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Brandelli di un mondo bizzarro non è un diario in ordine cronologico da sorbirsi dall’ultimo post. È un archivio di scene, satira e ragionamenti. Parti da dove ti interessa:

Tutti i post in ordine di data restano disponibili sotto. Meglio entrare da una porta, però.

Le nuove maschere


Demagogia, dietrologia e qualunquismo
sfilano tronfi travestiti da sarcasmo:
non è di carnevale o halloween un inganno,
ma un costume indossato fieramente tutto l'anno.


Streams?


Mainstream proclamano, che parolone.
Chi lo segue "sa bene" d'aver ragione,
chi è contrario sa scegliere "l'informazione". 
Circo e stadio sono i modelli imperanti:
clown in TV e pagliacci in rete
mettono in scena spettacoli aberranti
per un pubblico di ultras armati di machete.
Si partecipa in massa ad ogni nuova diatriba:
una malattia, una guerra, l'ambiente, il petrolio!
L'originalità viene estratta da un giacimento esaurito:
il "Trito e ritrito" più che cliché è un nuovo rito.
Compromesso, ragionamento? Dei tecnicismi ignobili,
insulti e urla son qui le armi nobili.
Profani? Mai! Davanti a nulla,
esperti dell'intruglio purché sia tafferuglio.
Ci si schiera sempre, senza nutrire dubbi,
monasticamente devoti a qualche tipo di "ismo":
imperialismo, terrorismo, 
fascismo, comunismo,
wokeismo, waspismo,
tradizionalismo e progressismo.
Ore ed ore trascorse ad odiare,
carburati da notizie che alimentano il rancore.
Davanti alle ineffabili questioni globali
io resto perplesso, senza posizione:
per quanto ci provi non riesco a scegliere
tra due imperi arroganti,
tra un miliziano e un soldato,
tra questa o quella vittima,
tra alternative astratte.
Programmi in TV e video in YouTube 
con equanimità li ignoro entrambi,
resto nel mio angolo, in flebile penombra,
a sfogliare testi specialistici e vecchia letteratura.
Fra poesie, filosofia, scienza e romanzi,
cerco il bello, il profondo, l'ispirazione, l'arguzia.
L'esempio di un poveraccio, 
troppo impegnato a campare
per permettersi di dedicare
al massimalismo il suo tempo,
che tuttavia sorride, condivide e aiuta,
resta il promemoria sgualcito e sbiadito
dell'esistenza inequivocabile seppur remota
di un'umana capacità di vivere in armonia la vita.


Dicotomia risolta

Quando minaccia l'inverno,
se da troppo sto fermo,
mentre novobre avanza
dentro la spoglia stanza,
nel grigio cielo spento,
tra raffiche di vento,
il cuore fluttua spinto
da un magone come finto.
Mi turba solo a tratti
quest'angoscia che va a scatti,
perché quando non ci penso
tutto riacquisisce senso
e l'anima è serena,
spezzata la catena.
È una vagamente comica
esistenza dicotomica,
una realtà piegata
su cui la vita ruota.
Dopo anni lo so bene:
se la voglio raddrizzare
una cosa devo fare.
Rimettermi a viaggiare.



Incomprensione al punchball - Bangkok, Thailandia


La scena si apre col giovane che ha appena tirato il pugno.
Ha colpito forte e preciso, lo sa. I numeri rossi del punteggio 
in stile anni settanta scorrono veloci, lui ritorna ai margini, qualcuno allunga all'addetto venti baht per prenotare un turno.
Il vecchio dà due pacche sulla spalla del giovane, come a voler dire: "hai fatto bene, figliuolo", mentre annuisce accondiscendente.
Il giovane si gira di scatto e lo fissa con gli occhi strabuzzati della bestia braccata pronta a tutto, mentre pensa: "che cazzo mi tocchi a fare, vecchio culo?"
Si separano così. Il vecchio parlottando tra sé e sé, convinto di avere incoraggiato un ragazzo meritevole. Il giovane scuotendo la testa, turbato per essere stato offeso nella sua virilità ma soddisfatto per aver ricacciato al suo posto il vegliardo con un semplice sguardo.
I protagonisti della scena non ci hanno capito nulla.
Qualcuno, tra il pubblico, sorride divertito.

Urbano criceto in gabbia mentale - Padova, Italia


La psiche di un bimbo nel corpo di un vecchio,
avanza a strattoni, con passo irruento,
canuto e ingobbito curiosa e s'inquieta,
il marciapiedi solcato come sentinella in trincea.

All'improvviso si blocca, allunga il collo,
ascolta sospettoso il fruscio di uno spettro
che da sempre e per sempre, dietro la solita siepe,
spia le sue mosse e gli prepara un agguato.

Farfuglia improperi, o riti propiziatori,
fa dietrofront lanciando un urlo ancestrale,
poi col passo dell'oca fa ripartire la ruota
come urbano criceto nella sua gabbia mentale.


La curva a F


Arezzo col maltempo è un arazzo grigiolino:
la pioggerella martella la facciata del Duomo
su cui vigila stoico il condottiero di pietra;
nel centro medievale in un pomeriggio feriale
sono poche le serrande alzate di negozi e botteghe.
Una serie di scale mobili perennemente in moto,
come un'astronave trasportata indietro nel tempo,
fa scorrere i visitatori dal parcheggio alle piazze.
A chi scende dall'auto potrebbe sorgere un dubbio:
perché l'autostrada che collega Firenze a Roma,
dal nome non allineato col meteo del giorno,
virando dalla traiettoria che ci si aspetterebbe
ignora Siena e Grosseto passando di qui?
L'inspiegabile si spiega come sempre in Italia,
col clientelismo, le prevaricazioni e i vezzi dei potenti:
all'epoca della progettazione delle nuove infrastrutture
il primo ministro in carica era un tronfio aretino.


 

 

 


Ode alla birra piccola


Chi, come me, al bar ordina birre piccole viene spesso guardato con sospetto se non addirittura ridicolizzato da chi consuma invece birre medie. Io resto sempre un po' perplesso: non capisco se costoro hanno problemi con l'aritmetica delle scuole elementari o se sia una questione dogmatica relativa ad una qualche religione che non conosco.
Alla fine della serata, infatti, loro avranno bevuto N birre medie e io avrò bevuto N x 2 birre piccole, quindi la stessa quantità di liquido e di alcol. Forse avrò speso un po' di più, ma non necessariamente. E comunque non sembrano farne una questione di risparmio, bensì di virtù o addirittura virilità (si tratta infatti quasi sempre di uomini, raramente di donne).

A tal proposito volevo ricordare ai presuntuosi sapientoni che:
- il volume delle due birre piccole che bevo io equivale a quello della vostra birra media, quindi la vostra scelta non implica che siate bevitori più forti e non vi rende più erculei: stiamo parlando della dimensione di un bicchiere, non di quella del vostro organo sessuale;
- mentre io mi gusto la seconda piccola, appena spinata, fragrante, frizzante e fresca, voi vi state sorbendo il culo (eh già, proprio il culo) della vostra media, slavato, svampito, intiepidito e diluito con la saliva vostra e degli avventori con cui state chiacchierando (compreso me), che ci sputazzano dentro;
- se non sono soddisfatto della prima scelta, posso decidere di cambiare marca e tipo al secondo giro, voi invece dovete continuare a sorbirvela fino alla fine, o lasciarla lì sprecandola;
- se mi sono rotto le palle di consumare birra o del locale in cui sto bevendo, posso decidere di interrompere alla prima, terza, quinta, settima (ometto il resto della sequenza che comunque è lunga come la serie dei numeri dispari, quindi infinita) birra piccola, voi invece dovete... beh, vedete il finale del punto precedente;
- nel caso in cui il prezzo per litro dei due formati sia uguale o simile, non state nemmeno risparmiando (esempio birra da 30cl a 3€ e birra da 50cl a 5€, come nella foto);
- se non siete dei clienti bensì degli esercenti la propaganda pro birra media - nonostante sia completamente priva di basi concrete - va comunque a vostro vantaggio. Quindi se la sfruttate siete dei geni del commercio e mi devo complimentare con voi. Se invece siete dei clienti, beh, ci state cascando come dei polli.

Vi è in realtà un oggettivo (ma solo presunto) vantaggio nella scelta della birra media: non dovete tornare al banco a ordinare dopo averne bevuta metà, cosa che invece deve fare chi ordina due piccole. Siccome però stiamo parlando di una serata al bar, e non della fila al casello dell'autostrada, io trovo che fare due chiacchiere col barista o con la/il cliente che mi sta di fianco sia un'opportunità di svago più che una seccatura.

Riassumendo: la birra media può essere definita la "birra del taccagno", in caso il suo prezzo al litro sia significativamente inferiore a quello della piccola. Altrimenti non resta che definirla la "birra del fesso". Un fesso che inspiegabilmente prende in giro chi fa la scelta più azzeccata. In entrambi i casi, comunque, c'è poco di cui vantarsi.

P.S. Anch'io ogni tanto ordino una birra media, soprattutto in pizzeria. Sto cercando di trovare un buon motivo per cui lo faccio, ma non ci riesco. Quindi rileggendo la lista di cui sopra mi sento un po' fessacchiotto pure io.

L'oscenità invisibile - Padova, Italia


Puntellato col coccige sul muro di cinta
di un'antica villa del centro città,
tra signore in tailleur, auto di lusso e levrieri,
come se nulla fosse, fissa un'altra realtà.

I pantaloni sdruciti, fermati sopra il ginocchio,
come un cane inarcato, le ginocchia piegate,
lo percorre un fremito, qualcosa precipita
su un cumulo bruno tra le scarpe sfondate.

Persino in India, indigenti e intoccabili,
quando ne hanno bisogno, per dignità,
si scelgono un cantone che, oltre al conforto,
assicuri loro un po' d'intimità.

Ma gli sguardi sgomenti non sono un granché
per chi come lui non usa carta o bidè.
Si alza i calzoni, striscia le suole sul porfido,
poi come un alieno torna a sedersi al caffè.

Falce e rastrello - Asiago, Italia

 


Falce e rastrello,
senza martello è più bello,
in caso di pioggia,
ci aggiungiamo l'ombrello,
se invece c'è il sole,
mettiamo il cappello.
La sera al tramonto,
ci sta pure il vinello,
cabernet sauvignon,
merlot e rabosello,
lo bevono tutti,
ma non il vecchiarello,
a cui cresce la panza,
però cala l'🐦
I ❤️ country music 🎶🎵

L'aveva già scritto Nietzsche più di un secolo fa.


Ciò che i lettori dei militari-antropologi o di altri autori simili amano oggi sentirsi raccontare lo aveva già scritto Nietzsche nel XIX secolo. L'aveva fatto ovviamente meglio, in maniera più informata, organica e completa, in grande anticipo e con più onestà intellettuale. Inoltre, al di là di ogni sospetto, lo scrisse senza riscuotere grosso successo presso i suoi contemporanei (spesso succede a chi su certe tematiche arriva decenni prima degli altri), senza puntare ad un seggio in parlamento, mentre era gravemente malato e buttando nella differenziata della decadenza anche le responsabilità delle religioni dominanti e i particolarismi nazionali, che invece i nostri contemporanei hanno riciclato per puntellare le loro strutture scricchiolanti.

Altro piccolo particolare: il grande filosofo tedesco - prima di arrivare alle sue conclusioni - aveva lavorato come insegnante, non come specialista della guerra. Ops, scusate, intendevo specialista della difesa, ovviamente.

Fa un po' di tenerezza - e anche tristezza - ricorrere a grossolane semplificazioni attuali quando da centocinquant'anni c'è a disposizione una serie di lavori di grande spessore culturale a cui al tempo avevano accesso un gruppuscolo di iniziati, e che si trovano oggigiorno in libreria per pochi spicci o persino gratuitamente in una biblioteca comunale.

Se davvero vi interessa l'argomento, provate a leggere Nietzsche. Lo so, è un po' difficile, succede con tutti quelli che non si accontentano di spolverare i rimasugli delle chiacchiere dal bancone del bar, ma dedicano anni allo studio, cercano di andare a fondo con la loro analisi e coltivano il sano dubbio che alimenta la comprensione al posto del marciume che avvizzisce tra le certezze incrollabili. Però credetemi, una volta che ci si è rotti la testa per capirlo, dà le sue soddisfazioni.

P.S. avendo Nietzsche scritto quelle cose un secolo e mezzo fa, ne consegue che la società del tardo '900 - che gli attuali nostalgici del passato ricordano come simbolo primordiale della tradizione messa a rischio dalla deriva decadente dei nostri giorni - era da lui prefigurata come conseguenza nefasta della deriva decadente dei suoi giorni. I nostri favolosi anni '80 e '90, per chi era giovane decine di anni prima potevano non essere affatto favolosi, bensì il terribile segno di un collasso sociale. Morale della favola: a prescindere dalla società e dal periodo a cui si faccia riferimento come modello virtuoso del passato, c'è sempre qualche generazione precedente che vede il tuo modello virtuoso come conseguenza indesiderabile della decadenza dei costumi del suo tempo. Non se ne viene fuori, a meno che, continuando ad andare all'indietro nel tempo per cercare il paradiso, non si arrivi al periodo in cui andavamo in giro mezzi nudi, mangiando un giorno sì e tre no, facendo quindici figli per vederne crescere uno, e rischiando di morire di cancrena a vent'anni per aver pestato nella sequenza meno auspicabile prima un riccio e poi una merda.


L'altra rivoluzione di Novak Djokovic, quella alimentare.


Abbondano le lodi a favore dell'ormai leggendario campione di tennis Novak Djokovic: per le vittorie, e anche per aver tenuto duro, alcuni anni or sono, nell'arco di poche settimane, su una posizione molto controversa riguardo a un'imposizione del momento. Sulle ragioni della sua condotta si può dissentire; sul fatto che abbia avuto le palle, meno. Non è questo comunque ciò di cui voglio parlare.

Si sorvola invece - inconsapevolmente, o più colpevolmente sapendo - sulla rivoluzione attuata per lunghi anni, non semplici settimane, da questo personaggio contro la strumentale e falsificata "tradizione" alimentare in vigore da decenni. Da quando cioè si è dato il via (soprattutto negli USA, sì, proprio lì) alla distopica pratica dell'allevamento degli animali secondo i più gretti dettami della rivoluzione industriale, equiparandoli a prodotti artificiali da progettare, ingegnerizzare, contraffare, adulterare, assemblare, distribuire e consumare (consumare nel senso del consumismo, più che della nutrizione).

Una catena talmente disgustosa che si fa ormai fatica a distinguere i polli mangiati da quelli mangianti. Buffo risvolto, tra l'altro, per chi rifiuta di farsi fare un'iniezione — scelta di cui non discuto i motivi — e poi per tutta la vita si pappa in silenzio quella merda, alzando invece la voce quando si tratta di farine di grillo o carne finta. Attenzione, il termine "merda" non è in questo caso una semplice figura retorica: c'è proprio della merda in quella carne che ingeriamo, o forse sarebbe meglio dire che c'è pure della carne in quella merda che mangiamo. La propaganda guida il gregge, va di moda affermare. E di greggi, d'altronde, ce ne sono di vari tipi. Ad alcuni di quelli, purtroppo, appartiene anche chi scrive. Beeh, beeeh, beeh. Ecco, ve l'ho pure onomatopeicamente dimostrato.

Insomma, mentre ci si pavoneggia nella condanna dello strapotere del cosiddetto mainstream (uno degli inglesismi più vacui tra le centinaia che sono stati inutilmente adottati dagli italiani nel recente passato), si chiude invece un occhio nei confronti di quello altrettanto torbido del cherry-picking (visto che vi piacciono, beccatevi pure questo). Ah, Djokovic tra l'altro è un vero poliglotta, a differenza dei polidioti dell'inglese maccheronico di casa nostra.

Il mio rispetto va a chi — a torto o a ragione, ma con coerenza sul piatto — non si fa imboccare dai "fabbricanti" di bistecche da catena di montaggio per il resto della propria vita. Che poi Nole, in quell'occasione, abbia anche rifiutato un'iniezione è un fatto: risparmio agli interessati le battute sul verbo "inoculare". La rivoluzione che mi interessa è quella alimentare. Ed è di quella che Nole, per me, resta un esempio.

Grazie per l'attenzione e statemi bene, ragazzi. Uff, ma che palle questo italiano. Meglio così: take care, bros!

Elogio dell'antisportività - Bangkok, Thailandia


Mi hanno chiesto dove guardare le partite della nazionale assieme ad altri italiani, qui a Bangkok. La stessa domanda si ripropone a Kuala Lumpur, a Singapore o a Saigon.
La partita di turno la guardino pure in compagnia dove vogliono, loro. Io mi diverto a vederla dove ci sono solo inglesi, francesi, spagnoli, tedeschi, olandesi o russi. Zero italiani: la responsabilità della rappresentanza patriotica grava quindi sempe e solo sulle mie spalle.
La condizione di combattente solitario non mi spaventa, anzi mi esalta. Ho delle tecniche rodate che metto in pratica a seconda dei casi. Per iniziare, durante i loro inni rutto e farfuglio. Al "Fratelli d'Italia" invece se qualcuno sgarra sparo degli "shhhhht" fulminanti. Il mio motto è: "La par condicio a te, la perculazio a me!"

Seguo le fasi di gioco proponendo continuamente battute impertinenti, commenti partigiani e sbeffeggiamenti vari ad ogni errore degli avversari. E lodi sperticate ad ogni azione degli azzurri. Se si vince è goduria: vederli costretti a ricacciarsi in gola insulti e stereotipi non ha prezzo. Se si mette male, per contro, prima del fischio finale alla prima occasione propizia trangugio l'ultima bottiglia di birra, vado in bagno e poi esco di soppiatto dalla porta secondaria. Quindi trovo un punto strategico e li osservo da lontano mentre, tra un'esultanza e l'altra, mi cercano con lo sguardo per rendermi pan per focaccia e umiliarmi sulla base concreta del risultato acquisito. Gli occhi puntati su quello che fino a qualche minuto prima era il mio posto, poi una veloce ricognizione sui tavoli accanto, in caso mi fossi spostato. Il sorriso beffardo che diventa sarcastico mentre comprendono di non essere riusciti a vendicarsi. E infine il knock out: la smorfia di stizza che gli stropiccia definitivamente il volto quando comprendono che la gioia della vittoria è stata macchiata dall'ennesimo smacco. Li ho fregati anche perdendo!

Do aria ai peggiori cliché sul popolo italiano e lo faccio con grande orgoglio. Li sorprendo con le solite, mitiche, soluzioni improvvisate de noialtri, che loro considerano a seconda dei casi codarde, sleali o spregevoli... insomma i classici colpi di genio della nostra cultura nazionale in tempi di crisi. 
È il modo più bello di assaporare un trionfo o assimilare ed elaborare la sconfitta quando si vive all'estero: collaudato negli anni, messo alla prova da numerose edizioni di mondiali, europei e coppe per club, dove ovviamente pur essendo interista divento all'occorrenza un membro della Fossa, dei Drughi, dei Fedayin o dei CUCS.

Come va, va: vinco sempre io. E lo faccio perché punto sul loro codice d'onore, infiltrandomi tra le loro difese fischiettando, proprio quando meno se lo aspettano.

P.S. Sono pure veneto. Non possono nemmeno darmi del terrone. Viene così ricacciato in gola anche l'ultimo loro tentativo di segnare almeno il punto della bandiera. Annientati a zero. E una vera e propria epidemia di bruxismo e reflusso gastrico si diffonde tra i meandri dell'accampamento nemico.

E lasciami bere, cazzo! (con inserti veneti debitamente tradotti in italiano)


- NO! Non lo reggere per il calice: afferralo per lo stelo, così non lo rovini col calore corporeo.
E va ben, sposta chei dei cusì ghea moea de rompare 'e bae (E va bene, sposta quelle dita così la smette di rompere le palle).
- ASPETTA! Non lo bere ancora: fai ruotare il bicchiere, infilaci dentro il naso e riconosci l'aroma.
Uffa, eora, dai, sguarata sto goto, impiraghe dentro 'a napia e daghe na snasada (Allora, dai, scuoti questo bicchiere, infilaci dentro il naso e annusa).
- CHE FAI? Non deglutire! Tienilo sulla lingua piegata a conchetta, aspira un filo d'aria e...
- ...e...e...e...e chiudi quella bocca, porca troia! Lasciami trangugiare questa broda d'uva fermentata in santa pace! Io sono un tipo da birrozza, delle tecniche di degustazione non m'importa un accidente, voglio solo divertirmi
un po' e farmi venire sonno prima di andare a letto.

Oh, fino all'altro giorno ci saremmo scolati un fiasco di metanolo senza rendercene conto, ora ci esprimiamo come dei rampolli di una dinastia vinicola della Champagne, r moscia inclusa. Nel giro di vent'anni noi veneti, da imbriagoni del tavolaccio, ci siamo evoluti in sommelier. Ma quindi cos'eravamo prima? Crisalidi del mosto pronti a far spuntare le ali da farfa-brilla? O i brutti anatrocch-enologi che avrebbero sorpreso tutti trasformandosi in candidi cigni del sorseggio?

Mah, misteri del darwinismo alcolico.


Sottovalutato


Mi sembra che Giorgio Moroder, almeno in Italia, sia sempre stato un po' sottovalutato. Eppure è un vanto italiano dell'alto Adige da ben prima che nascesse Sinner.
Per quanto mi riguarda, per le emozioni che suscita e i ricordi che evoca, nella seconda metà del ventesimo secolo sta dietro solo a Ennio Morricone. In realtà alcuni stimoli che mi ha trasmesso Moroder non me li ha trasmessi nemmeno Morricone. Non perché siano più intensi, semplicemente perché sono diversi.

Come al tempo del vassallaggio

Nelle pagine dedicate al mondo ultras il giudizio sui fatti di Padova-Catania è praticamente unanime: gli ultras della squadra di casa sono dei codardi e hanno fatto una figura di merda colossale in diretta TV. Il fatto che l’attacco dei catanesi sia avvenuto contro settori pacifici dello stadio Euganeo non è un’attenuante bensì un’aggravante, dato che i padovani non si sono nemmeno lanciati a difendere i loro vecchi e bambini.

D’altro canto questa sentenza, dal punto di vista degli ultras, è inattaccabile, visto che tutti, compresi i padovani, aderiscono al medesimo codice, lo stesso che vige dai tempi del vassallaggio o dei comuni medievali: se dei forestieri cagano sul sagrato della tua cattedrale o se rapiscono la figlia del tuo ciambellano e la gang-bangano, tu organizzi una spedizione punitiva e risolvi la questione sul campo di battaglia.

La cosa che più atterrisce chi è estraneo all’ambiente è lo stupore di questi elementi 
quando degli individui “normali” commentano la notizia augurandosi che i colpevoli vengano individuati e consegnati alla giustizia: “Ma se non sei un ultras perché ti intrometti e lasci commenti che nulla hanno a che vedere col nostro punto di vista?” Una reazione simile a quella ingenuamente sorpresa che potrebbero avere dei nerdoni appassionati di giochi di ruolo, musica speed metal o cucina creola se un estraneo entrasse nelle loro pagine a prenderli in giro.

Sono evidentemente convinti di godere di una sorta di extraterritorialità, di immunità, di statuto speciale che li esonera dalle responsabilità che tutti i cittadini, compresi loro stessi, hanno davanti alla legge e alle norme basilari di convivenza civile in qualunque altro ambito sociale.

Scene di degrado, danni a persone e cose, budget enormi stanziati per tenerli sotto controllo. La stragrande maggioranza della popolazione deve subire tutto ciò senza che nessuno si decida a fare quello che fu già fatto in UK negli anni ’80. Ma chi li difende? A chi fanno comodo? La risposta usuale è: le società di calcio. Ridicola. Come se le società di calcio avessero potere decisionale in ambito di sicurezza.

Davvero, perché? Qualunque altro gruppo organizzato, anche molto più potente e protetto di questi, quando ha cercato di mettersi al di sopra della legge, magari anche con rivendicazioni serie, è sempre stato trattato dalle istituzioni con la dovuta durezza. Perché questi, con le loro motivazioni insulse, fanno eccezione?

Gli eroi nazionali

Dopo la sterile polemica del granchio blu arriva quella totalmente impotente - sì, impotente nel senso di disfunzione erettile - sui limiti di velocità. Curioso che la scintilla scocchi spesso nella regione in cui sono nato e cresciuto. Non me li immaginavo così proni al vittimismo i veneti. I nostri nonni avevano decisamente una scorza più dura: ci siamo impappamolliti parecchio nel giro di un paio di generazioni.
Entro nel merito con un aneddoto personale. Anni fa andavo spesso in Spagna, per lavoro e svago. Una volta, atterrato a Madrid, venne a prendermi un mio caro amico del posto. Viaggiavamo a bordo della sua auto, lungo un vialone ampio, dritto, illuminato e semi-deserto che da Barajas portava verso il centro della bella capitale. Procedevamo con un'andatura da lumaca, per lo meno questa era la mia impressione. Dopo alcuni minuti, incapace di resistere, gli chiesi come mai guidava così lentamente. “C’è il limite dei 60km/h, sto viaggiando ai 58: in che senso lentamente?” Di uscite a sproposito ne faccio parecchie, per fortuna però ho la prontezza di rimediare alla mia goffaggine. “Ah, sì, scusa, è vero!”, e chiusi lì la discussione. Però, che tranvata sui denti! Che lezione di civiltà!

In realtà sapevo che la mia era una reazione totalmente naturale per un automobilista italiano. La stragrande maggioranza dei nostri connazionali in quel punto avrebbe sforato il limite di almeno 20-30km/h. Cioè del 50%. Almeno! E non certo per distrazione. L’italiano la segnaletica non la guarda nemmeno. Se chiedi ad un conducente qualsiasi di elencarti gli ultimi tre casi di segnaletica verticale che ha incontrato, molto probabilmente non ne ricorda nemmeno uno. Fanno eccezione le indicazioni di itinerario e località nel caso in cui si trovi in territorio foresto. La segnaletica orizzontale non la prende nemmeno in considerazione (“Ma, scusate, se volete che la veda...perché la stendete a terra? Alzatela, per Giove!”).
Tra tutti quelli che conosco (e non annovero pirati della strada tra le mie conoscenze, anzi, è tutta gente sufficientemente civile) solo la Pinetta di Legnaro avrebbe rispettato quel limite (vedi la chiusa per ulteriori dettagli sul personaggio).
L’italiana/o (ladies first per questioni di bon ton, non per grado di colpevolezza) non segue regole e consigli, perché non ne ha bisogno. L’italiana/o sa già a che velocità è ragionevole guidare su un certo tratto di strada, sa già in che punto deve fermarsi ad un incrocio, sa già quando è il caso di dare la precedenza o quando attendere che un pedone attraversi, sa già dove è lecito (non legale) parcheggiare. Un misto di indisciplina, presunzione, arroganza e testardaggine difficile da scalfire, se non con un duro martellamento di educazione civica comminato a scuola, a casa e dai media. Praticamente impossibile, nel breve periodo almeno.
Gli automobilisti ovviamente danno la colpa alle istituzioni, a chi governa. Perché l’italiana/o, oltre alle caratteristiche elencate sopra, ha bisogno di trovare un colpevole per i suoi misfatti. Non che i politici siano esenti da colpe, chiaramente. D’altro canto, prima che politici, sono cittadini e automobilisti loro stessi. In quanto semplici cittadini infrangono le regole come tutti gli altri, con la differenza che spesso si avvalgono della facoltà di non pagarne le conseguenze. Come rappresentanti delle istituzioni invece, conoscendo i loro polli - perché sono usciti dal pollaio di recente a loro volta -, sanno che i cittadini cercano sempre di fregare lo stato, e quindi li anticipano fregandoli essi stessi. Articolo 0,5: l’Italia è una repubblica fondata sullo sforzo per fregare il prossimo. Per i credenti vale anche l’undicesimo comandamento: ricordati di fregare chiunque. Amen.
Il fatto è che questo genere di atteggiamento/visione del mondo non si limita al codice stradale, ma si riflette sulla società a 360°. Visto che abbiamo parlato di Spagna, prendiamo proprio quel paese come metro di misura. Non ci vado da parecchio, ma Madrid la ricordo divertente, vivace e accogliente (pubblicità progresso: leggetevi il libretto dal titolo omonimo di Edmondo De Amicis). Al contempo è anche ordinata, pulita, elegante. Perché? Ma è elementare, Watson! Dipende dal senso di rispetto che i suoi abitanti hanno nei confronti della cosa pubblica, delle regole di base, dei valori che dovrebbero accomunare tutti. Ci siete stati in Andalusia? La regione viene spesso presentata come industrialmente, economicamente e tecnologicamente arretrata rispetto alle province più importanti del centro-nord. Un po’ come la situazione che lamentiamo da noi quando confrontiamo il meridione con le zone più ricche del paese. L’Andalusia…arretrata? Strade funzionali, arredamento urbano stupendo, architettura da sballo, aree verdi in abbondanza, gente cordiale, servizi impeccabili. E le statistiche sul turismo, le avete lette? Nonostante l’Italia sia in vetta alla classifica dei patrimoni Unesco, la Spagna ha 20 milioni di turisti all’anno in più. E la Francia quasi 30! Parliamo di una differenza pari a metà della popolazione italiana. Vi stupiscono quei numeri? Avete viaggiato in Francia? L’avete vista la situazione delle strade a Parigi, o anche in Provenza? Le auto? La viabilità? La circolazione? I mezzi pubblici? L’atteggiamento delle persone alla guida? Per non parlare del rispetto per la cosa pubblica e i valori di base?
Nel frattempo da noi è arrivato Fleximan, l’eroe dei veneti, e ora di tutta la nazione. Uno che trancia col flessibile gli apparecchi per il controllo della velocità (pagati con i soldi di tutti, almeno si spera). Ognuno ha gli eroi, i politici e i compagni di merenda che si merita, vien da dire. Non per niente Garibaldi è considerato un delinquente e Mazzini un pazzoide fanatico, mentre Berlusconi è stato idolatrato apertamente da metà della popolazione e segretamente dall’altra.
In un paese civile le istituzioni operano sempre con la sicurezza dei cittadini in cima alla lista delle loro priorità. E la gente rispetta i limiti e il prossimo. Se sgarra, paga senza lamentarsi troppo. E se c’è evidenza che un apparato per il controllo della velocità è stato posizionato incorrettamente, o se un limite di velocità è platealmente inadeguato (non sono un esperto ma dovrebbero esserci dei protocolli per stabilirli), si organizza una petizione, una raccolta di firme, si manda una delegazione di esimi concittadini (un giudice, un professore emerito, un ingegnere della motorizzazione) a parlare col sindaco, e gli si spiega: “Signor sindaco, su cinquanta autovelox, quarantacinque vanno bene, ma per quanto riguarda questi cinque onestamente non ci siamo, potete riposizionarli o rimuoverli? Grazie!"

In un paese civile, appunto. Da noi invece sta già montando la nuova polemica, quella contro il limite di 30km/h nei centri abitati, progettati secoli fa a misura dell’uomo a piedi, di cui le automobili, che non dovrebbero nemmeno entrarci, si sono impossessate prepotentemente solo negli ultimi decenni. Luoghi dove circolano bambini, donne incinte, anziani, invalidi, persone che si sentono, almeno lì, in diritto di passeggiare senza il rischio di essere investite. Abbassare il limite di 20km/h, non in autostrada, ma tra i quartieri che frequentiamo tutti - quando tutte le statistiche evidenziano un aumento del 40% degli incidenti per ogni 10km/h di velocità in più - viene visto come un attacco alla libertà personale. La libertà di fare ciò che si vuole, senza curarsi delle esigenze della comunità. Una presa di posizione egoistica, viziata, capricciosa, maleducata, irresponsabile. La presa di posizione di chi poi si indigna perché i francesi, “quegli stronzi”, hanno 30 milioni di turisti all’anno in più.

P.S. la Pinetta era una signora anziana e dolcissima che con sua sorella - o cugina, o amica - Emilietta (forse) gestiva la storica cartoleria di Legnaro, in provincia di Padova. Un luogo in cui tutti gli studenti delle elementari e medie del paese andavano a comprare libri e materiale di cancelleria. Attendendo a lungo perché le due signore servivano sempre chiunque con tranquillità e serenità, sorrisi, carezze e parole dolci, rigorosamente in dialetto. Alla chiusura del negozio le due signore salivano sulla loro 127 color granata e alla velocità di crociera di 30km/h percorrevano la provinciale che dal centro del paese le portava verso la frazione di Casone. Una coda lunghissima di automobili le seguiva costantemente, cercando tra le curve della strada di campagna un punto “adatto” per effettuare un sorpasso illegale e pericolosissimo (un mio amico morì giovanissimo in seguito ad un incidente nella stessa zona), con pausa per insulti quando riuscivano finalmente ad affiancare la vecchia Fiat di quelle povere donne inermi. Insulti a cui le signore (mi si inumidiscono gli occhi al solo ricordo) rispondevano alla loro maniera: un soave sorriso e un veloce cenno con la mano, facendo finta di essere state salutate e non perculate.