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Visualizzazione dei post da marzo, 2013

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Brandelli di un mondo bizzarro non è un diario in ordine cronologico da sorbirsi dall’ultimo post. È un archivio di scene, satira e ragionamenti. Parti da dove ti interessa:

Tutti i post in ordine di data restano disponibili sotto. Meglio entrare da una porta, però.

Un'impertinente domanda pertinente

Una famigliola...belle facce sveglie!

Questo lo scrivo mentre mi trovo a Kuala Lumpur, ma si tratta di una pura coincidenza: potrei osservare delle scene anaggole in qualunque altro posto. Sicuramente in ogni grande metropoli asiatica.

Guardali lì, imbambolati davanti allo schermino. Quanti sono? Tanti, troppi, quasi tutti in pratica. Attorno ai tavoli del caffè, nei mezzi pubblici, al ristorante. A controllare gli aggiornamenti in Facebook, a giocare ai giochini, a chattare, persino a farsi le foto da soli, in posa sorridente davanti al loro stesso braccio teso. 

Non starò qui ad aggiungere l'ennesima critica alla lunga lista, un nuovo pedante giudizio su questa smania assurda. Mi pongo solo una domanda: ma prima, quando quegli aggeggi non esistevano, questi individui che cazzo facevano? Non dico quando non c'erano i cellulari, perché molti di loro a quel tempo erano ancora dei marmocchi, ma solo pochi anni fa, quando l'espressione smart-phone ai più sarebbe sembrata una specie di ossimoro, ai tempi in cui gli schermi erano ancora grigi o verdi, e le scritte nere. Quando coi telefoni ci si potevano solo fare le chiamate o mandare i messaggi.

Come passavano il tempo quelle fighettine che ora chine sul telefono ad aggiornare il loro profilo virtuale nascondono al mio occhio bramoso quello reale? Che argomenti affrontavano le coppiette che oggi hanno finalmente una scusa per non cagarsi un attimo e starsene in silenzio durante tutta la durata della cena? Viene da pensare che siano stati tratti in salvo da un gadget elettronico appena in tempo, quando erano sul punto di scivolare nel baratro di una vita piatta, senza obiettivi, totalmente priva di stimoli.

Ma forse poi, per quanto triste, è meglio così. Quanti discorsi del cazzo risparmiati, quanti battibecchi inutili evitati. Se gli smartphone riusciranno ad invertire la tendenza mondiale alla crescita dei divorzi - anche se attraverso una drastica riduzione del tempo dedicato dalle coppie alla discussione -, favorendo in questo modo un nuovo boom delle nascite, potremo almeno dire che l'annientamento cerebrale globale della razza umana non sarà stato perpetrato invano. Pagare in qualità per ottenere quantità insomma. Sempre, ovviamente, che a quel punto un pensiero di questo livello non sia già troppo difficile da elaborare.

Modifica all'originale: ehm, ora che ci penso ho emesso un nuovo pedante giudizio, come avevo promesso di non fare. Immancabilmente cinico tra l'altro. E' andata così, amen.

Schierati fianco a fianco
Un fotografo, almeno lui è da solo
Una dolce coppietta...che romantici!
Troppo impegnati...entrambi
Due amiche che si stanno divertendo un casino assieme!

Segnali buffi/7

Spesso mi imbatto in segnali, cartelloni, scritte o etichette divertenti. Quando capita mi assicuro sempre di non andarmene senza una foto. Le propongo a rate anche qui.

An'vedi, non era veneziano ma...irlandese! (Costanza, Germania)

Che pesanti questi divieti! (Firenze)

Pensavo fossero delle schifezze qualunque, invece è e-waste! (Pattaya, Thailandia)

Ineccepibile...è un'affissione (Firenze)

Andate a provare le loro specialità e fatemi sapere (Pattaya, Thailandia)

ALL SO? O forse...ASS WELL? (Kuala Lumpur, Malesia)

RM5 = 1,25 euro. E noi continuiamo a comprare Diesel, Levi's, Gucci, Replay, Calvin Klein, ecc. (Kuala Lumpur, Malesia)

Quell'acronimo mi sembra un po' superfluo (Kuala Lumpur, Malesia)

Per entrare lì dentro non serve un'autorizzazione, basta l'autorità! (Pattaya, Thailandia)

Senso unico...dici? Beh, da oggi saranno due! (Firenze)
Potete trovare gli altri segnali buffi qui

Italiani in Thailandia/8: il liquame umano continua a colare verso il basso

Sembra liquame, invece è un rigagnolo

E continua a colare precisamente da qui 

Storia 3) Un terzo puttaniere bighellonava con dei colleghi presso la piazzetta dei delfini con una bella telecamera in mano. Gli si è avvicinata una ragazza carina. Dopo un breve scambio di battute se ne sono andati assieme. I colleghi si sono guardati l'un l'altro in preda allo stupore. Ma come? Una figona del genere se ne va con quello sfigato? (Nota personale: non me l'aspettavo proprio, ma probabilmente anche per andare a puttane bisogna essere dei fighi.) Nessuno di loro l'ha più visto per un giorno. Dopo la seconda notte di assenza si sono ricordati della telecamera, hanno messo assieme i tasselli del puzzle e preoccupati sono andati a cercarlo. Non è stato difficile trovarlo: era stato sedato e ronfava ancora pesantemente in una delle stanze che loro stessi avevano frequentato spesso in passato, con donne della stessa risma. Per alcuni giorni (!) lo hanno accudito. Dal momento che era sempre mezzo addormentato hanno cercato di tenerlo sveglio, trascinandolo regolarmente in spalla a prendere aria. Né la vittima né alcuno di quegli altri disperati aveva (voglia di spendere) soldi per l'ospedale. Oltre alla telecamera questa doppiolavorista (puttana e anestesista, la rima è casuale ma ci sta giusta) gli ha fottuto tutto il denaro che aveva addosso. Senza nemmeno doversi sfilare le scarpe. La possiamo accusare di varie nefandezze ma non certo di essere una che vende il proprio corpo per quattro spicci.

Storia 4) Q stesso una volta (o forse più d'una) è stato narcotizzato da una puttana.
Lei ha scoperto che lui teneva qualche migliaio di euro in stanza, una sera lo ha portato a fare una passeggiata in spiaggia e di soppiatto gli ha infilato qualcosa nella bottiglia d'acqua che aveva appresso. Q ha cominciato a sentirsi strano. Ha insistito per tornare in stanza mentre la farabutta cercava di trattenerlo in spiaggia, allettandolo con delle proposte sessuali. Con un ultimo sforzo Q è invece riuscito ad entrare in albergo e assicurare il gruzzolo in cassaforte prima di crollare per tre giorni filati. La puttana è riuscita a sgraffignargli solo il telefonino e 1000 baht. E per fortuna non è morto, eventualità non così improbabile, considerando che ha più di 60 anni e dei problemi cardiaci. E che lei non è certo una farmacista qualificata, esperta nei dosaggi. Lui sospetta che avrebbe anche potuto gettarlo in mare una volta che si fosse addormentato sulla battigia. La cosa sembra essere già successa in passato ad altri sfortunati che per ovvi motivi non hanno potuto raccontare la vicenda di persona.

Storia 5) Q si è recato spesso in un vicolo frequentato da donnacce che lo portavano a scopare all'interno di locali simili a delle capanne indiane. Pompini e trombate: 100 baht, poco più di due euro. Non ne sono sicuro, ma se chiudo gli occhi e mi impegno, mettendo assieme i peggiori frammenti di umanità rimasti conficcati nella mia memoria in un collage frankensteiniano, forse riesco a immaginarmi che genere di donne possano vendersi per così poco. Che schifo.

Storia 6) Un altro tizio, che sembrava una persona per bene, ha raccontato a Q di una sua disavventura, tanto per metterlo in guardia. Alcune settimane prima un italiano lo aveva invitato a casa a mangiare un mediocre piatto di pasta e gli aveva poi presentato un conto di 1000 baht, più che ai ristoranti italiani di lusso della città. Diciamo all'incirca tre volte tanto. Sembra che lo faccia con tutti i nuovi arrivati, come gesto di benvenuto da parte del Comitato di Accoglienza per Compaesani un po' Smarriti. Q non aveva bisogno della dritta, conoscendo già bene sia il personaggio che la truffa. Qualche tempo dopo la persona per bene ha invitato Q a casa sua per fare quattro chiacchiere. Q si è presentato all'ora stabilita e lo ha trovato con il farabutto, cioè il presidente del comitato accoglienza polli, mentre bevevano birra e chiacchieravano cordialmente. La volpe nel pollaio, invitata a banchettarvi proprio dal gallo.
Che brutta cosa la solitudine. Per fortuna mi sembra di esserne tutto sommato immune.

The end. 
Beh, almeno si spera.

Ho (ri)letto I Promessi Sposi: ecco le mie chiavi di lettura


Ho riletto di recente I Promessi sposi. Anzi, direi che l'ho letto per la prima volta, visto che al liceo avevo seguito la vicenda attraverso i riassunti della leggendaria Casa editrice Bignami, con l'unico obiettivo di non fare una figura meschina alle interrogazioni, senza alcun interesse letterario. L'ho letto in versione e-book tra l'altro, e spero che l'Alessando  (con l'articolo, alla milanese) non si rivolti nella tomba. 
Tra i vari motivi che mi hanno spinto a farlo c'era una curiosità: dopo tanti anni c'è ancora qualcosa di attuale in questa storia? O la leggiamo soltanto per tradizione, per costrizione, perché i programmi scolastici sono dei muri spessi, difficili da abbattere e ricostruire, o anche solo da restaurare?

Ricordo che Manzoni veniva spesso elogiato per le poetiche descrizioni dei paesaggi e per l'ideazione di personaggi elaborati, rappresentativi, intriganti. Onestamente non sono d'accordo. Mi spiego, tutto ciò è sicuramente vero. Per un lettore del diciannovesimo secolo però. Ma ora? Dopo aver letto Tolstoy, Faulkner, Flaubert, Updike, Pirandello, Greene, Roth, Eco? Mah, i personaggi e i paesaggi di Manzoni non vengono fuori troppo bene dal confronto. Provate ad analizzare il profilo di Herzog, il protagonista dell'omonimo romanzo di Saul Bellow o il modo in cui McCarthy dipinge con le parole i tramonti al confine tra Messico e USA. Poi tornate a quel ramo del lago di Como o alle macchiette stereotipate di Azzeccagarbugli, Don Abbondio, Agnese o Perpetua e tirate le somme. In realtà mica è colpa del buon Alessandro: il confronto non è nemmeno corretto farlo. Sarebbe come paragonare i tempi degli atleti di due epoche diverse, o le tecniche chitarristiche o le velocità dei sistemi di trasporto. La letteratura si evolve, così come la società e la tecnologia. E a un lettore del ventunesimo secolo tenderà a piacere di più quel che è stato scritto in tempi a lui più vicini.

Significa forse che non mi è piaciuto? Neanche per sogno! E che non c'è nulla in questo romanzo da salvare nel ventunesimo secolo? Nemmeno questo è vero: tra le varie sfaccettature del talento di Manzoni ce n'è infatti una che io trovo estremamente attuale. Mi riferisco alla sua capacità di captare, analizzare e riproporre le dinamiche delle masse, i loro comportamenti, le loro fobie, le loro reazioni, che sono sì inconsulte, ma anche sincronizzate. Facciamo alcuni esempi.

1) Le manifestazioni di S. Martino contro l'aumento dei prezzi del pane, con i vari gruppi di facinorosi e paceri, sinceri e opportunisti. C'è chi utilizza il caos per dar libero sfogo alla violenza, chi invece è inorridito dalla piega che prendono gli eventi. C'è chi davvero urla per chiedere giustizia e chi invece è solo interessato a depredare forni o spaccare qualche muso.
2) Lucia è appena tornata al paesino dopo la prigionia presso il castello dell'Innominato. Ora che è in salvo tutti festeggiano, si congratulano e si offrono di aiutarla. Quando invece era in pericolo nessuno si era fatto vivo per darle una mano o anche solo per mostrarle la propria solidarietà.
3) Durante la carestia tutti se ne stanno tranquilli, non ci sono proteste contro le autorità, rivolte e sommosse. Mentre a S. Martino per questioni meno serie, legate al prezzo di mercato del pane, la città era in subbuglio.
4) Sebbene i segnali e i sintomi siano chiari e gli esperti abbiano dato l'allarme da un pezzo la gente non crede che ci sia un'epidemia di peste.
5) Quando l'epidemia è in stato avanzato si fa strada la teoria cospiratoria degli untori. Ci cascano tutti, anche i cittadini più colti. Chi si dimostra scettico viene emarginato o addirittura minacciato e aggredito.
6) "L'insistere e imperversare del disastro aveva inselvatichiti gli animi e fatto dimenticare ogni cura di pietà, ogni riguardo sociale." La comunità cittadina si era tramutata insomma in un branco di bestie selvatiche. Bastano quindi poche settimane di difficoltà per demolire un sistema sociale costruito nell'arco di secoli.

Non vi ricorda qualcosa? Vediamo, mi vengono in mente degli esempi attuali per alcuni dei punti elencati, agli altri pensateci voi:

1) Manifestazioni No global e studentesche in genere.
2) Guerre civili in Ruanda, Bosnia, Siria...
3) Gente che si scalda quando prende le difese di un calciatore o di un personaggio dello spettacolo per poi subire ingiustizie e prevaricazioni sulla propria persona senza fare troppo rumore.
4) Le crisi economico/finanziarie.
5) La teoria del complotto dell'11 settembre o la maggior parte delle teorie cospiratorie in genere.
6) Vedi punto 2). Questo tra l'altro è il tema principale de "Il signore delle mosche", scritto un secolo e mezzo più tardi, romanzo che valse il Nobel a William Golding.

Non so se la situazione sia cambiata da quando frequentavo il liceo, ma temo che parallelismi del genere non vengano tracciati spesso, se non da qualche insegnante particolarmente proattivo.
Spunti per rendere interessante la lettura dei Promessi Sposi ce ne sarebbero vari quindi. E se a qualcuno al ministero competente interessa davvero che gli studenti non ronfino durante le lezioni (o leggano il riassunto del Bignami) sarebbe meglio che si adoperasse per introdurre chiavi di lettura più attuali. Altrimenti che si decidessero a rimuovere la materia e buonanotte. Sicuramente qualche lezioncina di educazione civica, scienze politiche di base o inglese in più non guasterebbe di certo.

Italiani in Thailandia/7: l'escalation dello squallore

Squallore

Come vi avevo detto tempo fa, pur avendo lasciato Pattaya da un pezzo non vi ho ancora raccontato tutti gli aneddoti raccolti quando ci abitavo.

Eccovi le ultimissime storie di Q (che abbiamo conosciuto qui). Spero siano davvero quelle conclusive perché l'escalation dello squallore non accenna a placarsi.
Le ho buttate giù in fretta poco dopo averle apprese, preoccupandomi innanzitutto di non dimenticare nulla, utilizzando un tono e una terminologia di basso livello, adattandomi semplicemente a quel che avevo appena ascoltato. Pensavo di levigare il tutto in seguito, poi però ho pensato che questa spazzatura merita strumenti espressivi di pari qualità. Le "prostitute" sono quindi chiamate "puttane", i "rapporti sessuali" sono "scopate" e...eccetera eccetera, non c'è bisogno di aprire una sezione dedicata al vocabolario tecnico a questo punto. Se non digerite il pastone (contenuti e stile) mi dispiace, spero troviate altri post nel blog di vostro gradimento. Io questo qui lo dovevo scrivere così. A volte ci vuole l'anima corazzata anche solo per provarci a essere politicamente corretti, e la mia in questo momento è come una bolla di sapone, che ondeggia e si deforma mentre svolazza verso il basso, rischiando di esplodere per una semplice folata d'aria polverosa.

Storia 1)
Il signor Gallina (nome inventato, in realtà si tratta di un altro volatile, comunque è un italiano) si è sposato con una puttana e poi ha costruito una villa per andarci a vivere assieme.
Oltre alla ex(?) prostituta sembra si spupazzi anche le figlie che la signora ha avuto con altri uomini, giovani adulte consenzienti, evidentemente contente di potergli chiedere in cambio del denaro. Buon sangue non mente, come dice il proverbio.
Se siete già schifati sappiate che la cloaca in cui sguazza Gallina in realtà è molto più profonda e maleodorante. Sembra che infatti abbia addirittura messo gli occhi (speriamo solo quelli, ma potrebbe trattarsi di una illusione da ingenui) sulla figlia che lui stesso ha avuto con la donna, e in questo caso stiamo parlando di una bambina innocente. Io rispondo frastornato: "Ma dai! Non è possibile!" Q mi spiega: "Eh, ma Gallina tu non lo conosci, ha fatto di tutto..."
No, per fortuna non lo conosco.
Gallina nel frattempo si porta un sacco di altre puttane illegittime a casa, quando quella legittima non c'è. Lei per gelosia lo vuole ammazzare, ritenendo probabilmente che l'adulterio sia soltanto una sua prerogativa, e che l'harem di suo marito sia un club esclusivo riservato soltanto a lei e alle sue figlie. Quando dico ammazzare non lo faccio in senso figurato, ma letterale. Un omicidio vero e proprio insomma, cioè, se lo becca lo uccide. Conoscendo gli scatti d'ira a cui alcuni thailandesi sono soggetti quando si ritengono umiliati (vedi ad esempio qui, qui e qui) io la prenderei sul serio. E pure lui, che si è quindi volatilizzato.

Storia 2) 
Un altro tizio ha acquistato un bel appartamento e ha - poco saggiamente - lasciato le chiavi alla puttana di fiducia mentre lui stava in Italia. Quand'è tornato ha notato dei cambiamenti nell'arredamento, non tutti di suo gradimento. Ad esempio, il televisore LCD ultra piatto mega schermo che aveva comprato non c'è più: ora al suo posto c'è una crosta a tubo catodico degli anni '80. La sua compagna sostiene che quello bello si sia rotto, ma considerandone il livello etico è più probabile che l'abbia venduto al mercato nero, assieme agli altri oggetti sostituiti nel corso del processo di interior design restyling, intascando il ricavato, oltre al denaro che il pollo le aveva già lasciato prima di partire e spedito in seguito dall'Italia. Il signore si è lamentato un po', poi si è rassegnato e ha continuato a frequentare colei che lo deruba. Dubito che si tratti di amore: probabilmente è convinto che di meglio non riuscirebbe a trovare. Lo so, lo so, alle volte il mio cinismo può risultare davvero insopportabile.

Non ho finito, ma lasciatemi (e concedetevi) un momento di tregua. La tortura riprenderà al più presto...ve lo assicuro.

La lezione di stile del papa (in politica)


Non sono esattamente quel che si può definire un credente devoto. Anzi, un lato religioso, nel senso più ortodosso del termine, forse mi manca proprio. Purtroppo l'unico aspetto del mio carattere che invade la sfera del mistico è la mia antica propensione agli sfoghi di blasfemia, con gran dispiacere di mia madre, donna piuttosto morigerata. 

C'è però un tarlo di natura teologica che da alcuni giorni mi rosicchia l'attenzione. Riguarda le recenti dimissioni del papa e le relative battute che ho letto e sentito. Non capisco come mai le migliaia di utenti di Facebook e Twitter che quotidianamente pubblicano commenti indignati a proposito di politici avidi, corrotti e immorali restii a mollare il proprio posto, invitandoli ad "andare a casa", non abbiano gioito all'unisono alla notizia delle dimissioni del pontefice, preferendo invece abbandonarsi a dell'inconcludente umorismo da osteria.

Stiamo parlando di un tizio a cui spetta di diritto la cucitura a vita della tunica alla tappezzeria del trono papale, che ammette di non essere più in grado di ricoprire la sua carica e di propria spontanea volontà la abbandona. Come minimo mi sarei aspettato un applauso a scena aperta, in primis proprio dai più aspri critici delle cose di chiesa. Io, personalmente, l'ho fatto, anche se non si è sentito.

A mio modo di vedere, come capo di stato il Sig. Ratzinger (lo chiamo Signor perché mi riferisco all'uomo, al politico, non al religioso) ha lezioni di onestà, maturità e soprattutto di stile da impartire alla maggior parte dei suoi colleghi laici. 

PS vabbè, dopo aver fatto dei complimenti (ma a pensarci bene neanche tanto) a un papa comincio a sentirmi un po' a disagio. Ho un assoluto bisogno di un bagno dissacrante per purificarmi. Lo faccio con una constatazione un po' irriverente: secondo me rispetto a quello nuovo il papa pensionato aveva una faccia migliore per le caricature.

Il coro dei polli - Kuala Lumpur, Malesia

Mo guarda che bei vestitini...

Alcuni istanti dopo che ho messo piede in un negozio di abbigliamento qualcuno urla qualcosa che non capisco, quindi un altro la ripete, poi è il turno di una donna e in seguito molte altre voci si sovrappongono. Sembra che stiano tutti gridando la stessa frase: "Welcome to Uniqlo!". Sì sì, è proprio questo che dicono, e siccome sono l'unico che è appena entrato si stanno rivolgendo per forza a me. Mamma mia che buffonata. Per togliermi i dubbi residui mi volto verso l'entrata e osservo. Entra un altro cliente, un commesso lo nota e urla: "Welcome to Uniqlooooo!" Lo fa con un tono pseudo-simpatico che risulta però indisponente. E' come se si concentrasse più sulla sua esibizione che sul saluto stesso, rendendo il gesto non solo insincero ma anche ridicolo. I suoi colleghi affacendati ad appendere camicie o piegare magliette lo sentono e ripetono la frase a pappagallo, senza distogliere l'attenzione dalle loro attività, utilizzando virtuosismi vari quali il falsetto, il gorgheggio, il crescendo e il calando. Si stanno servendo di una tecnica di vendita vecchia come il cucco, quella dello stordimento, ma a me sembra di essere tornato all'asilo, o meglio di essere entrato in una voliera tropicale.

Io sto solo cercando delle polo decenti e non troppo costose: sono arrivato a Kuala Lumpur direttamente dalle Filippine con una borsa piena di magliette da spiaggia e mi serve qualcosa di dignitoso da indossare al centro di formazione. Mi aggiro tra gli scaffali e ogni decina di secondi parte una nuova raffica di starnazzate. C'è anche la versione che accompagna i clienti all'uscita. Cambia solo l'espressione: "See you again!" Per il resto è tutto uguale: l'aria distratta, il passaparola e quel tono ridicolo. Più grande è la borsa degli acquisti e più il volume del pollame si alza. Tutto molto irritante, quasi imbarazzante. Come se non bastasse questa filiale è sprovvista di polo a maniche corte. In compenso il negozio è pieno di maglioncini e felpe col cappuccio. Ma come? In un paese tropicale devi vendere magliette e polo, non abbigliamento da mezza stagione...e che cazzo!

Non mi piacciono queste catene di presunta moda giovane. Ho fatto un salto anche nei punti di vendita di Gap, Guess, Esprit e altri marchi di cui non ricordo il nome: vendono tutti robaccia di scarsa qualità in stile talmente pretenzioso da risultare buffo. Non mi spiego come facciano ad avere il successo che hanno, se fosse per me fallirebbero nel giro di due stagioni. Datemi un paio di pantaloni dignitosi, o per lo meno utilizzabili, una maglietta che non sembri un'armatura medievale o un centrino da tavola, niente pizzi, ricami, retine, merletti e per finire un paio di scarpe, possibilmente a forma di piede. Per quanto mi riguarda il resto potete pure riciclarlo.

Riesco a uscire senza farmi notare, accodandomi a un pagliaccio con cresta, occhialoni, catene e tre borse piene di cianfrusaglia fresca di acquisto dietro a cui tutte le galline nell'aia impazziscono. A me non m'hanno cagato di striscio. Li ho fregati! Insomma, per modo di dire...dipende sempre dai punti di vista.

PS se avete bisogno di una polo dignitosa in puro cotone andate da Zara, dove per il resto vendono delle porcherie da far intristire un clown.

Prima ti dicono "Welcome Sir"...e poi ti perquisiscono! - Manila, Filippine

Un improbabile "iPaletto" in un centro commerciale

Attorno all'incrocio tra Makati e Ayala Avenue si sviluppa un enorme groviglio di centri commerciali, apparentemente in continua espansione come una specie di tumore benigno urbano. Ci sono gli immancabili SM mall e Parkson. Le catene Glorietta e Green Belt solo qui hanno ben cinque filiali. Stanno uno a ridosso dell'altro, formando così un'ininterrotta isola degli acquisti di svariati chilometri quadrati. Negozi, ristoranti, grandi magazzini, cinema, caffè all'aperto, discoteche: centinaia di attività e migliaia di clienti ogni giorno. Una miniera d'oro per i ricchi investitori e la solita trappola mangia-salari per classi medie asiatiche, che quando si tratta di pubblicità e richiami dell'effimero non sono dotate di meccanismi di autodifesa e ci cascano come bambini.

Questa bramosia degli esercenti entra però in conflitto con le paranoie indotte dal tasso di criminalità e dalla sensazione permanente di instabilità politica. Conflitto che si svolge prevalentemente agli ingressi, dove la clientela viene canalizzata attraverso stretti passaggi presidiati da guardie munite di metal detector.

Non vieni perquisito soltano all'entrata del primo centro ma anche ogni volta che passi da un edificio all'altro: sembra quasi che i direttori di una società non si fidino dei colleghi dell'altra, pur convivendo gli uni di fianco agli altri.

Oltre a svolgere le loro tipiche mansioni le guardie fungono anche da pseudo-maggiordomi: molti di loro sono infatti tenuti a dare il benvenuto a ognuno dei clienti che passano al vaglio. Controllare, salutare, controllare, salutare, per centinaia, migliaia di volte al giorno. Da impazzire: per lo stipendio che prendono io non lo farei nemmeno tre volte. Tra l'altro ti salutano aggiungendo immancabilmente un Sir o Ma'am alla fine. Per il filippini questa è una specie di deformazione professionale: lo dicono infatti a chiunque non conoscano e occupi per qualsiasi ragione, anche bislacca, una posizione che richiede rispetto. Non solo in ambito professionale ma anche nel quotidiano appunto.

A Boracay mi è capitato a volte di fare quattro chiacchiere in spiaggia con ragazzi e ragazze del posto: totalmente a disagio dopo il quinto Sir ricevuto nel giro di un minuto facevo loro sapere come mi chiamavo e proibivo tassativamente di Sir-armi ancora. La risposta impacciata e confusa che ricevevo suonava più o meno così (ognuno dei cambiamenti in sequenza indotto da una mia occhiata di sbieco): "Alright Sir...hmm Fabio, I mean Fabio Sir...ops...Mr. Fabio...well, only Fabio...Fabio, that is..." 

Alla fine mi rendevo conto che era meglio non dire niente e sorbirsi piuttosto quell'imbarazzante sfilza di Sir.

Arresi - Puerto Princesa, Filippine

La fuga

Gli ingressi al fiume sotterraneo sono limitati, seicento o novecento al giorno, non abbiamo capito bene. Comunque sia i posti sono tutti prenotati per almeno una settimana. Al centro servizi ci fanno però sapere che se andiamo direttamente a Sabang e alloggiamo presso l'hotel "giusto" potremmo trovare dei permessi non ancora assegnati. Compriamo due posti in un minivan per il giorno dopo. A giudicare dal prezzo e da come ci viene presentato si direbbe che si tratti di un servizio decente.

La mattina ci vengono a prendere all'alberghetto con un furgoncino mezzo scassato. A bordo, oltre a noi, ci sono solo altri due turisti. Ci portano alla stazione degli autobus, dove hanno intenzione di imbarcare altri passeggeri: non c'è problema, mica contavamo di viaggiare spaparanzati su tre sedili a testa. Il flusso in entrata però è interminabile. Il mezzo ha nove posti, più un paio di sedili pieghevoli, ma questi fanno entrare dieci, quindici, venti passeggeri, e ce ne sono altri accalcati davanti al portellone. Nella fila posteriore sei o sette persone condividono quattro sedili, altri stanno seduti su tavole di legno poste in bilico tra sedili, portiere e braccioli. Anche lo spazio per i bagagli è stato occupato e le borse vengono sistemate sul tetto.

Io mi metto il cuore in pace, in fondo sono solo due ore di calvario. Mi infastidisce soltanto il fatto che abbiamo pagato il doppio o il triplo di quel che vale la tratta su questo catorcio affollato. Il mio amico però non la prende bene. Per niente bene. Si incupisce, sbuffa, comincia a commentare ad alta voce. Non è abituato a viaggiare così. E' sinceramente preoccupato, forse addirittura un po' spaventato. Pensa che in caso di incidente rimarremmo incastrati come sardine. Ovviamente ha ragione, anche perché so già come guidano da queste parti. Io però sono abituato a non lasciare mai che i pensieri prendano quel tipo di corso: ci sono posti in Asia dove o non ci vai per niente o se ci vai lasci perdere questo genere di atteggiamento. Purtroppo il suo monologo ora comincia a risvegliare la mia claustrofobia atavica. Comincio a ricordare di quando stavo impacchettato nel sarcofago della risonanza magnetica in un ospedale di Bangkok e pensavo a cosa sarebbe successo nel caso la struttura fosse andata a fuoco. Sentivo la tachicardia montare dentro di me e capivo che se non mi fossi controllato sarei incappato in una crisi di panico e avrei dato di matto. In qualche modo riuscii a calmarmi. Ce la farei anche qui, ma non sono da solo e il mio amico non ha nessuna intenzione di calmarsi. Ho l'impressione che l'unico vincolo che lo trattiene sia io: non vuole deludermi. Così non va bene. Gli chiedo se vuole scendere e lasciar perdere: lui reagisce come un ergastolano a cui hanno dato la grazia inaspettatamente. Scendiamo quindi.

Se fossi stato da solo probabilmente non l'avrei fatto. Dico probabilmente perché in realtà l'ho appena fatto, ma in situazioni simili in passato ho insistito. In casi come questo divento un po' incosciente e anche se mi rendo conto dei rischi che corro prendo tutto come una sfida, una prova da superare che la vita mi mette davanti, un prezzo da pagare per i bei momenti passati e ancora da venire. Ma è un punto di vista molto personale, totalmente irrazionale tra l'altro. Ci sono anche altre cose che mi stanno a cuore: la lealtà e la solidarietà nei cofronti di un compagno di avventura sono fra quelle. In fin dei conti mi aspetterei la stessa cosa da lui.

Ci siamo arresi quindi, e ce la diamo a gambe, sotto gli occhi increduli dei filippini. L'abbiamo fatto davvero, ma in fondo va bene così.

La tecnica del girasole inverso


Magari sono l'unico sfigato. Non so se capiti anche a voi, a me molto spesso. 

Avete notato di sfuggita il volto di ragazza e avete l'impressione che possa essere molto bella. Sarà stato il baluginare di un profilo, la promessa di due labbra succose, un paio di ciglia a scivolo, scintillanti e corvine. Il problema è che è durato soltanto un attimo e non ne siete sicuri: quante volte in passato non hanno retto alla prova del secondo sguardo? Ora vi dà le spalle e quel dubbio vi rimane. Per togliervelo vi muovete lungo un arco di circonferenza avente lei come centro, il più corto possibile naturalmente, per non farvi notare. Speranza vana: voi avanzate e lei ruota in sincronia, dandovi sempre le spalle. Cambiare verso di percorrenza non serve, lo fa anche lei, come se ci fosse un magnete, o meglio ancora un asse che vi collega, costringendovi a muovervi in maniera solidale. Se cercate una mossa diversiva un babbeo qualunque si frappone col naso puntato verso l'alto, attratto forse dall'odore di pollo arrosto del negozio lì a fianco, ignaro dello sforzo che state profondendo e quindi incolpevole, ma comunque maledetto.

Non c'è niente da fare: avete imboccato l'entrata di un labirinto senza uscita, di quelli che si usano ai corsi di geometria per esemplificare un assurdo mondo in 4D. La ragazza sta adottando la famigerata tecnica del girasole inverso.

Questo fiore, come tutti sanno, durante l'arco di una giornata ruota attorno all'asse del suo stelo, porgendo sempre la faccia al sole. Ma qui non c'è nessuna stella a cui porgere il viso. Semmai c'è un anti-sole, un buco nero, forse addirittura un buco del culo. Purtroppo quel buco siete voi, e la ragazza vi porge sempre il suo lato posteriore, negandovi la soddisfazione di ammirarle il volto. 

Non c'è nulla da recriminare, la colpa non è né sua e né vostra. La tecnica del girasole inverso ce l'ha imbullonata ai cromosomi. E' la sua natura, una sorta di istinto atavico. Come quello che fa alzare la zampa al cagnetto quando fa la pipì, che insegna a mamma-cuculo a deporre le uova nel nido altrui, che guida il salmone controcorrente o le anguille a riprodursi ai Sargassi. 

Potete provarci quanto volete, senza riuscirvi. Davanti agli occhi avrete sempre il suo culo. Ma poi, a pensarci bene, perché non far buon viso a cattivo gioco, accontentandosi di ammirare proprio quello? Se davvero è una bella donna, come l'intuito vi suggerisce, non dovrebbe deludervi.

Ah sì, capisco...cioè, aspetta...hmm...no, non ho capito nulla! - Filippine

Scritta su un muretto...chissà che significa...

C'è un programma alla tv filippina in cui una conduttrice bella e dalla lingua sciolta intervista delle studentesse a un qualche evento. Parla inglese come se fosse la sua lingua madre, l'accento è marcatamente americano, esageratamente americano forse.

Non c'è da sorprendersi, moltissimi filippini, specialmente quelli con un grado di istruzione elevato, parlano l'inglese così. In molti sostituiscono la f con la p, così che un caffè e una fotocopia diventano la stessa cosa, ma lo parlano comunque molto bene.

Torniamo al programma televisivo. Le studentesse rispondono alla prima domanda in inglese, con una certa disinvoltura. La conduttrice formula la seconda domanda e quell'accento comincia a far venire la nausea. Le ragazze a sorpresa rispondono in tagalog, la lingua nazionale, o meglio l'altra lingua nazionale, perché l'inglese, pur non essendolo dichiaratamente, è utilizzato ovunque: per gli annunci all'aeroporto, nei cartelloni pubblicitari e appunto in tv. 

La conduttrice non batte ciglio, ascolta, annuisce, non traduce, perché il programma non è diretto a noi stranieri ma ai filippini - che il tagalog lo conoscono tutti - poi commenta in inglese e infine mette giù nella stessa lingua la domanda seguente, alla quale le ragazze continueranno a rispondere in tagalog. Gli altri invitati intervengono componendo i loro commenti indifferentemente in tagalog e in inglese, nel primo dei casi inserendo comunque varie parole nella seconda lingua, ovviamente le uniche che noi riusciamo a comprendere assieme ai vocaboli ereditati dallo spagnolo. 

Insomma, all'inizio del programma ti hanno illuso, facendoti pensare che avresti potuto seguirli. Continui ad avere la stessa impressione per un po', ingannato da estemporanei commenti e termini in inglese o spagnolo, ma dopo alcuni minuti ti rendi conto che non ci stai capendo un cazzo e lasci perdere.

Fosse solo per i programmini in tv non sarebbe un grosso problema, il fatto è che la stessa cosa ti può capitare mentre chiacchieri con qualcuno in strada o al bar. Il vocabolario forbito, le espressioni azzeccate e quell'accento odioso (non perché americano ma perché fastidiosamente affettato) ti danno l'impressione che li stai seguendo, e li ascolti persino annuendo. Quando poi il numero di termini in tagalog ha superato la soglia del decifrabile ti accorgi che sei irrimediabilmente fuori strada e da quel momento il sorriso che ti stampi in faccia più che rappresentare l'illusione camuffa l'imbarazzo. 

E speri soltanto che finisca in fretta.