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Brandelli di un mondo bizzarro non è un diario in ordine cronologico da sorbirsi dall’ultimo post. È un archivio di scene, satira e ragionamenti. Parti da dove ti interessa:

Tutti i post in ordine di data restano disponibili sotto. Meglio entrare da una porta, però.

Je suis qua, je suis là: una colossale esibizione di vacuità e narcisismo

Ci ho provato seriamente per qualche giorno. A capire quale fosse la strategia, l'idea di fondo, il messaggio forte dietro alle manifestazioni dei giorni scorsi. Deluso ma non sorpreso mi sono accorto di aver trovato il vuoto.

Milioni di individui, aizzati dai media, da qualche politico e dalla loro stessa vanità, hanno fatto finta di farsi coraggio e hanno marciato lungo le vie di una città blindata, protetti da migliaia di poliziotti, militari e agenti segreti, da elicotteri, batterie contraeree e persino cecchini, tutti assieme, bianchi, neri, musulmani e cristiani, tenendo i piedi in dieci staffe, per ribadire, tra la retorica e l'ipocrisia di qualche slogan ad effetto, la loro ferma volontà di opporsi al terrorismo e agli attacchi alla libertà di stampa, rivolgendosi non si sa bene a chi e senza spiegare come, per poi tornare a farsi i cazzi loro come hanno sempre fatto, anche dopo gli attacchi alle torri di New York, alla metro di Madrid e a quella di Londra. Incolonnati dietro a una manciata di capi di governo che, cadendo dalle nuvole per questi attentati a sorpresa, dichiaravano di essere pronti a prendere questo o quel provvedimento, per poi tornarsene, assieme a chi li seguiva nella processione, a farsi i cazzi loro, come hanno sempre fatto. 

Una colossale esibizione di vacua mediocrità e squallido narcisismo, utilizzata da molti per apparire in TV con il cartello più sagace, farsi un paio di selfie, dire c'ero anch'io e sentirsi in pace con se stessi per essere riusciti ancora una volta a non uscire dal gregge. 

"E che avremmo dovuto fare?" Mi è stato chiesto. "Niente!" Ho risposto. In mancanza di idee realistiche era meglio non fare nulla, se non altro per coerenza con il proprio passato.

Fare nulla sarebbe stato meglio anche per chi ha sprecato energie in dibattiti inconsistenti sulla natura del lavoro dei fumettisti. Erano grandi artisti contemporanei, paladini della libertà di stampa, o un nucleo di ex sessantottini inaciditi dall'età, diventati cinici figli di puttana, razzisti e islamofobi? Come se fosse quello il punto, o il momento più opportuno per affrontarlo.

Fa venire i brividi ammetterlo, ma il messaggio di un solo terrorista, trasmesso sulla doppia frequenza delle esecuzioni sommarie e delle lezioni di rieducazione culturale impartite a degli ostaggi terrorizzati, pronunciato con la consapevolezza di essere destinato a morire dopo pochi minuti, seppur agghiacciante risulta molto più diretto, concreto e fulminante del nostro je suis gridato al vento da qualche milione di codardi temporaneamente imbaldanziti.

E adesso tutti in edicola a comprare la rivista! Anche se una settimana fa non se la cagava nessuno.

Tradizionale, un concetto relativo

Incontro vegetariani, vegani e crudisti vari che ironizzano, o addirittura spargono acredine, sulle mie abitudini alimentari, piuttosto tradizionali, onnivore e quindi (anche) carnivore. 
Sbalordito e un po' scosso rifletto, e penso che in effetti non hanno poi tutti i torti. Il concetto di “tradizionale” è infatti relativo. Ai tempi in cui mio nonno era un ragazzino, la gente nei paesini degli Appennini si svegliava quando fuori era ancora buio, partiva con l'asino o le pecore e andava in campagna. A metà giornata, quando la fame stritolava lo stomaco, i nostri avi tiravano fuori il pezzo di pane secco dalla saccoccia, sradicavano una carota da terra, la pulivano col coltello a serramanico e sgranocchiavano lentamente il loro pasto vegano e crudista, seduti con la schiena appoggiata al tronco di un albero bello frondoso. Per dessert masticavano una mela rinsecchita colta strada facendo. Essendo in gran parte frutta e verdura selvatica molto probabilmente si trattava pure di alimenti bio.

Padovani, i globalizzati de noantri

Una quindicina di anni fa, a Padova, quando dicevo di aver provato il sashimi parecchia gente cominciava a sbeffeggiarmi, mimando vomitate, attacchi di tosse e dolori di stomaco, e mi dava dell'incosciente per aver mangiato pesce crudo. Oggi gli stessi saggi si incontrano in Piazza dei Signori (ah, l'ironia del nome...) e si salutano mormorando konnichiwa e konbanwa, con le braccia aderenti ai fianchi e l'accenno di un inchino, prima di buttarsi in una conversazione stereotipata che comincia sempre con: “Guarda, ieri ho mangiato un sushi che non ti dico...”. Sono gli stessi padovani della globalizzazione de noantri, quelli in onore dei quali le osterie del centro sono state sostituite dai wine bar, i geni che hanno preferito lasciare che si chiudesse Mirco Buso per aprire una trattoria toscana DOC, fallita miseramente nel giro di qualche mese.

Dai, dai, che la prossima volta che torno magari l'argomento caldo è il cane arrosto alla vietnamita. Lo so, lo so, oggi solo il pensiero fa ribrezzo, ma domani, chissà...

E poi finalmente ci sarà qualcosa di cui vantarsi quando si va in gita a Vicenza. Vuoi mettere il cane arrosto alla vietnamita su un letto di riso al vapore con il gatto in tocio e la polenta abbrustolita? Il cane fa moooolto più società multietnica!

L'eroe che non ti aspetti, con foto - Pristina, Kosovo

Eroe nazionale

Il Kosovo non era attrezzato per diventare uno stato indipendente. Questo è quello che ti spiegano i kosovari quando ti parlano della separazione dalla Serbia. Al massimo poteva ambire all'unificazione con l'Albania. Ma alla fine è andata come è andata e nel giro di una decina d'anni, con l'aiuto (?) delle organizzazioni internazionali, il paese è riuscito a crearsi l'amministrazione, le banche, le relazioni con gli altri stati, le infrastrutture, i sistemi di sicurezza. 

E il merito di tutto ciò è attribuito a chi proprio non ti aspetti. Non il capo della resistenza, l'ideologo del movimento di indipendenza o il leader degli alleati albanesi. No, l'eroe della guerra contro i Serbi non è kosovaro, non è albanese, anzi, non è nemmeno europeo. E' un americano: Bill Clinton, quello che quasi si faceva cacciare dalla Casa Bianca per un rapido pompino nello studio ovale e un sigaro aromatizzato al succo di fregna. 

Il Kosovo è l'unico posto in Europa in cui un presidente americano non solo non è visto con sospetto, ma è addirittura idolatrato. A Clinton qui hanno dedicato un viale importante e una statua in centro città, e la sua foto appare in vari manifesti. Nella scia della gratitudine nei confronti degli USA una via è stata dedicata anche a George Bush. 

E un'altra persino a Robert Doll, che non so nemmeno chi sia, a meno che non si tratti di Bob Dole, candidato repubblicano alle presidenziali del '96, con clamoroso errore di ortografia. Mi dicono persino che ci sia una Route 66. Non l'ho trovata. Ho invece passeggiato lungo via Garibaldi, che pur non essendo americano era pur sempre un eroe dell'indipendenza.

 
Segue rassegna fotografica.

La città e il suo plastico sono la stessa cosa, con foto - Skopje, Macedonia

Nel 1963 Skopje fu quasi totalmente rasa al suolo da un forte terremoto. Col tempo il centro è stato ricostruito. Dal punto di vista architettonico-urbanistico non ci sono andati molto per il sottile. Il colpo d'occhio, specialmente dall'alto, è piuttosto deprimente. Tra i palazzoni di epoca titina si annidano capannoni, fabbrichette, cantieri e autorimesse, tutta roba che starebbe meglio in periferia, o addirittura in provincia. Ultimamente, con l'intento di abbellire la città, i macedoni stanno riproducendo alcune delle strutture che occupavano gli spazi del centro secoli fa, per lo meno nella loro immaginazione.

Queste costruzioni in stile antico, prodotte con materiali e tecnologie evidentemente moderne, ti danno l'impressione di essere stato teletrasportato in Danimarca, a Legoland, la famosa città costruita con mattoncini di plastica. L'esempio più orrendamente rilevante è la fortezza, o meglio il suo enorme modellino, installato sull'altura che domina la città, con le sue mura, le torrette e le bandierine.

La città è anche nota per le decine di statue che la ornano, da quelle dedicate ai personaggi famosi, come Alessandro Magno e Madre Teresa, a quelle ridicole di gente comune vestita spesso in modo buffo.

Ma bando alle ciance, si dia spazio alle immagini. 


Statue 

Struttura postmoderna

Struttura postmoderna 

Statue

Vista dall'alto 

Fortezza 

Fortezza 

Fortezza 

Fortezza 

Fortezza 

Fortezza 

Vista dall'alto 
Statua 

L'etichetta, con foto - Belgrado, Serbia

Il vecchio edificio della TV, distrutto dai bombardamenti 

Scherzavo, a Belgrado poi ci sono andato. E ho fatto bene. Al suo posto ho deciso di escludere il Montenegro, i cui luoghi migliori stanno sulla costa. E quella non è la mia priorità.

La differenza tra Bosnia e Serbia è marcata. Appena passato il confine spariscono le abitazioni malmesse, diminuiscono le fattorie, le strade di raddrizzano e si intensificano le attività industriali e commerciali. Sembra la pianura padana. Magari quella dei primi anni novanta.

Dal punto di vista estetico la città è carina, niente di più. Però l'atmosfera è speciale, e come al solito la differenza la fa la gente, soprattutto i giovani, molti dei quali sono

colti, attivi, curiosi. Sembra ci tengano molto a rimuovere l'etichetta del cattivo che qualche anno fa la comunità internazionale ha appiccicato addosso a questo popolo. Per quanto mi riguarda ci sono riusciti, ma non ci voleva molto. La patetica scenata dell'ubriacone che ha rotto le balle all'amico David perché non voleva vedere americani in un pub (irlandese) di Belgrado si è rivelata un'eccezione. 


Il museo di Tesla

Scassone dei tempi andati 

Carro armato italiano 

Chiesa ortodossa 

Entrata in Bosnia col treno/2: la gente

Se ne fuma due al giorno... 

Continua da qui. 

Anche l'atteggiamento delle persone è diverso. Negli altri paesi la gente si faceva i fatti suoi, in modo dignitoso e un po' freddino. Se venivi presentato o chiedevi un'informazione ti rispondevano cordialmente, in un inglese impeccabile. Qui cercano il contatto umano, ti fanno una domanda e, quando scoprono che non sai la loro lingua, se non parlano l'inglese si zittiscono educatamente, ma continuano a sorriderti se incrociano il tuo sguardo. Se invece conoscono almeno qualche parola si buttano nella conversazione, amichevolmente, senza imbarazzo, parlando del più e del meno.

Una signora mingherlina mi chiede se può fumare, anche se non siamo in un vagone fumatori (nel treno ce ne sono, vedi foto qui sotto), le dico che per me va bene e lei, quando scopre che non sono bosniaco, comincia a farmi un po' di domande. Tossisce molto, le chiedo quante ne fuma al giorno, lei risponde due. Pacchetti, ovviamente. Poi mi dice che vuole bere, le chiedo cosa, lei risponde qualunque cosa. Forse alcol. L'aria di una che trinca in effetti ce l'ha. In questo treno però non c'è un bar. Si rassegna e si accende una sigaretta. E mi fa un'altra domanda.

Nel tram che mi porta in centro un'anziana signora mi chiede se posso chiudere il finestrino. Vorrebbe parlarmi in tedesco ma, visto che non lo conosco, si adatta all'inglese. Non riesco proprio a immaginarmela una scena analoga in Italia. La vecchina col velo e le borse della magra spesa, in un tram dal numero barrato, che si rivolge ad un giovane straniero con tale disinvoltura linguistica. E questa è pure cresciuta ai tempi di Tito, un'epoca in cui in genere si pensa che il paese fosse piuttosto chiuso. 

Mi avverte quando arriviamo alla mia fermata e scende con me. Mi indica il mio alloggio e mi dice, con la schiettezza di un punkabbestia, che fa abbastanza schifo. 

Per fortuna scopro che l'ostello sta nella strada a fianco, ed è ottimo. 

Il vagone fumatori c'era...