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Brandelli di un mondo bizzarro non è un diario in ordine cronologico da sorbirsi dall’ultimo post. È un archivio di scene, satira e ragionamenti. Parti da dove ti interessa:

Tutti i post in ordine di data restano disponibili sotto. Meglio entrare da una porta, però.

Adieu Pattayà!

L'insegna luminosa sulla collina che sovrasta Walking Street

È arrivato il momento di lasciare Pattaya. L'amico italiano che lavora qui e che quest'anno mi ha ospitato spesso a casa sua è stato trasferito alla filiale cinese dell'azienda. Le operazioni di trasloco sono quasi finite, rimangono da sbrigare alcune pratiche per lo sdoganamento del cane e poi siamo a posto. Lui volerà a Shanghai, io rientrerò nella mia amata modalità semi-nomadica. Prevedo molti viaggi. Il più possibile via terra, l'unico modo per godersi ciò che c'è tra i luoghi A e B, oltre che gli stessi A e B.

Non mi posso lamentare troppo di questa città. L'ospitalità è stata ottima, la casa è stupenda. I ritmi di vita, le distanze, il traffico e anche il paesaggio sono più a misura d'uomo rispetto a quelli di Bangkok, tanto per fare un esempio. La spiaggia e l'acqua non sono un gran che, anzi, fanno piuttosto schifo, ma il mare è sempre il mare. Il tipo di turismo e di vita notturna, la prostituzione invasiva, la corruzione, il materialismo dilagante e l'atmosfera pesantemente losca lo fanno però diventare ben presto un posto insopportabile.

I'm fuckin' outta here. Come ho sentito dire a certi tizi che badavano più al modello di canottiera e bandana, alla visibilità del tatuaggio e del pettorale, alle treccine e all'inclinazione del berrettino che alla qualità di quel che usciva dalle loro bocche. 

Goodbye Pattaya! Di aneddoti bizzarri e spesso scabrosi me ne hai raccontati parecchi, e un amante di storie quale sono non può che essertene grato. Di sicuro però, almeno per un po', non credo proprio che mi mancherai.

PS Le storie raccapriccianti di Pattaya ho finito di ascoltarle, ma non di raccontarle. Ci saranno quindi altri post-umi sul tema

Customer care-less - Thailandia


Questo è un altro post accusa. Lo pubblico a beneficio di chi ha avuto problemi simili a quello che ho avuto io. Ma anche per cercare di provocare un minimo danno di immagine all'azienda colpevole, affinché imparino la lezione e si comportino correttamente in futuro. Per chi non è interessato alla questione può risultare un po' noioso, saltatelo pure e passate al prossimo post del blog.

Questa volta il bersaglio è la catena di negozi IT City, specializzata in prodotti di informatica ed elettronica.

A loro favore devo premettere che si tratta probabilmente dei centri meglio forniti e coi prezzi più competitivi della Thailandia. Quando però ho avuto occasione di metterne alla prova l'atteggiamento verso i clienti che si presentano con qualche problema (il cosiddetto customer service o servizio post vendita) la bocciatura è stata inevitabile, immediata e assoluta. E non si tratta certo di un caso isolato: la serie di comportamenti e situazioni inaccettabili è stata troppo lunga e clamorosa per poter prendere qualsiasi tipo di attenuante in considerazione.

I fatti. La mia chiavetta internet iFox non funziona più. E' colpa mia, l'ho sottoposta a una serie di colpi e torsioni insostenibile, è saltato qualche contatto e il pc non la riconosce più. Peccato, la utilizzavo con un abbonamento 3G della AIS molto conveniente e non mi ha mai dato problemi. Ho anche provato a ripararla: per quel che era possibile ho persino peggiorato la situazione. Me ne vergogno un po', ma ho cercato di fare il mio dovere. La laurea in ingegneria imponeva il tentativo, il successo era auspicabile ma non scontato.

Vado a comprarne una nuova all'IT City presso il centro TukCom di Pattaya. Ce ne sono di varie marche e modelli, ma quella della D-Link è in promozione ed è offerta a un prezzo imbattibile per pochi giorni ancora. Mi assicurano che specifiche e prestazioni sono le stesse degli altri prodotti disponibili. Do un'occhiata alla confezione e noto che tra i sistemi operativi supportati c'è anche Ubuntu Linux, versione 10.04 o superiori. So che anche le Huawei e le iFox sono riconosciute da Linux (le ho usate entrambe, non serve nemmeno installare alcun software) ma il fatto che la D-Link, a differenza dei suoi concorrenti, lo puntualizzi tra le specifiche me la rende simpatica e degna di fiducia. La compro.

Quando torno a casa noto che con Windows il mio collegamento 3G è riconosciuto soltanto come 2G/edge, ed è molto lento. Linux addirittura non la vede affatto. Eccezionale! Che delusione. Cerco il sito della D-Link e chiamo il customer service, mi rispondono da Singapore. Parlo con una signorina molto gentile che mi chiede di tutto, quindi ricevo un'email con il riassunto di quello che ha scritto. Ha fatto davvero un buon lavoro, non mi viene in mente nessuna informazione che possa essere stata tralasciata. Un paio di giorni dopo vengo contattato dall'assistenza tecnica, mi forniscono del codice da inserire nel terminale di Ubuntu. Provo, continua a non funzionare, lo faccio presente, mi forniscono dell'altro codice, più lungo. Questa volta funziona, il problema con Linux è risolto, anche se non si tratta di una soluzione plug and play come indicato sulla confezione. Per quanto riguarda la ricezione della rete 3G mi consigliano di aggiornare il firmware. Lo faccio, non funziona, li informo del risultato. Mi fanno sapere che devo rivolgermi al centro assistenza per un test e una eventuale sostituzione. Il centro è a Bangkok, non ho voglia di andarci appositamente per un problema del genere. Decido di tornare all'IT City. Nel frattempo sono passati nove-dieci giorni.

Spiego che la chiavetta non funziona automaticamente con Ubuntu Linux e non si collega alla rete 3G della AIS, anche se mi avevano assicurato che aveva le stesse funzionalità delle altre chiavette in offerta. Prima ancora di affrontare il problema mi fanno sapere che i sette giorni utili per la sostituzione gratuita del prodotto sono già trascorsi. Poi passano ai test. Da quel momento in poi si impegneranno strenuamente per convincermi che la colpa è soltanto mia. Dimostrano che la rete True funziona regolarmente e quando constatano che quella della AIS, il più importante gestore di telefonia mobile del paese, funziona solo in 2G sostengono che AIS non offre copertura 3G a Pattaya e dintorni. Quando faccio presente che con le chiavette iFox e Huawei la rete 3G funziona benissimo affermano che non è possibile, poi che il segnale probabilmente va e viene (?) e infine mi consigliano di passare a True (carissima e con dei piani volume based che non mi piacciono). Soluzione inaccettabile, atteggiamento assolutamente non professionale. Non considerano nemmeno l'ipotesi di testare la mia SIM card con una delle loro chiavette Huawei, per vedere se sto dicendo la verità. Che curioso. Ci ricascano quando faccio notare che la chiavetta non è automaticamente riconosciuta da Linux. "Linux??? Ma perché non usi Windows?" Vorrei rispondere che usavo Windows, ma purtroppo si trattava di quel modello a carbone con zavorra piombata di nome Vista, poi però lascio perdere: cosa vuoi dire a chi ti fornisce una soluzione del genere? Li ascolto quindi mentre confabulano tra di loro in thailandese, credendo probabilmente che io non capisca: l'unica soluzione soddisfacente, stanno dicendo, sarebbe la sostituzione, ma non è praticabile perché il loro superiore l'ha tassativamente esclusa, a prescindere da quale sia il problema. 

Aggiungo che mi sono potuto presentare solo ora perché lo scambio di email e telefonate con il customer service di D-Link ha richiesto un tempo molto lungo, non per colpa mia. L'intervallo dei sette giorni (di cui comunque non mi avevano informato al momento dell'acquisto) dovrebbe valere soltanto in caso di prodotti difettosi, acquisti errati o altri problemi per cui il rivenditore non ha nessuna colpa. Un'azienda seria non può nascondersi dietro a un cavillo del genere nel caso il problema sia stato causato da informazioni carenti o addirittura inesatte fornite dal proprio personale.

A questo punto i tecnici, che avevano formato un capannello attorno al pc utilizzato per i test, non hanno più nulla da dire e hanno perso interesse per il mio caso. Uno dopo l'altro se ne vanno. Senza dirmi nulla. Sono in Asia da troppo tempo per non sapere che cosa sta per succedere ma decido di non mollare e mi incollo all'ultimo che si allontana. Lo avvicino, gli chiedo quale sia la soluzione proposta. Mi risponde che non c'è null'altro che possano fare per me (null'altro? In realtà non hanno fatto proprio nulla per me). Poi, sempre più scocciato, fa un cenno con le mani, si gira e si avvia nuovamente. Chiedo di poter parlare col direttore. Mi informa che il direttore mai yuu (non è in sede) e quando chiedo di fissare un appuntamento o di avere un numero di telefono mi risponde mai mee (che a seconda dei casi può significare: non c'è, non ce l'abbiamo, non è disponibile, non è possibile, o anche, in casi estremi, vaffanculo...). Li incalzo ancora ma ormai sono diventato un pedante, petulante e  infantile seccatore. Non mi degnano più di una risposta e borbottano tra di loro, magari insultandomi pure. Resto nel negozio ancora un po' ma un'umiliazione del genere non vale il prezzo dell'inculata che mi hanno tirato.


Arrivato a casa cerco il sito di IT City. Scrivo una email lunga, dettagliata e dal tono non troppo indignato in cui spiego il mio problema con il prodotto e con i loro dipendenti. La invio quindi all'indirizzo del loro customer care. Ricevo una notifica: il messaggio non può essere recapitato. Riprovo a distanza di giorni con lo stesso risultato: la casella non sembra essere piena, si direbbe che l'indirizzo non esista proprio (provate pure: itc@itcity.co.th). Scrivo anche al webmaster per chiedere delucidazioni ma non riceverò alcuna risposta (se provate un piacere perverso nel farvi ignorare eccovi anche questo: webmaster@itcity.co.th). Quindi chiamo il numero della sede centrale e chiedo di passarmi il customer care. Non sorprendentemente si rivela un'operazione piuttosto complessa, ma alla fine qualcuno risponde. Spiego che ho avuto un problema con un acquisto e che essendo una storia un po' intricata preferirei esporla via email. L'addetto non conosce l'indirizzo (!), chiede ai colleghi ma nemmeno loro ne sanno nulla (!!). Mi chiede di richiamare più tardi, nel frattempo lo cercherà (!!!). Dico che preferirei essere richiamato ma lui sostiene che non è possibile perché non riesce a vedere da che numero lo sto chiamando (!!!!). Surreale. Non li richiamerò mai. Invierò la mia lettera per raccomandata al loro indirizzo di Bangkok, indicando il mio numero di telefono e il mio indirizzo email. Ovviamente non riceverò alcuna risposta. Me lo aspettavo ma non volevo lasciare nulla di intentato.
Lo so, a volte posso essere un illuso, cocciuto rompiscatole ma onestamente mi sembra che un'azienda di quel tipo non possa comportarsi così. E poi andiamo, rovinarsi la reputazione per pochi euro? Assurdo. Che miserabili accattoni.


Mosso dalla mia testardaggine non mollo le caviglie del customer service D-Link. D'altronde in questo periodo ho più tempo libero che soldi da buttare. Pur avendomi venduto un prodotto piuttosto scarso i loro addetti si rivelano in gamba, responsabili, motivati e gentili. Dopo una serie interminabile di email e una visita al centro servizi di Bangkok riusciranno a identificare la causa del problema: la chiavetta è compatibile soltanto con alcune delle reti e quella della AIS, ovviamente, non è fra loro. I commessi di IT City non ne sapevano nulla, mi hanno venduto un prodotto che non mi serve a nulla e hanno quindi deciso di dare la colpa a me. Sono soddisfatto, il valore di un'azienda non lo scopri soltanto quando tutto va bene, ma anche quando c'è qualche grana da sistemare. 

D-Link ha dimostrato di tenerci.
All'IT City invece una bella azione di sputtanamento non gliela leva nessuno. A loro potrà anche non fregare nulla...a me però sì.

Aggiornamento: anche la seconda chiavetta ha dei problemi: non funziona con Mac, tanto per dirne uno. Il software va in crash continuamente, il computer si blocca e l'unico modo per uscirne è lo spegnimento forzato. Una palla.
E nemmeno la D-Link sembra avere una soluzione appropriata.
Il mio consiglio: comprate chiavette Huawei, ZTE o di qualche altra marca...

Come Rocky Balboa - Kuala Lumpur, Malesia


Ogni sera, dopo aver finito la lezione ed esser tornato in albergo, mi strappo di dosso le vesti da insegnante, mi infilo pantaloncini, maglietta sintetica, scarpe di gomma e scendo per una corsetta. Da Brickfields, nei pressi della stazione centrale di KL, a Bangsar, mezzoretta per le stradine di qualche quartiere residenziale. 

Anche i malesiani fanno esercizio, ovviamente, ma ho il sospetto che vadano in quelle palestre ad aria condizionata o che corrano altrove: qui infatti sono sempre l'unico che trotta. E a quelli che incrocio devo sembrare un occidentale un po' svitato o un atleta serio che si prepara per una competizione ufficiale (nel secondo dei casi probabilmente non hanno osservato attentamente il mio fisico...). Comunque sia devo apparire come uno a cui per qualche ragione si sorride, si rivolge la parola, va dimostrata in qualche modo simpatia. Il parcheggiatore abusivo ride e mi dice:" He he…running, running...yes, yes…" Le guardie giurate dei condomini di lusso mi salutano con un "Good evening, Sir!" E i passanti domandano, un po' retoricamente: "Going jogging, right?" Tutti sorridono, simpatizzano, incoraggiano. 

Io di solito parto per farmi i cavoli miei, correre, fare due stiramenti, due piegamenti e poi tornare in stanza, stanco e soddisfatto. Ma non ci riesco a far finta che tutto ciò non abbia alcun valore. Quindi rispondo, sorrido, saluto, e i loro approcci mi infondono energia. Non credevo di averne bisogno, ma quella loro umanità mi entra in circolo, mi tonifica, mi rinfresca, mi eccita. Accelero, alzo la testa, mi muovo con più fluidità. Mi sento quasi Rocky Balboa che si allena lungo i viali di Filadelfia, e quando la strada sale in collina è come se sprintassi sulla famosa scalinata, circondato dai ragazzini. E in cima potrei fermarmi, buttare in alto le braccia, saltare e urlare: "Avanti Apollo Creed! Sono qui, sono il tuo Stallone italiano, pronto per farti un culo quadro e strapparti quella cintura dorata di dosso!" 

Ma non lo faccio. Invece mi giro, torno indietro, comincio anche a sentirmi un po' stanco: quella salita, e soprattutto quella accelerata insensata si fanno sentire. Per fortuna la fisica non è un'opinione e quel che saliva al ritorno scende. Devo solo controllare le falcate e stare attento alle articolazioni.

Rocky Balboa un par di palle, ora mi sento più come Danny Devito, Benny Hill o Mr. Bean.

Però, che iniezione di adrenalina sono i sorrisi e le parole dolci degli sconosciuti, specialmente in un luogo alieno. Come una specie di doping, ma senza controindicazioni.

Scampagnata a Genting Highlands, con galleria fotografica - Malesia

Le cabine della funivia o, come le chiamano qui, gondole
Questo poteva essere uno di quei raccontini babbei in cui si descrive quel che si è fatto in un giorno libero. Ma se qui c'è un babbeo, quello sono io. I miei racconti, mai! Lì deve entrarci l'umanità, coi suoi buoni e cattivi, il cinismo, la speranza, l'ironia, preferibilmente rivolta a me stesso. Altrimenti dopo poche righe mi annoio e butto via tutto.

Sono a Kuala Lumpur da quasi un mese e non ho ancora goduto di una giornata di licenza. Nei giorni feriali insegno dalle 9:30 alle 16:30. Il sabato e la domenica dalle 9 alle 19. Credo di essere uno dei pochi individui a non vedere l'ora che arrivi il lunedì per rilassarsi un attimo.
Oggi per la prima volta sono libero e voglio fare una gitarella fuori porta. Devo scegliere tra le Batu Caves e Genting Highlands. Sono già stato in entrambi i posti una decina di anni fa. Su Genting avevo anche scritto qualcosa. Allora, vediamo: le grotte... un sacco di scalini, il caldo, le scimmie che rompono le balle. A Genting invece c'è la funivia sospesa sulla giungla e la frescura delle verdi montagne. Vado lì.
Alla biglietteria, visto che non so ancora a che ora vorrei tornare, mi convincono a comprare un viaggio di sola andata "Il ritorno lo compri lì, è una formalità." Potrebbe essere un presagio dagli oscuri risvolti, ma non cominciamo a fare i paranoici.

Immagini bizzarre/2

Scene buffe e/o bizzarre osservate e immortalate personalmente

Anche le mosche scopano, che vi credevate? (Isola di Burano, Venezia, Italia)

 Sculture realizzate con pietre in equilibrio (Zurigo, Svizzera)

Originaloni in fila per farsi fare una foto mentre "reggono" la Torre Pendente (Pisa)

Merry shopping! Auguri di natale da Citibank - Kuala Lumpur, Malesia

I sinceri auguri natalizi di Citibank Malesia

Proprio così, Merry Shopping, è questo l'augurio di natale che Citibank rivolge ai suoi clienti di Kuala Lumpur quest'anno.  

Che tristezza! Dissacrante! Offensivo! Materialista!

Sono alcune delle prime cose che potrebbero venire in mente leggendo quella pubblicità, soprattutto a chi del natale ha, o finge di avere, un'idea diversa. Eppure se ci pensate bene è esattamente di questo che si tratta. Il natale, per aziende e commercianti altro non è che uno strumento per dare un impulso alle vendite. Ma si tratta di una visione condivisa anche dalla maggiorparte dei loro clienti. Lo sanno tutti quindi, e lo fanno tutti. Perché nascondersi dietro a frasi, pensieri, immagini e musichette ipocrite? Citibank Malesia quest'anno se n'è vista bene, andando dritto al sodo. Magari è stato un eccesso di franchezza involontario. Non lo sapremo mai. Ma se badiamo esclusivamente all'effetto concreto, senza fare dietrologia o processi alle intenzioni, per quanto mi riguarda va bene così.

E allora tanti auguri di buoni acquisti a tutti!

Rileggi qui la poesia sul natale dello scorso anno.

Un antico detto veneto applicato a un centro commerciale di lusso - Kuala Lumpur, Malesia

Ma guarda che bel cesso tondo tondo...

Un antico detto veneto recita: "El tempo, el cul e i siori li fa sempre quel che vol lori." 

In effetti dieci minuti fa ero circondato da arroganti stronzetti a caccia di regali di natale tra i negozi di lusso di questo centro commerciale fighetto, mentre fuori infuriava una tempesta monsonica. Eccovi serviti, amanti dei proverbi, tempo e signori stanno facendo la loro parte. Mancherebbe il culo, pensavo, ma sottovalutavo il getto di atmosfera plutoniana che mi centrava le viscere mentre osservavo distratto quell'andirivieni di invasati. Io riflettevo e l'aria fredda mi lavorava ai fianchi e, soprattutto, al ventre.

E sarà per quello che questo branetto lo sto ideando in bagno, mentre seduto sulla tazza del cesso cerco di rilassare le viscere irrigidite. Anche il culo (mai così proverbiale) si è messo infine a fare quel che vuole. Per fortuna in questi centri commerciali persino i bagni sono lussuosi e immacolati. E poi, potrà anche sembrare un paradosso, ma gli stronzi che fluttuano qua dentro hanno meno puzza sotto il naso di quelli che trottano là fuori.

Bordelli-corridoio a Brickfields - Kuala Lumpur, Malesia

Foto di un bordello-corridoio, scattata in fretta e di nascosto

Brickfields è un quartiere a ridosso della stazione centrale di Kuala Lumpur (KL Sentral, sì Sentral, con la "S"). A differenza di altri distretti del centro è rimasto pressoché intoccato dal passaggio delle ondate di modernità che hanno stravolto la città, anche se le imponenti linee di grattacieli e infrastrutture lo assediano accanite. La zona ospita una pittoresca Little India, alberghi economici, ristorantini multietnici, bancarelle e luoghi di culto, tra cui numerose chiese cristiane. 

I locali più bizzarri sono però dei corridoi lunghi e stretti che si affacciano sui marciapiedi. L'entrata semi coperta da uno straccio che funge da tenda, una tenue luce rosa che fuoriesce dai lati liberi, attraverso i quali è possibile spiare una serie di porte malmesse, ognuna sorvegliata da una donnina in abiti succinti appoggiata a uno stipite o seduta su uno sgabellino di plastica. Un magnaccia con l'atteggiamento tipico del ragno-umano (mi stava per scappare scritto uomo-ragno, ma ho visto cartoni e letto fumetti: so che differenza passa tra il bene e il male) sta seduto o in piedi appena fuori. I clienti entrano ed escono in fretta, forse per assecondare l'imbarazzo. Altre persone, con facce che spaziano dal losco al tagliagole, bighellonano nei dintorni, urlando, ridendo, sbeffeggiandosi o spingendosi. Condensati di squallore sociale metropolitano.

Sono dei piccoli bordelli, a gestione familiare: all'interno di alcuni si intravedono persino la cucina e alle volte, nel fondo, come in una qualsiasi casa cinese che si rispetti, un colorato altarino buddhista. Ce ne sono a decine, sfacciati, miseri, sporchi, indisturbati. I magnaccia invitano i passanti a dare un'occhiata alle offerte di giornata. Io ci cammino spesso davanti e vengo sistematicamente ignorato. Potrei illudermi di essere diverso da quegli altri, di non avere l'aria del puttaniere, ma la so troppo lunga per ingannarmi in quel modo. Le razioni di sexy man! e handsome guy! - tutti genuinamente falsi -, che le bar-lady thailandesi negli anni hanno riservato anche a me, non me lo permetterebbero.

Il grande Mirco Buso(wski), un film dei fratelli Coe(ghi)n - Padova

Attenzione! Parte del dialogo incluso in questo post è in dialetto veneto. La traduzione in italiano è riportata in coda.

Padova, via Benedetto Cristofori, fine anni '90. Un locale angusto nascosto sotto i portici, pieno di fumo e odori acri di cucina. L'istrionico oste, dopo aver stretto loro la mano all'americana, chiacchiera con un gruppo di giovani avventori, al tavolo presso cui questi stanno bevendo il suo celebre Sangue di Giuda (un vino contraffatto, recuperato, riciclato, rimescolato e riutilizzato) e mangiucchiando delle patatine fritte. 

"Tosi, savio parché ai me clienti ghe piaze cusì tanto 'e me patate frite?" 
"Eh, dai, dicci un po' Mirco, perché?" 
"Parché 'e ze fresche ah, eco parché!!!" 
"Eh beh, in effetti ormai di patatine fresche ai ristoranti non se ne trovano più..." 
"Esato! A mi invese me ne riva tute 'e matine...do pachi grandi cusì...zà tajà e surgeà." (Mentre lo dice allarga le braccia a mimare la grandezza dei pacchi.)
"Ma come, Mirco, già tagliate e surgelate? Non hai detto che sono fresche???" 
"Freschisime! Te go dito che ghe ne riva DO pachi enormi, NOVI...TUTI i jorni!!!" 
"..." 

Mirco Buso, un oste e un'osteria che hanno lasciato un grande vuoto in città.

Traduzione del dialogo:
 
"Ragazzi, sapete perché ai miei clienti piacciono tanto le mie patate fritte?" 
"Eh, dai, dicci un po' Mirco, perché?"   
"Perché sono fresche, ecco perché!!!" 
"Eh beh, in effetti ormai di patatine fresche ai ristoranti non se ne trovano più..."  
"Appunto! Qui invece ne arrivano tutte le mattine...due pacchi grandi così...già tagliate e surgelate" (Mentre lo dice allarga le braccia a mimare la grandezza dei pacchi.)
"Ma come, Mirco, già tagliate e surgelate? Non hai detto che sono fresche???
"Freschissime! Come ti ho appena spiegato ne arrivano DUE pacchi enormi, NUOVI...TUTTI i giorni!"
"..." 

PS Il termine coeghin, utilizzato nel gioco di parole del titolo, significa cotechino.

Durian: il vero frutto proibito, ovvero la misura della libertà - Kuala Lumpur, Malesia

Un durian aperto a colpetti di machete: un fagiolozzo intatto e un seme spolpato

Cosa c'entra il durian, un frutto tropicale, con la libertà? Forse nulla, forse molto.

Il durian. L'avevo assaggiato anni fa, appena arrivato nel Sud Est Asiatico. Dev'essere stato a Singapore: a Bugis Junction infatti, dove alloggiavo, non appena arrivava la stagione della raccolta la zona si riempiva di bancarelle. Pur non facendomi schifo, come invece alla maggior parte degli occidentali, non mi aveva entusiasmato, anche se non saprei spiegare il perché. Nemmeno la sua presunta, terribile puzza mi aveva colpito. E pensare che proprio a Singapore, a causa del cattivo odore che emanano, i durian sono proibiti negli hotel, nella metropolitana e in altri luoghi pubblici, con tanto di cartelli di divieto illustrati. Ma a Singapore è persino vietato importare gomme americane, figuriamoci mangiare frutta puzzolente in ambienti chiusi. In Asia mi è capitato di annusare cibo ben più maleodorante del durian. Certe varietà di chou doufu (tofu puzzolente) in Cina e a Taiwan mi hanno costretto a tapparmi il naso quando mi trovavo a cinquanta metri o più dal ristorante-sorgente. Un'intensità simile a quella del fetore che ormai più di vent'anni orsono, in un paesino dell'Appennino Lucano, saliva dalla scarpata su cui putresceva la carcassa di una vacca ed entrava dalla finestra rotta impregnando l'aria della stanza, tenendo me e mio fratello svegli tutta la notte, a cercare topi morti sotto il letto e controllare i conati di vomito mentre non smettevamo di ridere increduli. Il durian puzza vagamente di gas da cucina, ma non si tratta di un odore insopportabile.

In questi giorni, di sera, Bricksfield si riempie di camioncini-bancarella che vengono a vendere questo frutto. Gli asiatici ne vanno pazzi e i commercianti fanno affari d'oro. Vedi gente che ne consuma a ogni angolo, un po' come da noi si fa(ceva) in estate con l'anguria. 

Tornando in albergo dopo cena passo davanti a un furgoncino e butto l'occhio incuriosito. Un minuto dopo quasi mi fermo quando ne vedo un altro. Tuttavia resisto: il ricordo di quella prima, lontana esperienza mi trattiene. Eppure sono tentato: su molte faccende asiatiche ho cambiato idea nel corso degli anni. A pochi metri dall'albergo c'è un'altra bancarella, uno dei ragazzini nota la mia curiosità e mi sorride. Un sorriso vagamente timido, irresistibile, un sorriso accalappiacani, e io stasera mi sento un po' randagio. Me ne faccio dare uno piccolo e lo porto di nascosto in camera (Kuala Lumpur non è Singapore, ma non si sa mai). Squarcio la corazza con le mani nude facendo attenzione ai pungiglioni, utilizzando il sacchetto per proteggermi, poi afferro la polpa viscida e farinosa che mi si spappola tra le dita. Me la schiaccio in bocca impiastricciandomi labbra, mento e barba. Cazzo, che buono! Dolce ma non troppo, giallo-sole, cremoso, vellutato...hmmm cosa mi sono perso per quasi un decennio! Pensare che me ne aveva offerti tre a un prezzo scontato...domani non si sbaglia, si fa scorta!

Il sacchetto con l'involucro e i semi sporchi lo getto nel cestino del pianerottolo. Rientro in camera e annuso con attenzione. Forse è rimasto un leggero odorino, ma è quasi impercettibile.

Il giorno dopo, come promesso, ne compro tre. Appena metto piede in ascensore una guardia notturna mi chiede se dentro il sacco ci sono dei durian. Rispondo di sì e quello mi vieta di portarli in stanza, causa puzza. Da un albergo in Malesia - un paese meno ossessionato dai regolamenti della vicina Singapore - non me l'aspettavo. La guardia mi fa anche notare che c'è un cartello all'entrata, il durian barrato che avevo visto spesso nella città stato. E questo è forse l'aspetto della faccenda che più mi ha deluso. Questa dannata tendenza a vietare, regolamentare, canalizzare, controllare, a imbrigliare sempre più saldamente gli istinti dell'individuo mano a mano che le società si sviluppano.

Forse è il prezzo da pagare per l'avanzamento economico, tecnologico e sociale (?) che paesi come questi perseguono. E forse sono io che sbaglio. Magari hanno ragione loro: se tutti portassero durian in albergo e in metropolitana il fetore sarebbe insopportabile. Ma io non sono un anarchico, mi oppongo semplicemente agli eccessi. Questa storia dei durian può non c'entrare nulla, eppure accostata ad altri indizi che ho raccolto alimenta la mia impressione che il differenziale di libertà, spensieratezza e spontaneità tra Malesia e Singapore si stia assottigliando. Ed è uno spostamento che purtroppo avviene verso il basso. Lo ammetto, non sono un asso negli affari e anche di pianificazione ci capisco poco, ma sulla libertà un paio di cose le so: c'è chi la usa come moneta per comprarsi il benessere. Io, quando possibile, faccio esattamente il contrario. 

Comunque vedremo: magari all'aeroporto di Kuala Lumpur non vi sequestreranno mai il pacchetto di gomme che vi portate appresso, ma se fra qualche anno la città si sarà riempita di assurdi cartelli di divieto non vi stupite troppo. Io, statene certi, non lo farò.

PS In italiano il durian viene anche chiamato durio o durione. Mi sembrano termini ridicoli e visto che in Italia praticamente non esiste ho preferito utilizzare la versione internazionale del nome, valida comunque anche nella nostra lingua.

Il segnale di divieto nell'ascensore dell'albergo.

Il segnale di divieto all'entrata dell'albergo

Segnali di divieto all'entrata della LRT (metropolitana) di Kuala Lumpur...niente discriminazione per tipi di frutta qui

Si sono venduti l'entrata del centro commerciale - Kuala Lumpur, Malesia

L'entrata che fu, convertita in negozio

A Bukit Bintang, in pieno centro città, c'è un noto centro commerciale. Come tutti i centri commerciali anch'esso aveva un'entrata, con le grandi porte automatiche a vetri, i giochi di luce, il pavimento in stile. Quelli che lo gestiscono se la sono venduta. Sì, si sono venduti l'entrata. Il centro è regolarmente aperto al pubblico ma l'entrata è stata sostituita da un negozio di abbigliamento che bisogna attraversare se ci si vuole recare all'interno o all'esterno. Con le porte piccole, i corridoi e una fastidiosa sensazione di essere un intruso.

Proviamo per un momento ad andare indietro nel tempo e immaginiamoci la scena seguente. Si sta tenendo il consiglio di amministrazione della società di gestione del centro commerciale. Un cliente importante ha chiesto uno spazio per l'apertura di un suo nuovo punto vendita. 

"Non abbiamo nulla da offrirgli."
"Come nulla? L'ultimo piano è mezzo vuoto!"
"Questo genere di clienti non li metti all'ultimo piano. Vogliono il piano terra, possibilmente a ridosso dell'entrata..."
"D'altra parte non abbiamo contratti d'affitto in scadenza fino al 2020."
Nella sala cala il silenzio. Nessuno ha uno straccio di un'idea da proporre. Poi un giovane assistente, un neolaureato appena assunto, piuttosto annoiato si abbassa a scrutare la mappa della struttura e ci punta un dito sopra. Quindi, tra sé e sé, bofonchia:
"Qui c'è uno spazio libero..."
Il capo butta un'occhio, scoppia in una risata arrogante e lo falcia con un commento sprezzante:
"Idiota! Quella è l'entrata! HA HA HA"
Ha riso il capo, quindi ridono tutti. "HA HA HA" L'uscita in effetti suona proprio bislacca.
A un certo punto però il capo si acciglia, si gratta il mento, pensa. I suoi collaboratori più stretti se ne accorgono e assumono un'espressione seriosa e deferente, cercando di mascherare la confusione. Gli altri, meno esperti e pronti, continuano a ridere, ma non per molto. A poco a poco cala di nuovo il silenzio. E' però un silenzio molto diverso da quello precedente.
"In effetti è un account da non perdere, un ottimo affare. E poi tutti i clienti in uscita e in entrata sarebbero costretti a passeggiare tra la sua merce esposta...una mossa di marketing fantastica, potremmo fargli pagare un affitto da capogiro!" 
Questo che ha parlato è il capo. Ora tutti annuiscono, sembrano aver capito, chissà cosa poi. L'idea di sostituire l'entrata con un negozio non fa più ridere a nessuno. Anzi, è stata promossa sul posto a colpo di genio, pur se involontario.

Il giovanotto diventerà il braccio destro del capo, il suo salario sarà quintuplicato. A partire dalla riunione successiva tutti gli altri sfigati proporranno le idee più strampalate sperando in una botta di culo della stessa portata. Ovviamente in breve l'azienda fallirà per eccesso di stupidità. Steve Jobs avrà avuto torto, almeno per quanto riguarda lo "stay foolish". Sullo "stay hungry" invece ci ha visto dentro. La fame infatti è ciò che proveranno quei cialtroni dopo aver perso il lavoro.

Un po' anche dispiace. Ma che cazzo, si sono venduti l'entrata...l'entrata! Per non parlare dell'uscita.

KL Monorail: il mezzo di trasporto più tenero al mondo - Kuala Lumpur, Malesia

Il musetto da topolino della KL Monorail

La Monorail di Kuala Lumpur sembra quasi un giocattolo, un modellino di metropolitana, una sopraelevata della Lima. Con quelle sue stazioncine, le tensostruttirine, le lucine, i cartellini segnaletici, i semaforini, le scalette per spostarsi tra i binarietti, i vagoncini, il musetto da topolino, i faretti, i sedilini, le porticine, gli allarmini che ne segnalano la chiusura, la vocina che annuncia le fermatine, le ruotine, le rotaiette, tutte quelle curvine che rendono il percorsino così tortuoso. Già, perché la Monorail, piccina, ha dovuto adattarsi a tutto e niente in città si è spostato di un centimetro per farle un po' di posto. Come se non bastasse le hanno dato soltanto una rotaia: per un mezzo del genere due erano in effetti troppe.

Nella vicina Bangkok la Monorail ha un cugino: il massiccio, sicuro di sé, superbo Skytrain, che avanza con fierezza in linea retta sopra le direttrici principali della città: poche le curve e gli ostacoli da aggirare.

La Monorail invece sembra quasi uno scherzo, o meglio, uno scherzetto. Ma dopotutto è così tenera: ogni volta che sali a bordo è come se un fantasma ti pizzicasse gli angoli della bocca tendendoti un gran sorriso sul volto. E più avanzi verso l'interno più le sue dita tirano e più il sorrisone si espande. Caldo torrido, piogge monsoniche, traffico e smog, la situazione all'esterno può anche essere disperata ma la Monorail di KL non ti tradisce mai: quando la utilizzi ti prende sempre il buon umore.

L'onta della business class - Da Bangkok a Kuala Lumpur


Ne avevo sempre sentito parlare come scelta di qualità, come compensazione per problemi di overbooking o sedili danneggiati, persino come scorciatoia per stringere conoscenze utili. Ero però sempre riuscito a starne alla larga, io, membro orgoglioso del popolo rozzo, animato da selvaggia avversione nei confronti dei vezzi degli arricchiti: il golf, i circoli esclusivi, le auto pacchiane, i monili, le villette borghesotte, e, per l'appunto, la business class. Alla fine però, dopo anni di viaggi scomodi e polverosi, carri bestiame, convogli per prigionieri, pullman in bilico sul ciglio di un precipizio, attese prolungate in terra di nessuno e trafile noiose per clandestini alla dogana, mi è toccato subirne l'umiliazione. Io, quello che si lamentava per averci messo solo 32 ore da Venezia a Bangkok, ripromettendosi per compensare di farlo un giorno via terra. Proprio io, sì, infilato di straforo in business class. Non per mia scelta, sia chiaro. Quelli dei corsi l'hanno tirata per le lunghe, si sono ridotti all'ultimo momento e visto che i posti in economy erano tutti esauriti sono stati costretti a prenotarmene uno nella classe superiore. L'alternativa era quella di non avere un insegnante al primo giorno di lezione: francamente impraticabile.

E così mi sono ritrovato stordito da un susseguirsi di privilegi di cui non avevo mai sentito la mancanza: banco preferenziale al check-in, premier lane alla dogana in uscita, la sala d'attesa di lusso, i priority seat al gate, la precedenza all'imbarco, il divano volante, l'ampia scelta di riviste patinate, le hostess che si fermano a fare conversazione (non mi avete mai cagato quando stavo stipato tra gli altri passeggeri-sardine lì dietro, siete a caccia di un marito ricco? Continuate pure a cercare...), l'aperitivo dopo il decollo, la frutta secca selezionata (meno del 30% di arachidi!!! Non è fantastico?), la tovaglia di broccato, le posate in tungsteno, i bicchieri di cristallo, il vicino che sorride, ringrazia e annuisce come uno studente di Eton e di nuovo la premier lane alla dogana in entrata. Se mi avessero sgamato a camminarmi le poche centinaia di metri che separano la stazione della navetta dall'alberghetto, con il borsone e la chitarra a tracolla, mi avrebbero bandito dal circolo del lusso a vita.

Oh intendiamoci, sono comodità eh, dettagli che indubbiamente ti cambiano il viaggio. Anzi, che non ti fanno proprio sentire in viaggio. Ma io devo comunque parlarne male: sono capricci che non fanno per me a cui però si fa presto ad abituarsi. Quando mi imbatto in qualcosa che luccica un po' troppo...preferisco adottare la diffidenza dei pezzenti.

Foto di caribb (CC)

Essere eroi può anche non bastare


Nonostante vi trovi spazio qualche bufala di troppo Facebook può essere utilizzato per diffondere delle storie interessanti. Ma soprattutto autentiche. Questa per esempio.

Durante la seconda guerra mondiale una signora polacca, Irena Sendler, salvò 2500 bambini ebrei da morte certa per mano dei nazisti, tirandoli fuori di nascosto, a piccoli gruppi, dal ghetto di Varsavia. Alla fine fu scoperta, torturata e condannata a morte. Condanna a cui riuscì per fortuna a sottrarsi. Nel 2007 fu tra i nominati per la vittoria del Nobel per la Pace, con l'appoggio ufficiale dei governi di Polonia e Israele. Non vinse: le 2500 vite innocenti che ha salvato, i rischi che ha corso, il coraggio, le torture sofferte, la condanna a morte scampata e le sponsorizzazioni illustri non sono bastate. Per la commissione c'era infatti quell'anno un candidato più meritevole: l'ex vice presidente americano Al Gore. Sì, non ho scritto male, avete letto bene. Il Nobel per la pace nel 2007 non andò a Irena Sendler, bensì ad Al Gore. Colui che riuscì a dilapidare l'enorme vantaggio che i democratici avevano alla fine della presidenza di Bill Clinton, permettendo al mediocre George W Bush di vincere le elezioni e fare il bullo in giro per il mondo per otto anni. E che si è poi messo a girare film.

Avevo già espresso dei dubbi sulla credibilità del premio quando lo vinse Barak Obama. Per fortuna la proposta per la nomination di Silvio Berlusconi non ebbe successo, se non nel suscitare grande ironia e sonore risate (comprese le mie). Ma Al Gore al posto di Irena Sendler è inquietante. Se questo è il modo in cui la commissione sceglie i vincitori il premio è soltanto un mucchio di spazzatura.

La leggenda dei poliziotti tedeschi "buoni"


Manifestanti e polizia si sono scontrati in varie città italiane. Il paese, come al solito, si spacca su questioni del genere: chi ha ragione, chi ha torto...probabilmente la verità è che sia tra i dimostranti che tra gli agenti si annidano degli esaltati poco interessati alla questione centrale e desiderosi di far cagnara, esibirsi e menar le mani. Un po' come quei tizi che stanno allo stadio a petto nudo, megafono in mano, sciarpa in faccia e spalle sempre rivolte al campo da gioco. Ma non è su questo che volevo soffermarmi.

Molti utenti di Facebook hanno deciso di rispolverare una foto vecchia di qualche mese, scattata a Francoforte, nella cui didascalia si sostiene che gli agenti tedeschi si sarebbero tolti i caschi e avrebbero marciato a fianco dei manifestanti.

La foto, o perlomeno quel tipo di interpretazione, è un falso. Dimostrato dal quotidiano online linkiesta.it in quest'articolo pochi giorni dopo lo scatto, che risale a maggio '12. A provarlo ci sono le dichiarazioni dell'inviato del giornale, del fotografo di AP e degli stessi leader della manifestazione.

Ma a chi diffonde fesserie in Facebook questo non importa. L'importante è darsi delle arie da saputello terminando il post con un "ITALIANI SVEGLIA!!!" strillato in stampatello. Continuando nella vita reale a dormire sonni tranquilli. E allora...sogni d'oro!

Soi Country Club, il posto giusto per l'adulterio - Pattaya, Thailandia


Il nome è fuorviante: Soi country club. Soi in thailandese significa vicolo, ma questa è una strada, lunga e battuta, che scorre tra negozi, ristoranti, villaggi, un golf e un polo club, un maneggio, lo stadio del Pattaya Utd e un lago - il Mabprachan - meta per scampagnate pomeridiane, ma anche notturne. Proprio così, notturne. Lungo la riva meridionale ci sono infatti file di bar con donnine che se approcciate non oppongono certo una resistenza da fortezza medievale assediata, e poi birra, musica, biliardi, persino i ladyboy, proprio come nelle zone a luci rosse del centro. Appunto, ma chi ci viene fino a qui, dal centro? Chi si fa dieci chilometri per godersi una versione scadente e limitata di ciò che può trovare anche a cento metri da casa? La risposta la sa chi vive qui da anni: sono quegli uomini, fidanzati o sposati, che hanno bisogno di un luogo sicuro dove abbandonarsi senza paranoie ai piaceri dell'adulterio. L'area infatti offre anche motel a ore e centri sauna/massaggi dove le mani - e magari qualcos'altro - di altre donnine compiacenti si concentrano su ogni parte del corpo dei loro clienti.

Altri due chilometri e il ronzio della moto viene parzialmente attutito dagli schiamazzi dei bimbi di una scuola. Qui il mezzo non è il solo a rallentare: anche il progresso scala e avanza a marce ridotte. Non è una questione di tecnologia o di mode, bensì di dettagli e atmosfera: la polvere argillosa, le ciabatte, i tetti di ondulato, i pali sbiechi ricavati dal bambù, il conflitto fra quelle catapecchie e la vegetazione circostante che sembrerebbe quasi essere ancora in bilico. C'è aria di Cambogia, di Laos, forse addirittura di Birmania, proprio qui, nel vecchio Siam!

Poi un camion sbuffa fumo nero e alza un polverone. Tempo di riprendersi ed è già un torrente in piena di moto, auto, semafori, con vortici di clacson, fischietti e calcestruzzo, che sfocia schiumoso nel bacino a sei corsie di Sukhumvit, con i suoi megamall, gli ipermercati, gli svincoli, gli incroci, le aree di servizio.
E’ di nuovo l'inizio...è già la fine.