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Brandelli di un mondo bizzarro non è un diario in ordine cronologico da sorbirsi dall’ultimo post. È un archivio di scene, satira e ragionamenti. Parti da dove ti interessa:

Tutti i post in ordine di data restano disponibili sotto. Meglio entrare da una porta, però.

L'urlo di battaglia

A me questa sterile polemica motociclistica aveva stancato più o meno mezzo minuto dopo che era stata innescata. Per giorni mi sono limitato a far finta di niente, a voltare pagina, a cambiar canale. Questo però va oltre il limite del sopportabile. Più di tre settimane dopo il "fattaccio", o come diavolo lo chiamano quelli dell'ambiente, quando nel frattempo è successo di tutto, dagli avvenimenti normali che logorano o plasmano la società a poco a poco a quelli epocali che la rivoltano come un calzino, questi due bamboccioni dispettosi continuano senza vergogna il loro bisticcio irritante. Il loro ego alimentato dalle migliaia di pecoroni che partecipano al teatrino con i post su Facebook e le chiacchiere al bar, che ci hanno spappolato le palle per settimane sostenendo le ragioni di uno (in Italia) o dell'altro (in Spagna), come se non ci fosse nient'altro di cui parlare, di cui scandalizzarsi, su cui speculare. Una massa omogenea di impiegati, disoccupati, dirigenti, giornalisti, intellettuali: un incantesimo collettivo, un lavaggio del cervello generalizzato.

Quegli "appassionati" del mondo dei motori, molti dei quali, con snobismo inferiore solo a quello dei loro colleghi del rugby, hanno spesso puntato il dito sui "tifosi" del calcio, rei di stupidità, massificazione e infantilismo, indicando lo sport su cui convogliano la loro "passione" come l'esempio di purezza, correttezza e sportività. Senza accorgersi che col loro goffo tentativo di distinguersi dal popolo bue finiscono per posizionarcisi giusto nel mezzo.

In questi ultimi giorni il mondo del calcio, effettivamente affetto dai gravi problemi di cui lo si accusa, aggiungendoci anzi una bella dose di ipocrisia, ha voluto uniformarsi alla puntuale ossessione partecipativa di massa, quella che produce bandierine, canzoncine, sciacallaggio mediatico, caccia a storielle strappacuore, esibizioni teatrali e altre inutilissime buffonate varie. Tipiche reazioni del mediocre menefreghista che si sente in dovere di far notare la sua presenza per un paio di settimane, quando l'acqua sembra toccare il culo, prima di ricominciare a farsi i miseri cazzi suoi quando le autorità sono riuscite a indurre nella sua mente malleabile la sensazione melliflua della sicurezza apparente.

Almeno però le bandiere francesi allo stadio, le marsigliesi cantate in coro, gli abbracci tra avversari, pur se intrisi di falsità ed esibizionismo, sono serviti a comunicare una sorta di decenza, quella di chi riesce per un po' a tener chiusa la coda di pavone e dimostra di aver dato una sbirciata ai titoli dei giornali. La vanità dei due mocciosi dà invece prova di non aver alcun limite.

E pensare che ad uno dei due (quello "nostro", per intenderci) hanno persino conferito una laurea ad honorem. In comunicazione, niente popò di meno. Sarà stato il premio che in Italia spetta di diritto a chi evade le tasse. Dottore, si fa chiamare. Saranno contenti quelli che si devono pippare sei anni di studio per conseguire una laurea in medicina e altrettanti per specializzarsi e completare i tirocini necessari a svolgere la professione. Se l'è scritto persino nel culo. Anche se, pensandoci bene, considerando il valore del titolo non poteva far altro che scriverselo proprio lì.

Basta ora attendere che i vaccini anti-panico facciano effetto, si potrà quindi ammainare il cerimonioso tricolore e tornare finalmente ad issare il fiero urlo di battaglia: "Io sto con Vale". Cioè, io nel senso di tu, egli, ella, voi, essi, esse. Io, nel senso di io, sinceramente, no.

Le scorciatoie finanziarie

Il mio pensiero va a tutti coloro i quali, negli anni, mi hanno guardato con altezzosa e divertita superiorità quando sostenevo che paesi, popoli e società progrediscono, avanzano e prosperano grazie non ai movimenti di borsa ma all'invenzione di prodotti e servizi innovativi, all'ideazione di nuovi sistemi socio-politici e paradigmi culturali, alla ricerca scientifica, alla creazione artistica. E che questo, con le dovute proporzioni, vale anche per i singoli individui, quelli che qualcuno preferisce chiamare "risparmiatori", riducendoli a pedine sullo scacchiere della finanza mondiale.

Quando mi ostinavo a diffidare di investimenti, speculazioni e "scommesse in borsa" (espressione orrenda). Di qualsiasi scorciatoia finanziaria per la crescita del reddito e la felicità.

Quando dicevo che se hai comprato i bond argentini per "fare l'affare" e ti sei ritrovato con un pacco di carta da macero sono cazzi tuoi! Che, a frittata fatta, aspettarsi di essere aiutati con i soldi dei contribuenti è una richiesta infima.

Quando mi venivano i conati di vomito solo a pensare che crisi puramente finanziarie come quelle del '29 o del '07-'08 potessero aver messo in ginocchio per anni l'economia reale a livello mondiale.

Quando affermavo che sono un curioso quasi a 360 gradi, diciamo 359.9, perché posso provare a interessarmi di qualunque materia, dalla storia dell'arte pigmea alla statistica applicata alle varietà di guano d'uccello, ma se qualcuno mi parla di strumenti finanziari, obbligazioni, futures, derivati, hedge funds, mi prende un violento attacco di orticaria.

Quando rispondevo "no, grazie" se mi confidavano che la ricetta è semplice: basta individuare pochi titoli validi, anche uno soltanto, di aziende solide, di economie forti, di sistemi seri, di paesi potenti. "Tanto per farti un esempio...compra Volkswagen, vai sul sicuro!"

Come dicevi? Guadagni costanti e sicuri? Zero imprevisti? Garanzie sistemiche? Anaggolo, anaggolo...ma che cazzo stai a dì?

Come carta da culo credo che le azioni VW siano un po' troppo ruvide e rigide. Magari, chi lo sa, si potrebbe provare ad incartarci la mortadella.

Mi dispiace tantissimo per chi, senza colpe, ci rimetterà il lavoro.

Ma, se servirà a dissipare il mito dei "soldi facili", forse lo scandalo VW non sarà scoppiato invano.

La ciliegina sulla cacca

La lagna brontolona sulle (cattive?) abitudini di noi italiani verte oggi su un argomento apparentemente più leggero dei precedenti, le cui implicazioni non sono però da sottovalutare.

Premetto che non vedo un gran premio nella sua interezza dal '56. Tuttavia, ogni volta che sento telecronisti o appassionati di F1 pronunciare Vettel con la F, Fettel, mi sembra di tornare ai tempi della scuola ed essere trafitto dallo stridio delle unghie di un compagno idiota che graffiano la lavagna.

E' il tipico esempio di smania per la spocchiosa puntigliosità a cui spesso gli italiani non riescono a resistere. Potrebbe essere scambiata per interesse per le lingue, per amore della precisione, per passione per la cultura generale, invece si tratta di una pulsione vanitosa e irritante che non trova alcun fondamento in una qualche competenza specifica. Infatti, dopo il cambio di consonante iniziale, il linguista da birra, divano e Sky TV non si chiede nemmeno se in tedesco la doppia t di Vettel vada pronunciata o meno. Chi se ne frega, l'importante è utilizzare la F al posto della V, come se si trattasse della parola d'ordine per essere ammessi ad un circolo di iniziati.

Ma se pronunciamo Vettel con la F, perché non ci curiamo anche di aspirare la H di Hamilton? Riducendo invece il povero cognome del britannico a uno sgorbio che in veneto suona come la traduzione di "a me il tonno?" E perché pronunciamo Marquez e Lorenzo con il suono italiano della "z"? Peggio ancora, tornando al tedesco, perché pronunciamo Schumacher con la "ch" di "che" cazzo ne so? E' facilissimo: lo facciamo perché è giusto così, perché per guardare un evento sportivo non è necessario essere esperti in cinque lingue. Lo facciamo per comodità, per semplicità e anche, perché no, per umiltà e modestia. La modestia di ammettere che il tedesco non lo sappiamo. Quindi, se pronunciamo gli altri nomi all'italiana, perché Fettel? Perché "Sanetti"? (Quest'ultimo ancor più ridicolo, considerata l'origine friulana del calciatore). Forse per dimostrare che, dopo aver studiato l'inglese a scuola per otto anni e non averci capito un tubo, abbiamo imparato il tedesco e il castigliano per corrispondenza?

Preferisco di gran lunga l'esempio degli spagnoli, che quando vanno a mangiare indiano, per esempio, parlano di curry, con la U. Non "cherry", con la E, come facciamo noi, sostituendo per presunzione un errore che sarebbe almeno giustificato dalla fonetica della nostra lingua con un altro assurdo, che non trova riscontro né in italiano, né inglese, né in hindi. Pronunciamo forse anche "work" con la E? Werk? No. Strano però, visto che si tratta dello stesso suono.

Abbandoniamo ora il caso specifico e veniamo alla dovuta generalizzazione. L'italiano della spocchia vuota, della vanità ignorante e della pignoleria infondata ricorda un pasticcere che passa un'ora a posizionare in maniera accurata una succosa amarena su una torta al cioccolato, calda e fumante, fresca fresca di forno, senza accorgersi che la sta poggiando su una placca di merda, calda e fumante, fresca fresca del culo di una vacca (oggetto per cui in veneto esiste un termine tecnico specifico: "boassa").

L'amore per l'effimero, il fronzolo, il tocco di classe, quando sotto non c'è il minimo di sostanza. Questo è quello che ci caratterizza. Ma anche ciò di cui ci accontentiamo. La moda, il design, l'estetica, la cucina prelibata, i vini pregiati, tutto bellissimo, se goduto dopo essersi occupati di altri aspetti più concreti della vita. Magre consolazioni se sono tutto ciò che ci resta.

Forse ce la caveremo ancora, forse no. Di sicuro se rovina sarà, sapremo affrontarla indossando abiti splendidi e con in pancia l'ultimo tortellino fatto come Dio comanda.

E magari pronunceremo "The End" con l'accento della regina.

Italia vs Germania, la speciale normalità

Ed ecco che ci tocca ascoltarla di nuovo. L'incensazione lagnosa, patetica, tardiva e tendenziosa dell'esempio tedesco. Ma piantatela!

La Merkel non è un genio, il popolo tedesco non è sempre e comunque un modello inimitabile di organizzazione ed efficenza. Semplicemente da quelle parti fanno collettivamente quello che ogni individuo, anche italiano, preso singolarmente, fa nel suo piccolo ogni giorno. C'è un problema di ordine pratico: lo analizzi, lo scomponi per capirlo, lo osservi da varie angolazioni e cerchi quindi di farti venire in mente una buona soluzione. Quando credi di averla trovata, la applichi.

Noi italiani non manchiamo certo di intelligenza, creatività e astuzia. Siamo semplicemente ostacolati dal nostro atavico impulso alla caciara, alla vanità, all'orgoglio, all'immobilismo, allo scontro verbale, all'arrocco su posizioni pseudo-ideologiche totalmente fuori luogo. Dal presidente del consiglio di turno all'ubriacone d'osteria, tutti adepti e vittime del passatempo nazionale: la divisione in fazioni, il ridurre ogni questione, politica, economica o umanitaria che sia, a una sorta di Palio di Siena o di derby della Madonnina.

Anche davanti all'emergenza dei migranti il popolo italiano si è diligentemente schierato, con ordine quasi marziale, nei due gruppi che, considerata la storia degli ultimi cento anni, più stereotipati di così non potrebbero essere: da una parte i superuomini ansiosi di mettere in mostra i muscoli dell'orgoglio nazionalista (o meglio regionalista), che propongono scenari assurdi da soluzione finale, e dall'altra gli illuminati cervellotici, sempre troppo inclini a sottolineare il loro progressismo, pronti a negare l'evidenza di immagini e numeri pur di plasmare la realtà sul modello delle loro buone intenzioni.

Il problema pratico si risolve con un approccio pragmatico, senza circonvoluzioni odiose e inutili chiacchiere, e di fronte all'emergenza "nazionale" ci si mobilita come "nazione", un'entità con un proprio interesse inserita in una comunità più ampia. E' quello che fanno i tedeschi, che non sono "più speciali", ma "più normali" di noi.

Dentro tutti i profughi e i rifugiati, senza distinzioni. Concessione di asilo politico, anche con procedure d'urgenza, di alloggi, aiuti, opportunità di lavoro e di studio. Dentro anche i criminali (dentro le galere, ovviamente, inclusi quelli italiani). Chi vuole venire per sbarcare il lunario è invitato a recarsi con passaporto e documenti necessari all'ambasciata italiana del paese di provenienza. A Delhi e in altre capitali asiatiche ho visto code di agricoltori e operai diligentemente in attesa, con in mano le pratiche per le domande di assegnazione del lavoro e del permesso di soggiorno. Povera gente, educata e civile, trattata dai nostri addetti consolari con giustizia, cortesia e generosità. Se l'iter è troppo complesso il governo lavori per snellirlo, senza troppe polemiche. Se girate per il mondo questo è lo standard che siete tenuti ad aspettarvi e ad accettare. Scuse di carattere finanziario, sociale e politico non sono ammesse. Gestire i flussi migratori non è una cosa semplice, e bypassare le procedure non aiuta di certo. 

Si dovrebbe inoltre iniziare ad agire nei paesi di provenienza per sensibilizzare e mettere in guardia i clandestini potenziali, scoraggiandoli con dati e notizie sulla situazione reale del nostro paese, sui rischi delle traversate, sulle subdole intenzioni delle organizzazioni che li abbindolano. Operare una campagna contro-propagandistica per sgretolare i miti con cui quei criminali li convincono a partire.

Al contempo se ai confini del nostro impero infuria la guerra, barricarsi in salotto e stare comodamente ad osservarla è non solo un comportamento disumano ma anche suicida. Non esistono barriere impermeabili alla diffusione di odio, follia, miseria, violenza, malattie.

Non è l'approccio tedesco. Non è nemmeno un approccio speciale. E' semplicemente un approccio normale.

La fortuna di essere nati in Europa

Ho appena letto un interessante articolo sul Corriere che mi ha dato la possibilità di riflettere su tante cose osservate durante i miei viaggi in Asia. Ecco il link.

Quel che dice l'autore è tutto vero.

In questi anni ho incontrato decine di cinesi nati mezzo secolo dopo lo stupro di Nanchino indottrinati dalle astute e ciniche autorità di Pechino a sputare sul Giappone schizzi di veleno propagandistico, ma anche giapponesi recalcitranti, se non apologetici, indiani e pachistani che si odiano senza essersi mai conosciuti, malesiani e singaporiani che si azzuffano per il prezzo dell'acqua del rubinetto, thailandesi e birmani che si osservano con diffidenza a causa di conflitti pre-coloniali, sciiti che si riferiscono ai sunniti come se fossero invasori alieni e viceversa. Delle non-relazioni arabo-israeliane meglio non cominciare nemmeno a parlarne.

Lamentarsi per ciò che non va è giustissimo, pensiamo pure a criticare, riformare, rottamare, ricostruire e sostituire, a patto di non scordarci mai la fortuna che abbiamo avuto a nascere in un'Europa che ha saputo, anche con una grossa dose di sana e buona ipocrisia, mettersi alle spalle conflitti secolari.

Perfino la crisi dei migranti, come dice l'autore alla conclusione dell'articolo, può essere considerata una conseguenza del nostro successo storico.

Uber e i tassisti

Leggendo delle recenti proteste dei tassisti contro Uber, il sistema di carpooling e noleggio auto con conducente (quindi servizio diverso da quello offerto dai taxi, anche se in pratica molto simile), degli attacchi subiti da alcuni autisti Uber, e ricordando i metodi aggressivi, fascisti e illegali con cui alcuni anni fa la categoria si oppose alle riforme varate dal parlamento votato dai cittadini italiani, riforme che furono gettate nella spazzatura dopo che il governo si tirò vilmente indietro sancendo di fatto la superiorità degli interessi di una categoria minuscola su quelli della stragrande maggioranza della popolazione, mi è venuta in mente una domanda. Eccola.

Se la protesta dei tassisti contro Uber è legittima, lo sarebbe stata anche quella, eventuale, dei vecchi laboratori fotografici contro l'avvento della fotografia digitale?

Gambling for a living - Chiang Mai, Thailandia

- Vivi a Chiang Mai?
- Sì. Da sei anni.
- E che ci fai?
Il francese risponde alla mia domanda, ma un gruppo di ubriaconi scoppia a ridere e non riesco a sentire bene quel che dice. Forse broker.
- Broker? In che ambito?
- No, no, non broker. Poker! Gioco a poker online.
- Poker?
- Già...
- Texas Hold' em? Quella roba là?
- Esatto!
- Ma...come passatempo o per guadagnarti da vivere?
- Ci campo. È l'unica cosa che faccio, da ormai sette anni.

Avevo sempre sospettato ci fosse qualche individuo che riesce a tirare avanti col gioco d'azzardo. Casi rari, probabilmente temporanei, volatili. Gente che vive al limite, che magari va in rovina quando il vento della sorte cambia direzione.

Il francese invece mi spiega che il gruppo è piuttosto folto. Lui conosce almeno una ventina di connazionali di stanza a Chiang Mai, e presume che ce ne siano più di un centinaio in tutto. E altri ancora in località diverse, varie centinaia dei quali a Bangkok.

E non lo fanno perché sono, come si suol dire, dei gambling addicted, gente che non ne può fare a meno, anche a costo di mandare in rovina la propria famiglia. Questi giocano e scommettono in maniera razionale, come lavoro, per guadagnare dei soldi. Possono farlo solo col poker, ovviamente. Con giochi come la roulette e il Blackjack starebbero a dormire sotto un ponte dopo poche settimane.

- E' un lavoro molto strano. Quando vinci lo dai quasi per scontato, un po' come chi tira lo stipendio. Quando perdi invece ti deprimi, perché non conosci nessuno, a parte un giocatore di poker, che si sveglia per andare a lavorare rischiando di tornare a casa la sera con meno soldi di quelli che aveva prima. Mi è capitato di rifiutare l'invito di amici che uscivano per andare a divertirsi. Dovevo giocare, che per me significa lavorare. Alla fine della serata avevo perso molto più di quello che loro avevano speso in ristoranti, bar, discoteche e donne. Ma quando il giorno dopo torni a giocare non puoi pensare a quel che hai perso, a quanto devi guadagnare per recuperare, alla rivincita. L'unica cosa su cui ti devi concentrare è come giocare al meglio con le carte che hai. Sempre. E a nient'altro.

Il racconto di questo simpatico ragazzo francese mi ricorda la lezione che Paul Newman impartisce all'ingenuamente esuberante Tom Cruise ne Il colore dei soldi.

Ora che ci penso, in questo periodo il mercato dei corsi con cui di solito mi mantengo langue, e sto considerando l'eventualità di riempire i vuoti con altre attività, sempre al di fuori del mondo delle aziende, degli uffici, dei cartellini, delle cravatte. Magari potrei farci un pensierino...

Rilassatevi, la colpa del dramma dei migranti non è tutta vostra

Sicuramente bisogna fare qualcosa per risolvere il problema dell'immigrazione clandestina, dei barconi che affondano, dei poveracci che annegano, del traffico brutale di esseri umani. Molto probabilmente si sarebbe già dovuto prendere qualche serio provvedimento in passato. Ed è comprensibile che la dimensione della tragedia tocchi la sensibilità della gente. Chi ha un po' di cuore non può che essere colpito dalle notizie e dalle immagini diffuse di recente. Non sono quindi giuste (non sempre almeno) le accuse di buonismo a chi esprime solidarietà o anche solo dispiacere e sgomento.

L'orda di flagellanti virtuali che ha tramortito il web a colpi di commenti penitenti è però sconcertante. Va bene, è vero: tra i vari motivi che hanno portato alla situazione attuale ci sono ANCHE il colonialismo, l'imperialismo, lo schiavismo e lo sfruttamento delle risorse in Africa e nelle altre aree in via di sviluppo. Non sono però le uniche ragioni, e non è detto nemmeno che siano quelle preponderanti. 

Qualcuno saprebbe dire in che condizioni sarebbe il continente africano se la storia fosse andata in modo diverso? Io no, e non sono assolutamente sicuro che la situazione sarebbe tutta rose e fiori. Di sicuro quando le potenze occidentali hanno spalleggiato dei dittatori compiacenti si sono verificate gravi violazioni dei diritti umani. Ma quando hanno dato assistenza alle forze popolari e rivoluzionarie, o anche (e specialmente) quando si sono tenute in disparte, la situazione è spesso degenerata in conflitti tribali, guerre civili, massacri, perfino genocidi. La tratta degli schiavi c'è stata, è innegabile, perché c'era chi li comprava (in Europa, in Africa e altrove), ma anche, ed è innegabile pure questo, perché in Africa c'era chi li vendeva (così come succede adesso con il contrabbando dei migranti). Da decenni le risorse del territorio vengono sfruttate e vendute al miglior offerente da spietati faccendieri del posto (sottolineato, del posto), spesso con corollari di violenza, sofferenze e stenti. 

Esprimete pure quindi il vostro comprensibilissimo orrore per le continue tragedie, ma quando è l'ora di puntare il dito rilassatevi un po', non siate così severi con voi stessi: USA, UE e Cina non sono gli unici responsabili. In alcuni casi non lo sono per nulla, o quasi. Anzi, spesso l'unico aiuto concreto, anche se non sempre sufficiente, viene proprio da lì. Questo non vuol certo dire che noi non c'entriamo nulla. Serve però per mettere un po' le cose nella giusta prospettiva. Ma soprattutto per tranquillizzare chi dalle nostre parti è troppo incline a dichiararsi colpevole: mettetevelo in testa, non è vero, non è tutta colpa vostra! Ora alzatevi dalla seggiola. Sentite che sulle vostre spalle grava già un peso minore? Bene, andatevi a fare una passeggiata e questa notte dormite sonni più tranquilli.

Se invece continuate a sentirvi schiacciati dal fardello della responsabilità più o meno diretta è meglio che usciate dal coro delle accuse vuote e muoviate piuttosto il culo per fare qualcosa di concreto. Basta poco, non c'è bisogno di partire con una missione umanitaria rischiando il sequestro di persona o peggio. La soluzione si trova probabilmente tra le piccole tappe della vostra routine quotidiana. 

Limitarsi ad agitare le dita sulla tastiera per scrivere dei commenti struggenti e masochisti in Facebook o a spruzzare vernice sui muri per lasciare agli addetti del comune qualche slogan maldestro da cancellare non ha mai aiutato e mai aiuterà nessuno. Risulta anzi presto stucchevole e alla lunga irritante. Se proprio non dovete fare un cazzo per risolvere il problema è meglio che rimaniate in silenzio nel sicuro calduccio del gregge delle pecore che (a vostro giudizio) ne traggono vantaggio. 

Sarà forse un po' più cinico, ma di sicuro anche molto meno ipocrita.

Lo scorpione umiliato - Bangkok, Thailandia

Allevato, impalato, condito e fritto vivo,
venduto per pochi spicci ad un turista sbronzo,
assaggiato, masticato, disprezzato, sputato,
scaraventato al suolo, accanto a un mozzicone.
Cristo Santo, guardatemi! Ditemi che vedete,
un terribile scorpione o un gamberetto nero?


Jazz, monumenti e dittatura - Bangkok, Thailandia

Il Monumento alla Democrazia, pulito, decorato e illuminato con cura.

L'ironia del Monumento alla Democrazia di Bangkok. Pulito, decorato, illuminato come un'antica statuetta in una teca del museo di Shanghai. Accudito con estrema cura dall'amministrazione di una giunta militare. Nel frattempo delle enormi casse acustiche diffondono nella zona che circonda la sede del Ministero della Difesa le note di allegri motivi jazz.

Ricordo che anni fa un tassista, mentre passavamo davanti al bell'edificio circondato dai più importanti templi del paese, indicandomelo l'aveva chiamato The Pentagon of Thailand. Chi lo sa, magari anche i generali lo stavano ascoltando. Al posto di Pentagono devono però aver capito pentagramma.

Davvero molto buffo. Osservando con attenzione le foto, nello sfondo mi sembra quasi di scorgere George Orwell che sorride beffardo...


La sede del Ministero della Difesa, con le luci colorate, le casse e il jazz.

Il gelato abbandonato - Kuala Lumpur, Malesia

Ordinato, pagato, afferrato, scivolato,
lasciato a squagliarsi sull'asfalto tropicale,
mai sfiorato da un labbro o leccato da una lingua,
abbandonato senza nemmeno un momento di passione.
Questa vita così arida, senza sentimenti,
che finisca in fretta, adesso, qui:
col pneumatico di una moto che mi sfracella il cono!

La verdura che vola - Pattaya, Thailandia

Al ristorante "La verdura volante", a Pattaya, ogni giorno broccoli, carote, cetrioli e pomodori vengono lanciati dai cuochi dalla porta della cucina. Attraversano volando l'ambiente ben illuminato della sala da pranzo e atterrano su un punto a caso del tuo tavolo, direttamente nella tua bocca se sei fortunato. Salse e sughetti si spiaccicano sulla stoffa dei tuoi vestiti, e vanno consumati leccandoli direttamente da lì. Un'esperienza esotica autentica, assolutamente da non perdere.

P.S. In realtà con l'espressione verdura volante in Thailandia ci si riferisce alla Ipomoea aquatica (morning glory in inglese), una pianta i cui steli vengono saltati nel wok con aglio, peperoncini e salse varie.

Sul caso "Oliviero Toscani contro il popolo veneto".

Questo è l'ennesimo esempio di un errore che si tende a commettere spesso: dare troppa importanza all'opinione di un personaggio che ha ottenuto la fama grazie al talento in una disciplina specifica (che non coincide necessariamente con quella dell'opinionista). L'errore, ovviamente, è imputabile anche al personaggio in questione, che si fida troppo della propria opinione.

In genere si tende ad ingigantire il peso delle parole dei personaggi famosi. Famosi per eccellere in un campo preciso. Diamo gran risonanza a quel che dichiara una stella del rock, uno scultore, un romanziere, uno scienziato. Persino al pensiero di un calciatore.

Cerchiamo di utilizzare il buon senso e la statistica.

Qual è la percentuale della popolazione che eccelle in un campo? Bassetta, no? Intendo dire, quanti sono quelli che hanno una voce sublime, che scrivono con una prosa brillante, che pubblicano articoli di fisica in grado di stravolgere il campo della ricerca scientifica? Pochi, no? Quindi, quanti ce ne possono essere che oltre ad eccellere nel loro ambito sanno fare (bene) anche qualcos'altro? Meno, molti meno, ovviamente, la percentuale si avvicina allo zero. Basta che facciate un corso accelerato sulle probabilità delle combinazioni dei risultati al casinò per rendervene conto. A me di personaggi così ne vengono in mente pochi, anzi, così su due piedi, solo uno, Leonardo da Vinci, la storia della cui vita, tra l'altro, è avvolta da un velo di leggendaria imprecisione. Insomma, è come se ci aspettassimo che Newton avesse l'orecchio musicale di Beethoven o che Jobs sapesse scrivere come DeLillo. Difficile, se non impossibile, no?

Quindi, perché dare tutta questa importanza all'opinione sociologica di un fotografo? Ma anche...perché un fotografo deve mettersi a fare il sociologo? E soprattutto, perché le sue dichiarazioni devono avere questo rilievo?

Vabbè, vi lascio con questi quesiti. Io nel frattempo mi vado a fare una birretta, qui a Manila lo spritz purtroppo non lo servono.

Alla salute, Oliviero! Sarebbe carino se fossi qui a farmi una foto! Cioè l'unica cosa che sai fare veramente bene...

Je suis qua, je suis là: una colossale esibizione di vacuità e narcisismo

Ci ho provato seriamente per qualche giorno. A capire quale fosse la strategia, l'idea di fondo, il messaggio forte dietro alle manifestazioni dei giorni scorsi. Deluso ma non sorpreso mi sono accorto di aver trovato il vuoto.

Milioni di individui, aizzati dai media, da qualche politico e dalla loro stessa vanità, hanno fatto finta di farsi coraggio e hanno marciato lungo le vie di una città blindata, protetti da migliaia di poliziotti, militari e agenti segreti, da elicotteri, batterie contraeree e persino cecchini, tutti assieme, bianchi, neri, musulmani e cristiani, tenendo i piedi in dieci staffe, per ribadire, tra la retorica e l'ipocrisia di qualche slogan ad effetto, la loro ferma volontà di opporsi al terrorismo e agli attacchi alla libertà di stampa, rivolgendosi non si sa bene a chi e senza spiegare come, per poi tornare a farsi i cazzi loro come hanno sempre fatto, anche dopo gli attacchi alle torri di New York, alla metro di Madrid e a quella di Londra. Incolonnati dietro a una manciata di capi di governo che, cadendo dalle nuvole per questi attentati a sorpresa, dichiaravano di essere pronti a prendere questo o quel provvedimento, per poi tornarsene, assieme a chi li seguiva nella processione, a farsi i cazzi loro, come hanno sempre fatto. 

Una colossale esibizione di vacua mediocrità e squallido narcisismo, utilizzata da molti per apparire in TV con il cartello più sagace, farsi un paio di selfie, dire c'ero anch'io e sentirsi in pace con se stessi per essere riusciti ancora una volta a non uscire dal gregge. 

"E che avremmo dovuto fare?" Mi è stato chiesto. "Niente!" Ho risposto. In mancanza di idee realistiche era meglio non fare nulla, se non altro per coerenza con il proprio passato.

Fare nulla sarebbe stato meglio anche per chi ha sprecato energie in dibattiti inconsistenti sulla natura del lavoro dei fumettisti. Erano grandi artisti contemporanei, paladini della libertà di stampa, o un nucleo di ex sessantottini inaciditi dall'età, diventati cinici figli di puttana, razzisti e islamofobi? Come se fosse quello il punto, o il momento più opportuno per affrontarlo.

Fa venire i brividi ammetterlo, ma il messaggio di un solo terrorista, trasmesso sulla doppia frequenza delle esecuzioni sommarie e delle lezioni di rieducazione culturale impartite a degli ostaggi terrorizzati, pronunciato con la consapevolezza di essere destinato a morire dopo pochi minuti, seppur agghiacciante risulta molto più diretto, concreto e fulminante del nostro je suis gridato al vento da qualche milione di codardi temporaneamente imbaldanziti.

E adesso tutti in edicola a comprare la rivista! Anche se una settimana fa non se la cagava nessuno.