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Visualizzazione dei post da novembre, 2014

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Brandelli di un mondo bizzarro non è un diario in ordine cronologico da sorbirsi dall’ultimo post. È un archivio di scene, satira e ragionamenti. Parti da dove ti interessa:

Tutti i post in ordine di data restano disponibili sotto. Meglio entrare da una porta, però.

Padovani, i globalizzati de noantri

Una quindicina di anni fa, a Padova, quando dicevo di aver provato il sashimi parecchia gente cominciava a sbeffeggiarmi, mimando vomitate, attacchi di tosse e dolori di stomaco, e mi dava dell'incosciente per aver mangiato pesce crudo. Oggi gli stessi saggi si incontrano in Piazza dei Signori (ah, l'ironia del nome...) e si salutano mormorando konnichiwa e konbanwa, con le braccia aderenti ai fianchi e l'accenno di un inchino, prima di buttarsi in una conversazione stereotipata che comincia sempre con: “Guarda, ieri ho mangiato un sushi che non ti dico...”. Sono gli stessi padovani della globalizzazione de noantri, quelli in onore dei quali le osterie del centro sono state sostituite dai wine bar, i geni che hanno preferito lasciare che si chiudesse Mirco Buso per aprire una trattoria toscana DOC, fallita miseramente nel giro di qualche mese.

Dai, dai, che la prossima volta che torno magari l'argomento caldo è il cane arrosto alla vietnamita. Lo so, lo so, oggi solo il pensiero fa ribrezzo, ma domani, chissà...

E poi finalmente ci sarà qualcosa di cui vantarsi quando si va in gita a Vicenza. Vuoi mettere il cane arrosto alla vietnamita su un letto di riso al vapore con il gatto in tocio e la polenta abbrustolita? Il cane fa moooolto più società multietnica!

L'eroe che non ti aspetti, con foto - Pristina, Kosovo

Eroe nazionale

Il Kosovo non era attrezzato per diventare uno stato indipendente. Questo è quello che ti spiegano i kosovari quando ti parlano della separazione dalla Serbia. Al massimo poteva ambire all'unificazione con l'Albania. Ma alla fine è andata come è andata e nel giro di una decina d'anni, con l'aiuto (?) delle organizzazioni internazionali, il paese è riuscito a crearsi l'amministrazione, le banche, le relazioni con gli altri stati, le infrastrutture, i sistemi di sicurezza. 

E il merito di tutto ciò è attribuito a chi proprio non ti aspetti. Non il capo della resistenza, l'ideologo del movimento di indipendenza o il leader degli alleati albanesi. No, l'eroe della guerra contro i Serbi non è kosovaro, non è albanese, anzi, non è nemmeno europeo. E' un americano: Bill Clinton, quello che quasi si faceva cacciare dalla Casa Bianca per un rapido pompino nello studio ovale e un sigaro aromatizzato al succo di fregna. 

Il Kosovo è l'unico posto in Europa in cui un presidente americano non solo non è visto con sospetto, ma è addirittura idolatrato. A Clinton qui hanno dedicato un viale importante e una statua in centro città, e la sua foto appare in vari manifesti. Nella scia della gratitudine nei confronti degli USA una via è stata dedicata anche a George Bush. 

E un'altra persino a Robert Doll, che non so nemmeno chi sia, a meno che non si tratti di Bob Dole, candidato repubblicano alle presidenziali del '96, con clamoroso errore di ortografia. Mi dicono persino che ci sia una Route 66. Non l'ho trovata. Ho invece passeggiato lungo via Garibaldi, che pur non essendo americano era pur sempre un eroe dell'indipendenza.

 
Segue rassegna fotografica.

La città e il suo plastico sono la stessa cosa, con foto - Skopje, Macedonia

Nel 1963 Skopje fu quasi totalmente rasa al suolo da un forte terremoto. Col tempo il centro è stato ricostruito. Dal punto di vista architettonico-urbanistico non ci sono andati molto per il sottile. Il colpo d'occhio, specialmente dall'alto, è piuttosto deprimente. Tra i palazzoni di epoca titina si annidano capannoni, fabbrichette, cantieri e autorimesse, tutta roba che starebbe meglio in periferia, o addirittura in provincia. Ultimamente, con l'intento di abbellire la città, i macedoni stanno riproducendo alcune delle strutture che occupavano gli spazi del centro secoli fa, per lo meno nella loro immaginazione.

Queste costruzioni in stile antico, prodotte con materiali e tecnologie evidentemente moderne, ti danno l'impressione di essere stato teletrasportato in Danimarca, a Legoland, la famosa città costruita con mattoncini di plastica. L'esempio più orrendamente rilevante è la fortezza, o meglio il suo enorme modellino, installato sull'altura che domina la città, con le sue mura, le torrette e le bandierine.

La città è anche nota per le decine di statue che la ornano, da quelle dedicate ai personaggi famosi, come Alessandro Magno e Madre Teresa, a quelle ridicole di gente comune vestita spesso in modo buffo.

Ma bando alle ciance, si dia spazio alle immagini. 


Statue 

Struttura postmoderna

Struttura postmoderna 

Statue

Vista dall'alto 

Fortezza 

Fortezza 

Fortezza 

Fortezza 

Fortezza 

Fortezza 

Vista dall'alto 
Statua 

L'etichetta, con foto - Belgrado, Serbia

Il vecchio edificio della TV, distrutto dai bombardamenti 

Scherzavo, a Belgrado poi ci sono andato. E ho fatto bene. Al suo posto ho deciso di escludere il Montenegro, i cui luoghi migliori stanno sulla costa. E quella non è la mia priorità.

La differenza tra Bosnia e Serbia è marcata. Appena passato il confine spariscono le abitazioni malmesse, diminuiscono le fattorie, le strade di raddrizzano e si intensificano le attività industriali e commerciali. Sembra la pianura padana. Magari quella dei primi anni novanta.

Dal punto di vista estetico la città è carina, niente di più. Però l'atmosfera è speciale, e come al solito la differenza la fa la gente, soprattutto i giovani, molti dei quali sono

colti, attivi, curiosi. Sembra ci tengano molto a rimuovere l'etichetta del cattivo che qualche anno fa la comunità internazionale ha appiccicato addosso a questo popolo. Per quanto mi riguarda ci sono riusciti, ma non ci voleva molto. La patetica scenata dell'ubriacone che ha rotto le balle all'amico David perché non voleva vedere americani in un pub (irlandese) di Belgrado si è rivelata un'eccezione. 


Il museo di Tesla

Scassone dei tempi andati 

Carro armato italiano 

Chiesa ortodossa 

Entrata in Bosnia col treno/2: la gente

Se ne fuma due al giorno... 

Continua da qui. 

Anche l'atteggiamento delle persone è diverso. Negli altri paesi la gente si faceva i fatti suoi, in modo dignitoso e un po' freddino. Se venivi presentato o chiedevi un'informazione ti rispondevano cordialmente, in un inglese impeccabile. Qui cercano il contatto umano, ti fanno una domanda e, quando scoprono che non sai la loro lingua, se non parlano l'inglese si zittiscono educatamente, ma continuano a sorriderti se incrociano il tuo sguardo. Se invece conoscono almeno qualche parola si buttano nella conversazione, amichevolmente, senza imbarazzo, parlando del più e del meno.

Una signora mingherlina mi chiede se può fumare, anche se non siamo in un vagone fumatori (nel treno ce ne sono, vedi foto qui sotto), le dico che per me va bene e lei, quando scopre che non sono bosniaco, comincia a farmi un po' di domande. Tossisce molto, le chiedo quante ne fuma al giorno, lei risponde due. Pacchetti, ovviamente. Poi mi dice che vuole bere, le chiedo cosa, lei risponde qualunque cosa. Forse alcol. L'aria di una che trinca in effetti ce l'ha. In questo treno però non c'è un bar. Si rassegna e si accende una sigaretta. E mi fa un'altra domanda.

Nel tram che mi porta in centro un'anziana signora mi chiede se posso chiudere il finestrino. Vorrebbe parlarmi in tedesco ma, visto che non lo conosco, si adatta all'inglese. Non riesco proprio a immaginarmela una scena analoga in Italia. La vecchina col velo e le borse della magra spesa, in un tram dal numero barrato, che si rivolge ad un giovane straniero con tale disinvoltura linguistica. E questa è pure cresciuta ai tempi di Tito, un'epoca in cui in genere si pensa che il paese fosse piuttosto chiuso. 

Mi avverte quando arriviamo alla mia fermata e scende con me. Mi indica il mio alloggio e mi dice, con la schiettezza di un punkabbestia, che fa abbastanza schifo. 

Per fortuna scopro che l'ostello sta nella strada a fianco, ed è ottimo. 

Il vagone fumatori c'era... 

Entrata in Bosnia col treno/1: l'atmosfera, con foto

Convogli sgangherati

Sono entrato in Bosnia, a bordo di un convoglio sgangherato proveniente da Zagabria, stazione che nel dicembre del 1990 aveva tutta un'altra aria, il paese sull'orlo della guerra civile, sale d'aspetto ricolme di barboni in fuga dai morsi del freddo e guardie spietate che si divertivano a svegliarli a manganellate.

Bosnia, dicevo. Finalmente si vede un po' di lerciume, sgretolamento, trasandatezza. Il disordine tipico dei posti poveri o colpiti da recenti disgrazie. Si è dissipata quell'aria da paesaggio alpino austriaco che aleggiava in Croazia e ancor più in Slovenia. Non è il sud est asiatico ma siamo sulla buona strada. Finalmente non sono io il più pezzente in circolazione.

A molte case manca l'intonaco, abbondano i cavi scoperti, la ruggine si nutre indisturbata delle superfici metalliche. La gente è impegnata in attività per noi desuete: vedo un uomo sceso in un fosso che ricava legna da un arbusto rinsecchito, una scena da albero degli zoccoli. Il riciclaggio, quello antico da straccioni, non quello moderno da ambientalisti, va ancora parecchio: vecchi pneumatici vengono utilizzati come fioriere, un uomo ha ricavato un carrellino da un paio di ruote da Graziella e degli scarti da fabbro, lo ha agganciato alla bici e attende ai bordi dei binari di una piccola stazione, forse si tratta di un taxi.

Si usa il cirillico e spuntano i primi minareti, due attributi che fanno sempre paese di confine dell'impero russo.

Ovviamente abbondano i segnali di quel paradosso post moderno che caratterizza i posti così: rifiuti a cielo aperto e smartphone costosi.

Continua...


Luoghi turchizzati

Venditore di ombrelli 

Minareti 

Cirillico 

Colpi di proiettile?
Colpi di proiettile??? 

Molto più di tre lettere iniziali - Zagabria, Croazia

Via verso la Bosnia - stazione di Zagabria 

Il tempo stringe, la temperatura si abbassa, cresce la voglia di Balcani profondi. Bisogna fare delle scelte: lasciar perdere il resto della Croazia, bella sì, ma troppo Unioneuropeggiante, e Belgrado, dal sapor di capitale di impero smembrato. Si tira dritto verso Bosnia, Montenegro, Kosovo, Macedonia e Albania, posti con il piede ancora in aria, sollevato dalla melma della guerra fredda ma non ancora infilato nella pantofola sintetica della globalizzazione. 

Dimenticare in fretta i comodi convogli stile Deutsche Bahn e i caffè viennesi. Saranno salsicce oleose, catorci cigolanti e mulattiere dissestate. 

Emorroidi ed emozioni hanno in comune molto più di quelle tre semplici lettere iniziali.

PS avevo pronti un paio di post su Slovenia e Croazia, ma poi mi è presa 'sta voglia di scendere e quindi comincio da metà viaggio. Li pubblicherò in seguito. Forse.