L'incubo del viaggiatore solitario/1 - Tokyo, Giappone
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| The Nightmare, Henry Fuseli, 1781 |
Per me no. Non che sia esattamente un intrepido giramondo ma questo genere di sventure, forse perché non mi hanno mai sfiorato, non mi sembrano molto probabili.
L'incubo che mi imperla la fronte di sudore freddo, la mia inesauribile fonte di panico, l'unico motivo per cui potrei non voler girare da solo o fuori dai circuiti abituali, ciò che più mi atterrisce è il pensiero di ritrovarmi seduto al ristorante e dopo aver ordinato, proprio mentre mi sto per rilassare pregustando le pietanze in arrivo, accorgermi di non avere un quattrino in tasca.
Mi è successo due volte.
La prima in Giappone, nella periferia di Tokyo, fortunatamente non lontano da dove abitavo. In quell'occasione feci in tempo a papparmi un'intera ciotola di riso e manzo prima di infilare la mano in tasca per trovarvi niente più che la speranza di possedere una mazzetta di yen. Come spesso capita in Giappone il cuoco/cameriere/cassiere che stava al di là del banco a cui sedevo non parlava una parola in inglese: mi guardava confuso mentre col coltellaccio continuava ad affettare le sue verdurine. Frugai nella borsa e ringraziai la buona sorte quando vi trovai dentro il passaporto. Glielo porsi e con gesti ampi e lenti gli feci capire che sarei tornato al più presto. Arrivai a casa in apnea, presi tutti i soldi che avevo e rotolai giù dalle scale. Entrai al ristorante paonazzo, madido e sul punto di morire di asfissia, con un groviglio di yen stretti nel pugno come il testimone di una staffetta. Quando lo pagai, il cuoco, con l'espressione impassibile di una maschera del teatro Kabuki, poggiò il machete, sfilò il passaporto da sotto il banco e me lo porse.
Gli ho lasciato il passaporto, pensavo mentre tornavo. Il passaporto. Beh, ma in Giappone uno si può fidare, almeno qui. Ma poi ricominciavo: gli ho lasciato il passaporto, il passaporto...ma se uno non si fida del prossimo nemmeno in Giappone, allora...ma come si fa, il passaporto...

Commenti
Ciaoo!
Sarebbe ora che ti liberassi di questa fobia. Forse potresti leggere "Il libro delle illusioni" di Paul Auster e prendere spunto dal protagonista, che aveva il tuo stesso problema, in forma pero' molto piu' acuta e per una regione specifica. Altrimenti ti consiglio i racconti di chi ha viaggiato il mondo senza volare. Cosi' su due piedi mi vengono in mente "Australian cargo" di Alex Roggero, "In Vespa" di Giorgio Bettinelli, il celeberrimo "Un indovino mi disse" di Tiziano Terzani o "Bazar express" di Paul Theroux...buon viaggio!
In effetti hai ragione, in quella situazione anche l'essere in compagnia di qualcuno non aiuterebbe...mi piacerebbe pero' sapere cosa la tua natura di "faccia di bronzo" ti avrebbe suggerito di fare per uscire con nonchalance da una situazione come la mia...
in modo da spacciarti per uno di quei figuri autorevoli che scrivono su testate specializzate di gastronomia mondiale, gliela butti giù così, o anche solamente lo lusinghi dicendogli o facendogli capire che in Italia scrivi per una rivista autorevole ecc. e tenti comunque di portarlo fuori dal discorso, pecunia da pagare, lo distrai, e magari tra un salamelecco e l'altro gli chiedi dov'è il bagno. A quel punto ti assenti, indirizzandoti verso la latrina orientale, memorizzando la via più breve per uscire con nonchalance mantenendo i primi 30 passi con andatura aristocratica e degna di chi stà cercando qualcosa ( la latrina, appunto ) per poi dartela a gambe al primo incrocio. Mi raccomando veloce come il vento e a zig zag come le lepri, perchè se ti prendono ti mettono in salamoia. Ciao
Ciao Fabio!!!!