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Brandelli di un mondo bizzarro non è un diario in ordine cronologico da sorbirsi dall’ultimo post. È un archivio di scene, satira e ragionamenti. Parti da dove ti interessa:

Tutti i post in ordine di data restano disponibili sotto. Meglio entrare da una porta, però.

Grigia periferia, domenica sera


Grigia periferia
Lampade al neon
Pioggia fine
Gelido vento

Pozzanghere untuose
Vetri appannati
Cartoni bagnati
Suole zuppe
Passi svelti
Cicche ciacche

Alito umido
Naso chiuso
Corvi in posa
Blatta spiaccicata
Poster slavati
Semaforo spento
Zebrate sbiadite
Aiuola scarna
Ombrello divelto

Cigolio di cardini
Zerbino liso
Lume intermittente
Impronte melmose
Scalini concavi
Corrimano lucido
Puzza di muffa
Chiavistello arrugginito
Strattone alla porta

Luce fioca
Piatti sporchi
Pantofole sfondate
Tendina strappata
Gocce sulla finestra

Mezza boccia di rosso
Avanzi di frittata
Pane raffermo
Moka annerita
Doccia che perde
Dentifricio rappreso

Letto sfatto
Libro ingiallito
Falena che sbatte
Occhi pallati
Lucida insonnia

Spunta l'alba
È già lunedì

Vendattori nati


Osservo una tizia che vende fiori in strada. Adocchia una coppietta e le si lancia contro, sventolando il mazzo di rose. Sul viso indossa il sorriso più raggiante, felice e penetrante che tu abbia mai visto.

Non appena capisce che la coppietta non comprerà, quel sorriso sparisce, così, all'improvviso, senza lasciare alcuna traccia su un volto che si è immediatamente riconfigurato in un'espressione arcigna su supporto marmoreo.

Ad ogni nuova coppia di potenziali clienti il rito della sostituzione delle "maschere" si ripete. Un cambiamento così brusco da un assetto estremo all'altro, talmente improvviso e netto che non sapresti dire in quale dei due "stati d'animo" si identifichi la ragazza.

Ma come cazzo fanno?
Vendattori nati.

Ritratto


Sto seduto su uno sgabello, al bancone di un locale thai, sorseggiando il Negroni che il barista mi ha appena preparato - buono il Negroni. Dopo qualche minuto lo stesso barista mi allunga un blocchetto per appunti che sa di scuole medie anni '80. Sulla pagina aperta c'è uno sketch a matita.

È un volto, di profilo.
Spalanco la bocca sorpreso, e poi gli sorrido.
Quel volto è il mio.
Non so quanto mi somigli, ma sono sicuramente io. E meno mi assomiglia, più mi piace l'idea, perché significa che osservandomi e liberando la sua creatività ha saputo immaginarmi a suo modo.

Non so nemmeno se sia un buon disegno, tecnicamente parlando. A me piace, però non me ne intendo. Posso avere un'opinione competente su un testo, un pensiero, un film, una musica, ma di disegno ci capisco poco. Per me tutti gli sforzi di GENUINA creatività sono bellissimi. I disegni della mia nipotina mi sono sempre sembrati opere d'arte, nel loro genere.

In un mondo in cui devi stare all'erta e defilarti per non finire come comparsa in una "video story" del cazzo, imbattersi in qualcuno che ti fa un ritratto, mentre tu neanche te ne accorgi, è un gradevole ritorno al passato. Un ritorno al passato che nel disorientamento del presente sa di auspicio per il futuro.
Complimenti al "bartista".

Allo stato brado in contesto urbano


Nei cosiddetti paesi in via di sviluppo mi capita spesso di vedere dei tipi di essere umano veramente originali. I più incredibili sono quelli che vivono praticamente allo stato brado, tuttavia in contesto urbano.

Seguono codici comportamentali e sviluppano tattiche di sopravvivenza che per noi irregimentati (qualcuno leggerà "civilizzati") sono totalmente estranei. Si comportano un po' come dei nomadi preagricoli, ma sfruttano tutte le possibilità che la modernità mette loro a disposizione.

Possono apparire curiosi, buffi, misteriosi, ma di sicuro sono esseri umani a tutto tondo, autosufficienti, anzi, certamente più bravi di noi esemplari di "homo technologicus" a cavarsela nelle difficoltà.

Inoltre, nonostante vengano guardati con diffidenza dai passanti e vengano anche bersagliati dalle retate della polizia, sembrano essere aggrappati ad un senso di libertà e autodeterminazione che forse è la vera motivazione alla base delle loro scelte estreme.

Mi chiedo quindi, perché da noi di tipi così non se ne vedono, o quasi? Non è che sopprimiamo ad arte certi tratti propri della stessa natura umana, così che quel genere di individui non compaiano in società? Ci darebbero fastidio? Metterebbero in crisi il nostro sistema di regole e valori? Ci farebbero paura?
Io trovo il semplice quesito in sé - la sua liceità e possibilità - profondamente inquietante.

Incomprensione al punchball - Bangkok, Thailandia


La scena si apre col giovane che ha appena tirato il pugno.
Ha colpito forte e preciso, lo sa. I numeri rossi del punteggio 
in stile anni settanta scorrono veloci, lui ritorna ai margini, qualcuno allunga all'addetto venti baht per prenotare un turno.
Il vecchio dà due pacche sulla spalla del giovane, come a voler dire: "hai fatto bene, figliuolo", mentre annuisce accondiscendente.
Il giovane si gira di scatto e lo fissa con gli occhi strabuzzati della bestia braccata pronta a tutto, mentre pensa: "che cazzo mi tocchi a fare, vecchio culo?"
Si separano così. Il vecchio parlottando tra sé e sé, convinto di avere incoraggiato un ragazzo meritevole. Il giovane scuotendo la testa, turbato per essere stato offeso nella sua virilità ma soddisfatto per aver ricacciato al suo posto il vegliardo con un semplice sguardo.
I protagonisti della scena non ci hanno capito nulla.
Qualcuno, tra il pubblico, sorride divertito.

Urbano criceto in gabbia mentale - Padova, Italia


La psiche di un bimbo nel corpo di un vecchio,
avanza a strattoni, con passo irruento,
canuto e ingobbito curiosa e s'inquieta,
il marciapiedi solcato come sentinella in trincea.

All'improvviso si blocca, allunga il collo,
ascolta sospettoso il fruscio di uno spettro
che da sempre e per sempre, dietro la solita siepe,
spia le sue mosse e gli prepara un agguato.

Farfuglia improperi, o riti propiziatori,
fa dietrofront lanciando un urlo ancestrale,
poi col passo dell'oca fa ripartire la ruota
come urbano criceto nella sua gabbia mentale.


L'oscenità invisibile - Padova, Italia


Puntellato col coccige sul muro di cinta
di un'antica villa del centro città,
tra signore in tailleur, auto di lusso e levrieri,
come se nulla fosse, fissa un'altra realtà.

I pantaloni sdruciti, fermati sopra il ginocchio,
come un cane inarcato, le ginocchia piegate,
lo percorre un fremito, qualcosa precipita
su un cumulo bruno tra le scarpe sfondate.

Persino in India, indigenti e intoccabili,
quando ne hanno bisogno, per dignità,
si scelgono un cantone che, oltre al conforto,
assicuri loro un po' d'intimità.

Ma gli sguardi sgomenti non sono un granché
per chi come lui non usa carta o bidè.
Si alza i calzoni, striscia le suole sul porfido,
poi come un alieno torna a sedersi al caffè.

La cresta del gallomat - Bangkok, Thailandia

 


È famoso, almeno in Europa, il caso degli sportelli bancomat dalle commissioni esose, normalmente appartenenti a circuiti alternativi (non quelli bancari), tipo "Euronet".

Non tutti sanno però che, in caso di utilizzo della propria carta in un paese con valuta diversa da quella del conto bancario di riferimento, anche le banche ufficiali "ci provano", proponendo la scelta di un tasso di cambio precalcolato, rifiutando il quale ci si affida a quello applicato dalla propria banca. Beh, se vi capita una proposta del genere rifiutatela sempre, perché è "indecente".

Me ne ero già accorto in Europa, uscendo dalla zona dell'Euro, quando mi furono proposti dei tassi di cambio da usura legalizzata in Polonia e Repubblica Ceca. Il trucco che permette loro di restare nei confini della legalità è proprio quello di proporre la scelta. E se accetti sei fregato. Ovviamente vengono utilizzate le solite tecniche "retorico/grafiche" che puntano su debolezze evolutive dei nostri meccanismi cognitivi, per cui davanti al messaggio visualizzato siamo inclini ad accettare, per poi pentircene quando facciamo due conti a consuntivo.

Mi è capitato di recente anche a Bangkok. Ho avuto pure il modo di scattare un paio di foto e confrontare sul posto la tariffa proposta, quella applicata dalla mia banca e quella relativa al tasso ufficiale. Ecco il resoconto.

Per un prelievo di 30000 THB la banca locale mi ha proposto un tasso che risultava in un totale di 865 euro (vedi foto sopra, non faccio il nome della banca, tanto ci provano tutte).

Dopo che ho rifiutato, affidandomi al cambio applicato dalla mia banca, ho controllato la spesa effettiva, che ammontava a 815 euro. Vediamo, se non ho imbrogliato per passare l'esame di quinta elementare dovrei farcela: 865 - 815 = 50...quindi sono 50 euro di cresta!!! Pazzesco! Tra l'altro scrivono: "Abbiamo effettuato la conversione alla valuta del tuo conto...per la tua comodità". Comodità un paio di palloni Tango! Forse intendono dire che senza 50 euro in tasca sono più leggero e quindi più agile. Boh.

Ripeto il consiglio: per quanto scarsa possa essere la fiducia che riponete nella vostra banca, non accettate mai il tasso di cambio offerto dalla banca locale. E' un furto legalizzato.

Legalized! - Bangkok, Thailandia

Hanno anche il menù

L'avevo accenntato qui ma avevo rimandato l'argomento ad un altro post. Ecco il post dedicato.

Il governo thailandese ha legalizzato la cannabis. Alla fine è successo prima qui che da noi. Chi l'avrebbe mai detto? Io no, visto quello che ho sentito, osservato e provato in prima persona in più di vent'anni di viaggi. Non me lo sarei mai aspettato, men che meno dalla giunta militare che da qualche anno tiene le redini del paese.

Non so quanti poveri (e ingenui) turisti ho incontrato, che hanno dovuto trascorrere qualche ora/giorno orribile, rovinandosi le vacanze, per aver ceduto alla tentazione di farsi una canna in un luogo di cui non sanno un cazzo.

Poveri ragazzini perquisiti alle stazioni degli autobus e trattenuti per essersi dimenticati di eliminare un granello di erba dallo zaino prima di partire. Altri fermati e perquisiti di notte, in vicoletti bui, lontano da occhi indiscreti, con fare intimidatorio e con la raggelante possibilità di vedersi "piantare" qualcosa in tasca. 

La perquisizione sommaria è capitata varie volte anche a me, ovviamente senza conseguenze.

Stai andando a dormire, hai bevuto un paio di birre e in fondo alla strada noti il fanale della motoretta giapponese su cui viaggiano due poliziotti, sempre gli stessi. Ti vedono, controllano se c'è in giro qualcuno e se è abbastanza buio. Quando si sono assicurati che l'atmosfera è quella giusta si fermano, ti fanno il saluto militare e poi con un sorrisetto beffardo ti invitano a farti perquisire. "Only check!" Only check un cazzo, neanche vi conosco, viscidi corrotti. Mani dappertutto: nelle tasche, dentro le borse, tra le falde dei portafogli. Una volta un agente mi fermò vicino ad Asok, aveva gli occhi da invasato - sembrava che la coca se la fosse fatta lui - mi fisso negli occhi per vedere se avevo le pupille dilatate e poi mi infilò una mano sotto la camicia, la poggiò sul petto e cominciò a contare le pulsazioni. Follia distopica. 

Ovviamente della lotta al traffico di stupefacenti a questi non importa nulla. Capitalizzano sull'ingenuità e la vulnerabilità degli stranieri che, se portati in stazione e trattati in maniera intimidatoria, sbattuti in una gattabuia piena di topi e scarafaggi, lasciati senza informazioni e possibilità di comunicare con l'esterno, ovviamente senza alcuna formalizzazione del fermo, dopo uno o due giorni, alla richiesta di un'ingente somma per "chiudere un occhio" acconsentono senza battere ciglio. E non stiamo parlando di prezzi da paese in via di sviluppo: la bustarella andrà divisa tra tutti quelli che devono tenere l'acqua in bocca e ammonterà a un bel po' di migliaia di euro.

Ne ho incontrato più d'uno che ha subito il trattamento del finto arresto. Più anglofoni, ma anche qualche italiano.

Quando quest'anno mi sono imbattuto in banchetti che vendevano bustine di erba, canne già pronte, grinder, magic cookies e altro non credevo ai miei occhi. "Cannabis is not illegal in Thailand anymore!" scriveva qualcuno, sapendo che in molti avrebbero condiviso la mia incredulità.

Basta che non te la fumi in pubblico, che te la porti a casa e la consumi in privato, per il resto sei a posto. Io non ho comprato nulla. Sono decisamente a favore della depenalizzazione ma non sono mai stato un gran consumatore. I ricordi del passato poi mi incutono ancora un certo timore reverenziale.

Ovviamente lo spirito d'iniziativa dei thailandesi non ha tardato a mettersi in moto. La prima settimana ho visto due banchetti, la seconda cinque, alla terza sono apparsi i furgoncini, infine gli ambulanti col bauletto che si aggirano tra i tavoli del bar.

Dal bando alla deregulation il passo è stato breve. Probabilmente la saturazione del mercato imporrà l'assestamento su una posizione di equlibrio. Ci vorrà qualche settimana, forse dei mesi. La situazione però è fluida: per ora i clienti sono nella stragrande maggioranza ragazzi del posto, ma i turisti sono di nuovo in aumento ed è difficile prevedere l'andamento della domanda.

Ovviamente poi ci sarà qualcuno che si farà beccare a fumare in strada, come se stesse bevendo una birra. E sarà quello il momento in cui gli avvoltoi in uniforme potranno tornare a volteggiare sui cieli della città degli angeli.
Chioschetto

Furgoncino

Di lato

Altro furgoncino

Ancora pillole di decadenza - Bangkok, Thailandia

Un palloncino gonfiato con la miscela di gas e aria

Alcuni anni fa, prima della pandemia, la polizia di Bangkok aveva preso uno dei pochi provvedimenti di cui potessero andare fieri a livello internazionale. Intendo un provvedimento serio, messo in pratica, non una semplice dichiarazione d'intenti che potesse essere spazzata sotto lo zerbino allungando una mazzetta.

Da alcuni mesi era diventato estremamente popolare aspirare a pieni polmoni il contenuto di un palloncino gonfiato con una miscela d'aria e di protossido di azoto, volgarmente detto "gas esilarante" ("laughing gas" in inglese). I baretti sistemati alla buona lungo il ciglio della strada vendevano birra, cocktail scadenti in secchiello di plastica (i famosi bucket) e appunto i palloncini di laughing gas. La gente beveva, inalava, si ubriacava e si stordiva. L'effetto di questo gas infatti non è esattamente esilarante bensì leggermente inebriante e alla lunga anche anestetizzante e dissociativo. 

La polizia era stata a guardare per un bel po', magari riscuotendo delle mazzette dai venditori. Poi, un bel giorno, forse sotto pressione di qualche ministro, delle autorità sanitarie o della FDA thailandese, si era incazzata. Gli agenti effettuarono un'incursione, chiusero i bar incriminati, arrestarono varie persone e confiscarono la merce illegale.

Avevano persino esposto delle foto del materiale sequestrato, accompagnate da un'informativa in thailandese e in inglese sugli effetti dannosi per la salute e l'ambiente del composto (il monossido di azoto è un potente gas serra).

Forse l'azione era offuscata da un po' di ipocrisia ma a me era piaciuta: applichi pene severe per chi fa uso di cannabis, che fa più bene che male, e non batti ciglio se dei ragazzini si fanno di un gas nocivo sotto i tuoi occhi? Insensato.

Purtroppo il ciclone del covid ha scompigliato le carte. Torno a Bangkok e vengo accolto dallo scempio di centinaia di ragazzini thailandesi che aspirano un palloncino dietro l'altro. Tutto come prima, anzi peggio. Perché se tre anni fa ti vendevano un paio di palloncini per 2 o 3 euro, ora per poco più puoi comprarti una scatoletta da 10 ricariche. Degli addetti si aggirano tra i tavoli con il dispositivo che serve a gonfiarli. Li chiami, gli dai una cartuccia, loro la avvitano alla sede d'ingresso sulla bomboletta, che credo sia piena di aria compressa, sistemano il palloncino sull'ugello di uscita, premono una leva e ti porgono il palloncino gonfiatto.

Ho visto un gruppetto di giovani ragazze che aveva sul tavolo più di dieci scatolette da dieci ricariche l'una. Chiedo ad un'amica in comune quante ne hanno comprate. "Una ventina" mi risponde. In due se le sono inalate tutte nel giro di qualche ora: 100 palloncini a testa, fai che qualcuno l'hanno perso e altri li hanno offerti in giro, se ne saranno fatti almeno 70, uno dietro l'altro, come delle fumatrici incallite che accendono una nuova sigaretta con la brace di quelle che stanno per finire.

Sciocco da parte dei ragazzini, cinico da parte dei venditori e irresponsabile da parte delle autorità. Perché hanno fatto marcia indietro? Corruzione? Forse. Libera tutti post covid? Magari.

Ma allora lascia anche che la gente si faccia le canne in strada, no? Controlla la provenienza, tassa pure, ma lascia fare.

E attenzione, forse sta succedendo. Ho notato dei banchetti che vendono...ma no, no, questo è l'argomento di un'altra storia.

Il dispositivo di gonfiaggio

Le scatolette da 10 ricariche

Fase del gonfiaggio

Fase del gonfiaggio

Fase del gonfiaggio

Fase del gonfiaggio

Fase del gonfiaggio

Fase del gonfiaggio


Altre pillole di decadenza - Bangkok, Thailandia

E dai, ragazzi, prendete bene la mira!

Come già detto in precedenza la zona turistica di Bangkok di questi tempi si rivolge alla clientela interna per colmare il vuoto lasciato dal turismo straniero di massa.

All'ora di chiusura dei bar e dei club vedi gruppetti di thailandesi che si avviano verso le fermate dei taxi. Spesso due di loro reggono dai lati un loro amico/a completamente sbronzo/a. Una scena da commediola romantica di serie C, materializzata nel centro della capitale siamese.

L'intossicato è completamente andato, spesso non riesce nemmeno a muovere le gambe e i suoi piedi strisciano di punta sulla pavimentazione nuova della strada principale o sull'asfalto di quelle secondarie. A volte non indossa una scarpa, o nessuna scarpa. Quando è cosciente, invece, di solito passa il tempo a vomitare. In questi casi, visto che gli amici sono impegnati a trasportarlo, gli hanno piazzato la faccia dentro ad un sacchetto del 7eleven, con le maniglie avvolte attorno alle orecchie. Sembra uno di quei cavalli che trainano i carri per turisti nei centri di alcuna città europee, che mangiano la biada col lungo muso infilato in un sacco di iuta che pende dal loro collo.

Ti guardi attorno e ne vedi molti di questi gruppetti. Aderiscono tutti al modello descritto sopra, nelle sue due varianti: 1) lo sbronzo è incoscente e striscia i piedi lungo la strada o 2) è cosciente e vomita nel sacchetto appeso alle sue orecchie.

Avanzano lentamente, ondeggiando e sbandando.

Sembra un'innocua apocalisse zombi. Puoi stare a goderti questo spettacolo "The walking drunk" con la tua birretta in tutta tranquillità, senza timore di essere morso e trasformato in uno di loro. A meno che anche tu di birrette non ne abbia bevute troppe, s'intende.

Agenzie di viaggi: aneddoti - Koh Chang, Thailandia

 

Un'agenzia turistica che noleggia anche moto

Aneddoto #1

Il viaggiatore entra in un'agenzia di viaggi.

"Vorrei andare a Koh Chang, domani".

L'addetto prende il cellulare e compone un numero che copia da un foglietto. 

Tradotto a cazzo dal thai: "Avete un posto per la tratta Bangkok - Koh Chang di domani?"

Ascolta la risposta, saluta e mette giù il telefono.

"Sì, c'è posto, vuoi andare?"

"Sì, certo."

L'addetto compila un voucher e lo consegna al viaggiatore. Questi gli porge il denaro. Poi però è assalito da un dubbio.

"Ma non dovresti chiamare di nuovo e confermare il posto? Comunicando anche il numero del voucher?"

"Ma va, è tutto a posto, ti verranno a prendere davanti allo Starbucks alle 5am in punto."

Ci manca che dica: "Non vorrai insegnarmi il mio mestiere, vero, turista apprendista?"

Ore 5am. Davanti a Starbucks passa barcollando qualche reduce della notte di bagordi, poi un camion della spazzatura, qualcun altro che si alza presto per lavorare. Di pullman per Koh Chang nemmeno l'ombra. Cinque minuti più tardi, come consigliato dall'addetto dell'agenzia, il viaggiatore chiama il numero dell'azienda di trasporto, 

"Salve. Sono davanti a Starbucks, sto aspettando il minivan per Koh Chang."

Dopo qualche secondo di quello che sembra essere un silenzio imbarazzato un uomo risponde:
"Koh Chang? Ah Okay..." E mette giù.

Il viaggiatore non sa se essere rassicurato (ha comunque risposto qualcuno), oppure allarmato ulteriormente (non hanno detto che stanno arrivando).

Dopo un paio di minuti un tizio scende da un motorino e si avvicina al viaggiatore. 

"Vai a Koh Chang?"

"Sì!"

Il viaggiatore fa per prendere il bagaglio. 

"Mi fai vedere il tuo voucher?"

...

"Ah, vedi, la tua agenzia non ha confermato la tratta, ha solo chiamato per chiedere informazioni sulla disponibilità."

Il viaggiatore ripensa all'addetto che lo trattava con sufficienza.

"Glielo avevo anche detto! E adesso?"

"Ti possiamo far fare il viaggio con i mezzi di linea."

"Ma il bus è quello scomodo che fa un sacco di fermate?"

"Sì!"

"E prenderei dei mezzi che dovrebbero costare metà del prezzo, ma senza ricevere un rimborso?" 

"Esatto!"

"E ci metterei il doppio del tempo?"

"Più o meno, sì!"

"Va beh, ci riproverò domani."

Aneddoto #2

Un biglietto di bus, treno o traghetto si può comprare direttamente da chi eroga il servizio, oppure, se non si sa come raggiungere l'azienda o si vuole risparmiare del tempo, si ricorre al servizio di una delle tante agenzie di viaggio disseminate un po' dappertutto nelle zone turistiche. Purtroppo anche se sembrano tutte uguali non lo sono per niente, specialmente riguardo ai prezzi. Un biglietto che l'azienda principale vende a 850b si può trovare a 900b in un'agenzia (50b di ricarico/commissione), ma a ben 1150b in quella che sta solo cento metri più in là. La cifra in valore assoluto non è enorme, ma si tratta di un ricarico quattro volte più grande: 300% in più!

Aneddoto #3

Un tedesco mi racconta di un suo viaggio da Ho Chi Minh City, Vietnam, a Phnom Penh, la capitale della Cambogia. A Ho Chi Minh City un'agenzia di viaggi espone un cartellone che pubblizza un viaggio in bus per Phnom Penh di sole quattro ore! Impossibile, pensa il tedesco. Entra e chiede delucidazioni. L'addetta gli spiega: "Sì, in effetti scriviamo così per attirare i clienti, ma in realtà il viaggio dura 5 ore."

Bugiarda incallita, pensa il tedesco, anche cinque ore è improponibile. Compra comunque il biglietto. Sulla quale l'addetta scrive: "Durata: 7 ore."

Quindi finora abbiamo 3, 5 e 7. Ma non è finita,  c'è chi offre di più .

Entrando nel mezzo il tedesco chiede all'autista fra quanto è previsto l'arrivo a Phnom Penh.

"10 ore, mon ami!"

A giochi fatti, l'autobus sarà arrivato nella capitale cambogiana 12 ore dopo la partenza.

In effetti i clienti li attirano, con un effetto vagamente comico.

La stanza di qualcuno convertita ad agenzia. Vi fanno pure il bucato.

Chiusa per ferie, come se non ne avessero fatte abbastanza, forzatamente.

Chiusa, forse per sempre.

Bonus: toro meccanico da allenamento per rodeo, dismesso, in locale chiuso.

Misure anti-covid, Bangkok - Thailandia



Termometro

In quanto ad allentamento delle misure anti-covid la Thailandia è ancora indietro rispetto a noi. 

L'obbligo più sorprendente è quello della mascherina all'aperto, che teoricamente è ancora in vigore. Onestamente se non sono in qualche zona particolarmente a rischio non la porto mai, col caldo che fa è davvero soffocante. C'è da dire però che molti thailandesi sono ligi.

Anche all'interno di molte strutture se non la metti non succede nulla (come segnale in codice basta osservare se gli addetti la indossano o no, poi decidi di conseguenza). 

Nei supermercati, nei minimarket, nei centri commerciali e nei mezzi pubblici invece va indossata, non ci sono cazzi. Anche nei parchi pubblici è obbligatoria: all'ingresso c'è una guardia che ti invita ad indossarla e a controllare la temperatura sull'apposito dispositivo (vedi sotto).

Una differenza sostanziale rispetto all'Europa è la presenza appunto di termometri su colonnina all'ingresso di molte attività. Sono fissi e basta avvicinarci una mano. Sul display appare la temperatura e viene emesso anche un segnale sonoro. Rispetto ai nostri "a pistola" questi mi sembrano sempre tarati bene: non ricordo di aver mai osservato misurazioni da rettile. 

Quando, prima di partire, ho saputo che sarebbe stato un salto indietro nel tempo in quanto a restrizioni, mi ero preoccupato non poco. In realtà però non è nulla di particolarmente scocciante. Alla fine basta avere una mascherina in tasca e indossarla in quelle poche occasioni in cui è assolutamente necessario farlo.

Dicono anche che il primo luglio varie misure saranno rimosse. Attendiamo fiduciosi.



La mia misurazione



Tutti mascherati, come a carnevale

Pillole di decadenza - Bangkok, Thailandia


C'è un banchetto sul ciglio della strada, sistemato sul marciapiede, tra la filiale di una grossa banca e un bar coi tavoli all'aperto. Tra i tavoli del bar e il banchetto giace stravaccato un vagabondo, visibilmente alcolizzato, narcotizzato e addormentato. Sta sdraiato in diagonale, con la testa rivolta verso la banca e i piedi che puntano il centro della carreggiata. La strada è chiusa al traffico e quindi non rischia di essere schiacciato sotto le ruote di un veicolo pesante, però qualche pedone distratto o uno dei mezzi a due ruote che si infilano tra la folla potrebbero passarci sopra. Tra l'altro è sera, il fondo stradale è color antracite e lui, oltre ad avere la carnagione scura, non si fa un bagno dal giorno dell'esame di terza media ed è spalmato di un denso strato di smorcia scura.

Un addetto alla sicurezza del bar cerca di svegliarlo e gli dice di spostarsi. Il vagabondo alza la testa e strabuzza gli occhi sbalordito, come il presidente di uno stato democratico destato in piena notte dagli ufficiali della giunta militare che ha appena messo in atto un colpo di stato. Sembra non capire cosa gli stia succedendo, forse la musica ad alto volume dei bar lo stordisce, anche se non aveva nemmeno scalfito il sonno profondo in cui era piombato. Si guarda attorno, con un'espressione da pazzo. Poi, quando vede l'addetto che gli dice di alzarsi, sembra pensare: "Ah, tutto qui? Mi hai svegliato perché dormivo in strada? Ma non ti preoccupare, è normale, vai, vai...". Quindi appoggia il capo a terra e in un batter di ciglia rientra in fase NREM, quella pesante, a prova di techno music. 

I ragazzi che gestiscono il banchetto sono preoccupati perché il vagabondo non svolge esattamente la funzione di una modella davanti a una boutique, anzi proprio il contrario. Ora si è voltato: indossa una specie di gonnellina, senza le mutande, alla kilt scozzese. La gente che passa lo osserva con compassione quando lo vede dormire a terra ma viene travolta dallo sconcerto quando lo sguardo si posa sul pube esposto. Va da sé che affrettano il passo e non si accorgono nemmeno del banchetto. La coppietta aveva sperato nell'intervento dell'addetto del bar. Ora non resta loro che agire direttamente. Con l'aiuto di un altro ambulante lo svegliano di nuovo e cercano di far filtrare qualche semplice istruzione attraverso l'imbambolamento dell'alcol. Il vagabondo però non capisce nemmeno dove si trova. Quindi lo sollevano di forza per le braccia e lo spostano più indietro, in un punto più sicuro per lui e più conveniente per loro. La ragazza si sfila una banconota dalla tasca e gliela porge, dandogli qualche consiglio su come spenderla. Il vagabondo, che finora non ha capito nulla, comprende immediatamente il valore del gesto (altro whisky domani), quindi congiunge le mani, abbassa il capo e ringrazia devotamente.

I ragazzi tornano al banchetto, prendono la boccetta del gel alcolico anti-covid e ci si fanno la doccia. Poi cominciano a seguire i primi clienti, che senza la distrazione del vagabondo hanno cominciato a notare i prodotti esposti.

Questa è l'anima del commercio, signore e signori: le apparenze contano.

The show must go on - Bangkok, Thailandia

 

7eleven, chiuso, wow

Alberghetto-ristorantino

Torno a Bangkok dopo due anni di lontananza forzata, una versione macro del distanziamento sociale insomma. Molti mi chiedono com'è la situazione. Ecco un breve resoconto.

Innanzitutto ho visto solo Bangkok. Ho notizie di seconda mano da Pattaya, ma non so praticamente nulla delle condizioni di Chiang Mai, dell'Isan o delle isole a sud.

Il centro della capitale è abbastanza a posto. Vige ancora l'obbligo della mascherina ma se uno non la porta all'esterno non succede nulla. I centri commerciali sono aperti, gli alberghi e i ristoranti principali anche e i mezzi funzionano regolarmente. Va detto però che molti di coloro che trovavano impiego nel settore alberghiero e che sono rimasti a casa non hanno ancora ripreso a lavorare.

Per quanto riguarda la zona più turistica le vie principali sono piuttosto vivaci, almeno la sera, quando si riempiono di turisti (non ancora moltissimi) e (numerosissimi) ragazzi thailandesi alla ricerca di divertimento come se fosse ossigeno dopo un'apnea troppo lunga.

Prima del tramonto, quando sui marciapiedi non ci sono ancora i tavolini e le casse della musica, si notano delle serrande abbassate. Ma sono ogni giorno di meno.

Lungo le vie periferiche - oltre i canali o verso il fiume - invece la scena è molto più triste. Forse addirittura il 50% dei locali - alberghetti, ristorantini, baretti e persino i minimarket della poderosa catena 7eleven - sono chiusi. Non semplicemente chiusi, ma proprio sprangati, murati, diroccati, "discarichizzati". La zona l'ho osservata bene nel corso degli ultimi due decenni e so che molte delle attività sono frutto dell'intraprendenza e della tenacia di famigliole semplici, che si sono lasciate alle spalle il lavoro sui campi e sono venute in città armate di un carretto per vendere spiedini o bibite ai turisti stranieri, hanno investito i risparmi per ingrandirsi e hanno creato dei complessi molto redditizi. Due anni di chiusura totale però sono troppi per molti di loro: ci sono gli affitti da pagare, i debiti contratti e magari una gestione squinternata e qualche vizio costoso. Con l'avvento della pandemia hanno ripreso il carretto parcheggiato in cantina e se ne sono tornati in campagna. 

Non tutti però. Il proprietario del caffè dove vengo spesso a lavorare sorseggiando americano bollente o ghiacciato, mi racconta che non ha mai chiuso, che quando le norme imponevano il solo asporto faceva accomodare i pochi clienti nel retro: praticamente una versione thai di uno speak-easy proibizionista. Alle volte l'incasso della giornata ammontava a pochi euro, ma era sempre meglio che tornare al paesello, tramutatosi nel frattempo in un villaggio fantasma. G., un pensionato americano con cui chiacchiero spesso e che rivedo con piacere dopo questi anni di lontananza, mi confida che gli ha allungato qualche somma nei momenti più difficili.

Lo so che anche da noi è stata dura, ma se vi può servire come magra consolazione sappiate che viviamo comunque nella fettina (ristretta) più agiata del pianeta. E che per il resto dei poveri diavoli che abitano questa valle di lacrime non ci sono ammortizzatori sociali, disoccupazione, cassa integrazione, assegni vari, pensioni, procedure sanitarie onerose a costi da discount, prezzi calmierati, aiuti alle famiglie, ecc.

Per concludere con una nota più lieta, nella settimana abbondante che è trascorsa da quando sono arrivato ho notato che all'interno dei locali chiusi si è cominciato a sgomberare e ripulire, e che alcune attività hanno riaperto o stanno per farlo (la foto che segue è stata scattata nello stesso punto di quella di testa, alcuni giorni dopo).

The show must go on.

Stesso alberghetto-ristorantino, alcuni giorni dopo

 

Come se niente fosse - Bangkok, Thailandia

Saphan Rama VIII

Attraverso la strada per imboccare l'entrata del parchetto che dà sul fiume Chao Phraya, da dove voglio scattare una foto al ponte Rama VIII, illuminato di giallo dopo il tramonto. È uno dei simboli dei miei decenni di viaggi in oriente, e sono due anni che non lo vedo.

All'improvviso sento un botto. Mi volto e noto uno scooter adagiato a terra, un signore che cerca di sollevarlo e lì a fianco un pick-up con un paio di ragazzotti a bordo e il solito cargo di gente nel cassone posteriore. Attendono con calma che il signore alzi il motorino e sgomberi la carreggiata. Il signore maneggia con altrettanta calma lo scooter. Finalmente riesce a sollevarlo, ci sale sopra e lo riaccende. Gli operai del pick-up lo osservano senza commentare, nemmeno con qualche espressione facciale. 

Il signore del motorino ha controllato che il mezzo funzioni regolarmente, si volta verso il pick-up, alza la mano in segno di scuse e di saluto, accelera e se ne va. I ragazzi del pick-up rispondono al saluto e quando la via è libera ripartono.

Se non si fosse capito, il signore del motorino partiva dal ciglio della strada, non ha fatto attenzione al traffico, ha tagliato la strada al pick-up. Il ragazzotto alla guida ha frenato ma non è riuscito ad evitare l'impatto con lo scooter. Il resto lo sapete già.

Lascio a voi il confronto con cosa sarebbe successo da noi.

E' normale - Bangkok, Thailandia

Sono urla quelle che sento? C'è molta confusione in questo angolo di strada nel centro di Bangkok. Alla mia sinistra c'è un tempio buddhista e alla mia destra la stazione della polizia della zona. Sul marciapiedi si affrettano decine di thailandesi, birmani, cambogiani, cinesi, coreani, giapponesi e occidentali. Sulla strada si è formato il solito bordello di taxi, furgoni, automobili, tuk tuk, autobus e motorini. Biciclette, quelle mai, ovviamente, sarebbe da suicidio guidarne una qui: morte assicurata, per trauma cranico o tumore ai polmoni.

Ma non ci sono dubbi, sì, si tratta proprio di urla strazianti. Sembra vengano dall'alto. Sollevo lo sguardo e al secondo piano della casermetta noto un tizio che sporge la testa da una finestra e grida come se lo stessero fustigando. I thailandesi non ci fanno molto caso e la cosa non mi sorprende: probabilmente tirerebbero dritti anche se si trattasse di un'esecuzione sommaria. Sono molto pragmatici i thailandesi: il tizio sta nella stazione della polizia, che ci possono fare loro?

Gli stranieri, invece, soprattutto gli occidentali, si fermano a guardare, come sto facendo io. Il nostro atteggiamento è un misto di curiosità, confusione e solidarietà. Perché quest'uomo grida a quel modo, che gli avranno fatto?

Poi un agente esce dalla stazione e ci si avvicina: l'uniforme impeccabile e attillata sul corpo muscoloso, scarpe, fibbia e mostrine scintillanti, cappello inamidato, viso bruno, bello e pulito.

"Non vi preoccupate, è normale, non c'è nessun problema!"

Quando vede che lo osserviamo più confusi di prima ripete quella che sembra essere la parte fondamentale della sua rassicurazione.

"E' normale, è normale...è tutto normale!"

Ma che cosa è normale, esattamente? Non so se si riferisca al tizio, al suo atteggiamento, alle circostanze. La situazione non sembra avere nulla di normale, e la calma con cui il poliziotto ci chiede di farci gli affari nostri ha qualcosa di paradossale.

Non credo che stia utilizzando il termine con l'accezione che ci aspettiamo noi. Suppongo che per normale lui intenda qualcosa come "tipico di questa persona", "usuale", "per niente sorprendente", nel senso che il tizio si comporta così da quando è stato portato in caserma. Anche se nessuno gli ha torto un capello ed è stato trattenuto giustamente - magari perché guidava ai 100km/h in centro, in stato di ubriachezza e con la patente scaduta - lui reagisce comunque urlando e dimenandosi come se un torturatore gli stesse strappando le unghie con una pinza rovente mentre lo sodomizza usando un mattarello.

E va beh, allora sarà normale, e poi forse hanno ragione i thailandesi: anche se non lo fosse, che ci possiamo fare noi?

Mi incammino riflettendo su quanto sia facile adattarsi ad usi e costumi alieni, specialmente quando ci fa comodo farlo. Ma anche su quanto siano relativi i valori in cui crediamo e che siamo convinti siano invece verità assolute. 

Ha ragione Harari. La solidarietà, la fratellanza, i diritti umani: tutte finzioni che l'Homo Sapiens utilizza per organizzare masse di persone che non hanno nient'altro in comune. Finzioni utilissime quindi, ma pur sempre finzioni. Non c'è nessuna verità, nessun torto o ragione. Spesso non ci sono nemmeno buoni e cattivi. La discrepanza tra la nostra reazione e quella dei thailandesi è dovuta soltanto a due finzioni diverse. 

Malinteso memorabile - Bangkok, Thailandia

Passeggio distratto tra il putiferio di questa zona turistica. Ad un certo punto capto una conversazione a cui la mia attenzione si aggrappa per istinto. Tre turisti cinesi stanno negoziando con un thai una corsa in tuk tuk.

"How much?" Chiede il capo dei cinesi.
"How muuuuuchhhhh???" Ribadisce uno dei suoi amici, compensando con furia pugilistica l'inutilità della domanda.

Alla foga da potenza emergente dei negoziatori inesperti il thailandese oppone la sua calma buddista, disarmante, persino irritante.

"200 baht."

"No! No!", risponde il comandante dei cinesi.

"No! Nooo! Naaaaaaaaawwwwww!", ribadiscono i suoi amici, sporgendo i menti sopra le spalle del capo, come belve che sbavano dietro le sbarre di una gabbia.

Il thailandese li osserva senza scomporsi. Ricorda Neo di Matrix che schiva i proiettili. Quando riprende a parlare sembra quasi annoiato.

"Okay, how much you give?"

E qui arriva il colpo di scena, quello che il mio intuito aveva forse prefigurato: da una conversazione tra un tizio che parla tre acche d'inglese e tre che unendo le loro forze ne capiscono due, scaturisce un malinteso memorabile.

Facciamo il punto della situazione: il conducente ha avuto la sfrontatezza di chiedere 200 baht, 5 euro, per portare i turisti all'altro capo della metropoli. Questi giustamente reagiscono oltraggiati. E rilanciano.


"300...", la butta lì il cinese, titubante, temendo forse di tirare troppo la corda.

"Yes, 300! 300...no more!" ribadiscono con veemenza i suoi amici.

Il conducente riesce in qualche modo a nascondere la sorpresa, poi comprende che questa non è una trattativa commerciale, bensì una partita di poker con dei polli da spennare. Abbozzando un'espressione da mercante sopraffatto, allarga le braccia e sfodera il bluff.

"Okay, okay, 300 bath..." Dopo un momento di pausa, per risultare ancora più convincente, aggiunge una chicca da truffatore incallito: "But only for you!"

Poi si gira e si avvia verso il suo mezzo, senza perdere tempo, prima che le risate di qualche passante insospettiscano i ragazzini.

Questi sghignazzano e coi gomiti si danno dei colpetti sui fianchi. Cazzo, ragazzi, incredibile, ce l'abbiamo fatta: abbiamo fregato un tassista thailandese!

Il prezzo da pagare - Bangkok, Thailandia

Tra i vari barboni che affollano i marciapiedi di Bangkok ce n'è uno che incrocio spesso. Passa la sua giornata in una specie di galleria, un vicoletto coperto da lamieracce che collega due strade, utilizzato, a seconda delle necessità, come mercato, scorciatoia o bivacco appunto. E' un tipo dall'aria simpatica, bassino, cicciottello, con l'occhio vispo e una barbetta nera. La notte dorme sulle panchine di un centro di massaggi. Di giorno e di sera sta invece seduto nella posizione del loto, con la schiena rivolta verso una parete che separa due negozi. Quando qualcuno gli passa davanti lui chiude gli occhi e con dei movimenti scattanti abbassa la testa e unisce le mani in preghiera, invitando la buon'anima a depositare qualche moneta nel bicchiere di plastica che sta sempre davanti a lui.

L'altro giorno, passando di lì, l'ho visto seduto nella sua usuale posizione meditativa, rivolto però non verso il centro del vicolo bensì a fissare la parete, schiena ai passanti. Tra le mani reggeva una torta alla crema, di quelle economiche, industriali, chimico-radioattive che vendono nei 7-eleven. Sono pronto a scommettere che gliel'aveva appena regalata qualcuno, come il mezzo phat thai che il mio amico coreano - non essendo riuscito a terminarlo a causa del troppo peperoncino - gli aveva donato il giorno prima.

Il barbone se ne stava lì, senza far nulla, con la torta poggiata sui palmi delle mani. Ad un tratto ha abbassato lo sguardo, con lo stesso movimento rapido che utilizza per impietosire chi gli passa davanti. Ho pensato che si apprestasse ad assaggiare il suo dolcetto, invece si è fermato col naso a pochi centimetri dalla crema - come per annusarla - ed è rimasto in quella posizione per alcuni secondi. Poi, all'improvviso, ha alzato le mani e s'è spiaccicato la torta in faccia. Tenendosela schiacciata contro il volto ha quindi cominciato a muovere la testa, lentamente, a destra e a sinistra, in basso e in alto, per spalmarsi 
per bene la crema sugli zigomi, sulla fronte e sul mento. Soddisfatto del risultato ha rialzato il viso, si è poggiato la torta sulle gambe e ha infilato le dita nella crema per gustarsela. 

Solo a quel punto mi sono accorto che mi ero fermato ad osservarlo: pensando che avrei potuto metterlo in imbarazzo mi sono prontamente rimesso in marcia, senza smettere di interrogarmi sul perché avesse fatto una cosa del genere. 

Qualcuno potrebbe liquidare la questione concludendo che non ci sta molto con la testa, e magari avrebbe pure ragione. Io però credo che sia qualcos'altro. Può darsi che mi sbagli ma ho l'impressione che si sia voluto infliggere una sorta di punizione per aver ricevuto un dono così prelibato, che abbia voluto pagare con quel gesto il lussuoso dessert che gli era stato offerto. Hai visto cos'è successo? Te ne stai qui tutto il giorno, circondato da gente che lavora, si affretta e si stressa, a chiedere la carità, senza fare nulla. Ogni tanto ti danno una moneta, alle volte mezzo phat thai oppure il resto di uno spiedino di maiale. Oggi qualcuno ti ha regalato una torta alla panna, fresca, intera, nella sua bella confezione di plastica trasparente. Una torta da signori, a te, che pisci dietro la colonna e ti lavi con lo sputo. Non vorrai mica sorridere, aprirla e pappartela in pace, così, come se niente fosse?! Eh no, tu quel regalo da signori lo devi pagare: la torta te la gusti solo dopo essertela schiacciata in faccia, tiè!

Un vero affare! - Bangkok, Thailandia

Siete stati in Thailandia almeno una volta nella vita? Ci siete andati prima del 2016? Siete usciti la sera, dopo una giornata a scarpinare sotto il sole tra templi e bancarelle? Vi siete seduti al baretto improvvisato, con i tavolini sul ciglio della strada e le seggiole sistemate sopra i tombini, tra liquame e spazzatura? Avete ordinato una birra Chang, bottiglia grande?

Mi riferisco a quella che il cameriere thailandese chiama laaarrrge, da 66 cl, etichetta verde oro su vetro marrone, pochi spiccioli, tanto alcol, 6.4% il contenuto indicato dalla casa produttrice. In realtà in passato la Chang non aveva un controllo di produzione molto efficace e quella cifra si riferiva ad un valore medio piuttosto grezzo. La distribuzione del contenuto alcolico nelle varie bottiglie era rappresentata da una gaussiana bassa e cicciona, con deviazione standard non trascurabile. Anzi, forse non si trattava nemmeno di una gaussiana e quello non era affatto un valore medio: sembrava essere piuttosto un valore minimo. Tradotto in parole povere: ogni bottiglia aveva un contenuto alcolico di almeno 6.4%, ma poteva tranquillamente capitarvi una boccia da 8%, botta assicurata.

Tempo che fu! Come potete notare osservando l'esemplare nella foto la Chang ha apportato ai suoi prodotti vari cambiamenti, alcuni più evidenti, altri un po' meno.

Innanzitutto il vetro della bottiglia non è più di quel caratteristico marrone che faceva tanto Asia rurale: gli uomini marketing del nuovo corso della Chang hanno optato per una tinta verde smeraldo, più chic, metropolitana e occidentale, che ricorda le bottiglie della Heineken o della Carlsberg.

Oltre ad averle cambiato il vestito l'hanno messa pure a dieta: non più 66 cl, bensì 62. Inoltre le hanno anche abbassato il livello dell'alcol nel sangue: 5.5%, e si tratta di un vero e proprio valore medio ora, controllato molto meglio di un tempo. E' vero, rimane sempre più alto di quello delle concorrenti (Singha e Leo stanno fisse a 5%), ma si tratta comunque di un bel taglio.

E' per la vostra salute, sembra che dicano loro. E' per le loro tasche, dico io. 

Considerando che anche il prezzo è aumentato non restano dubbi: ci hanno inculato!