina anche un uomo d'affari thailandese che bisbigliando per non farsi riconoscere - i siamesi, pur essendo passati secoli dalle devastanti invasioni birmane, sono ancora molto diffidenti - mi confida che certi ristoranti da queste parti hanno condizioni igieniche pessime, come se questo fosse un segreto.
A metà del viaggio - che durerà quasi dieci ore più del previsto - all'improvviso sto bene. Riesco persino a dormire, svegliandomi nel cuore della notte quando siamo di nuovo fermi e l'autista sta prendendo a martellate qualche pezzo di metallo. I birmani subiscono in religioso silenzio, gli altri turisti si svegliano e sbuffano. Finalmente posso concentrarmi su questi particolari senza che ogni cinque minuti le mie viscere mi strattonino l'attenzione: mi giro verso il finestrino, osservo la luna che illumina le risaie, le palme e lo squallore della stazione di servizio, appoggio la fronte oleosa sul vetro, lo appanno con un lungo sospiro e poi, senza farmi sentire, comincio a ridacchiare con grande gusto.

Birmania, settembre 2002

Questo pezzo fa parte della Saga della sciolta, gli altri episodi li potete trovare qui

Quei paranoici pluridecorati

Ad Aung San Suu Kyi è stato vietato di partecipare alle prossime elezioni.
Elezioni? Dev'essere uno scherzo...ma se non le è nemmeno permesso fare una passeggiata in un parco!
Che cosa ci si può aspettare da quei paranoici pluridecorati?
8888!

Foto Aung San Suu Kyi del U.S Department of State (PD)

Un frullato a Rangoon - Birmania

Nella papaya la scienza trova antiossidanti e vitamine. Io ci vedo la bandiera di un paese tropicale: la banda esterna gialla coi ricami smeraldo, il centro arancio-rosso, spappolato, quasi marcio. E vicino all'asta il nero dei semi, decine di perle, gommose e luccicanti.
Nel centro di Rangoon, all'ombra delle palme, davanti agli specchi e i ventilatori di una teahouse, un flemmatico birmano prepara un frullato. La lama scorre lenta, sbucciando senza sprechi. La polpa fradicia cede senza sforzo, basta quasi soltanto il peso del coltello. La getta in un mortaio, con un blocco di ghiaccio, e senza usare lame, plastica o corrente, la sminuzza con pazienza, a colpi di pestello.
Un frullato a Rangoon è come la strada tranquilla, l'ombra delle frasche, la sala da te coloniale. È più di una bibita, di uno spruzzo al pomeriggio: pulsa di atmosfera, è un'esperienza integrale.

Rangoon, Birmania, autunno 2002 

Foto "Papaya" di Flowery Luza (CC), da flickr

Birmania: sogni con la cravatta. Kuala Terengganu, Malesia

Seduto in un comodo autobus che scorre via lungo un'autostrada della Malesia, anche i drammi dei popoli e dei paesi più vicini sembrano problemi di un altro continente.
Mi ero preparato ad un lungo e noioso tragitto, da trascorrere leggendo ed ammirando, di tanto in tanto, la stupenda costa orientale della penisola. Come spesso accade invece, è il caso a riservarmi gli incontri più interessanti. Quello che mi attendeva oggi in quest'autobus cambia il sapore della mia comodità, strappa me e la Malesia dall'ovattata illusione dello sviluppo tecnologico e sociale, e ci riporta nel complesso contesto regionale in cui siamo inseriti.
Viaggia sul mezzo un folto gruppo di ragazzi che, a giudicare dall'aspetto e dalla lingua che parlano, non sembrano del posto. Durante una sosta presso una stazione di servizio faccio due chiacchiere con un cinese di Kuala Lumpur, il quale mi spiega che sta accompagnando il gruppo di stranieri nello stato di Terengganu, dove c'è già un impiego che li attende.
Sono birmani, appena arrivati da Rangoon. Ognuno porta al petto un tesserino identificativo. Indossano camicia e cravatta. L'unico di essi che parla un po' di inglese mi mostra orgogliosamente un foglietto su cui ha appuntato l'indirizzo della sorella che vive in California. Poi mi porge il suo passaporto e mi chiede se posso mostrargli il mio.
Il libretto che ho tra le mani mi fa tornare alla mente tante conversazioni avute in Birmania - a volte al tavolo di una "tea house", altre in uno scomodo autobus notturno. Quante volte a Rangoon, a Mandalay, al lago Inle ho sentito parlare di quel documento - apparentemente ordinario - come se fosse il simbolo del sogno di una vita, un tesoro tanto agognato, ma forse irraggiungibile.
Abituati ad averne uno tramite una semplice pratica burocratica, non immaginiamo nemmeno quanto prezioso possa essere un passaporto per il cittadino di un paese come l'Unione del Myanmar. Significa un lavoro all'estero - in Malesia, a Singapore, in Giappone -, significa un po' di denaro per sé e la famiglia, lo stomaco finalmente pieno, la possibilità di mandare il figlio o il fratello all'università o di aprire un'attività una volta tornati in patria. Con quel libretto in mano, mentre osservo il visto malesiano stampigliato sull'unica pagina utilizzata, penso alle probabili storie di quei ragazzi. Quanti sogni dietro a quel viaggio, a quella camicia e a quella cravatta - forse annodata dalla madre all'alba - che alcuni portano con l'aria di non averne mai indossata una.
Quanti sacrifici per pagare il mediatore che si è occupato di "oliare" tutti gli ingranaggi della macchina burocratica, nonché di far saltar fuori l'impiego all'estero. Lavori umili, nelle imprese di costruzione, in qualche fabbrica, i più fortunati in un ristorante. Lavori duri con cui nei paesi più ricchi nessuno più vuole avere a che fare ma che per questi ragazzi - e ancor più per le loro famiglie - valgono come l'oro.
Non hanno molte speranze a casa, in uno stato che al termine dell'occupazione britannica - in quanto a potenzialità - si collocava, in Asia, alle spalle del solo Giappone. Ricca di risorse, con un ottimo sistema educativo, un altissimo livello di istruzione e una diffusa conoscenza dell'inglese, la Birmania si preparava - alla fine della seconda guerra mondiale - a spiccare il salto verso lo sviluppo. E' invece caduta nel baratro della guerra civile, dell'involuzione, della dittatura e della povertà.
Per decenni il popolo birmano ha sopportato le angherie a cui la dispotica giunta militare lo ha sottoposto. A centinaia i dissidenti sono stati arrestati, torturati, mandati ai lavori forzati e uccisi. A volte anche solo per una battuta sui potenti, come successe a Par Par Lay, un componente del gruppo 'Mustache Brother' - i Beppe Grillo o i Roberto Benigni birmani - che andai a vedere una sera a Mandalay. Si esibivano - non essendo autorizzati a farlo in luogo pubblico - nel garage di casa, davanti a cinque o sei spettatori accomodati su semplici sedie da cucina. Durante lo spettacolo il fratello minore raccontò la triste storia di Par Par Lay, finito per sei anni in un campo di lavoro a Myitkyina - nel nord del paese - a causa di una battuta satirica all'indirizzo del governo.
Nonostante tutto i birmani hanno resistito, hanno piegato la testa e hanno continuato a vivere le loro vite, per quanto dure e umilianti queste potessero essere. Ora però devono far fronte ad un'ulteriore minaccia, forse la più tremenda: l'estrema povertà, e con essa la fame. L'incompetenza della giunta e le guerre che il governo centrale ha combattuto contro gli eserciti ribelli hanno messo in ginocchio l'economia del paese. Inoltre le sanzioni economiche internazionali applicate nei confronti della dittatura hanno avuto l'effetto di lasciare a casa migliaia di lavoratori, mandando le loro famiglie sul lastrico.
Mentre ero in viaggio nel paese lo scorso ottobre mi capitò spesso, troppo spesso, di ascoltare delle storie, tutte simili tra loro. Storie di uomini e donne, che si lamentavano per non essere ormai nemmeno in grado di comprare la quantità di riso necessaria a sfamare i loro figli. Storie raccontate solo per far sapere, senza secondi fini, con la dignità di chi non vuole l'elemosina.
Come quella di un tassista di Rangoon che incontrai sull'autobus che da Mandalay mi portava al lago Inle. Andava a trovare la famiglia che vive a Taunggy.
«Con il taxi riesco a mettere assieme una somma...che...qui da noi...è sempre stata più che sufficiente...sai...
«Ma c'è quella maledetta inflazione...e anche uno stipendio come il mio quasi non basta più a sfamare tutte le bocche che aspettano a casa...
«Il mio sogno è quello di raggiungere mia sorella a Singapore. Lì, potrei lavorare per qualche anno, poi tornare ed aprire la mia attività a Taunggy. Così potrei finalmente vivere con la mia famiglia...
«Lavorerei soltanto in un'autofficina...sai...solo lì, altrimenti preferisco continuare a guidare il mio taxi...»

Chissà se ce l'ha poi fatta...
Nel frattempo ce l'hanno fatta questi ragazzi, che si sbeffeggiano e ridono come degli scolari in gita, che sfogliano un dizionario per imparare un po' di 'bahasa Malaysia', che osservano curiosi il mio passaporto, con dignità, perché siamo alla pari, e anch'io sto osservando uno dei loro. E ce l'hanno fatta le loro famiglie, che presto riceveranno i primi 'interessi' sul capitale investito.
Non ce l'hanno fatta invece i sei birmani, tra i 20 e i 30 anni, che sono stati "pescati" in questi giorni dalla polizia malesiana dopo essere entrati illegalmente nel paese.
Non ce l'hanno fatta - non ancora almeno - altri milioni di famiglie, che continuano in Birmania la loro lotta quotidiana. Non già contro la dittatura, bensì contro le avversità, per portare a casa quel po' di riso che serve a tirare avanti.