Post

Visualizzazione dei post con l'etichetta denaro

Immigrazione incontrollata: le teorie


Ho letto una vignetta provocatoria. Recitava più o meno così: <<Chi vorrebbe l'immigrazione incontrollata secondo i populisti? I "progressisti-buonisti". Ma chi la vuole davvero? Gli "industriali-capitalisti" (ovvero chiunque abbia bisogno di un bacino di manodopera a buon mercato).>>
Non sono mai stato un gran che come complottista, però la seconda tesi mi convince più della prima. Innanzitutto perché ha più senso. Per quale motivo infatti della gente qualunque, sulla base delle proprie idee politiche, dovrebbe augurarsi l'immigrazione incontrollata, con tutti i problemi di ordine pubblico che questa comporta? Gli altri, quelli del secondo scenario, hanno invece degli interessi molto concreti ad importare lavoratori a basso costo. E poi, come dicono gli americani, se vuoi sbrogliare una matassa, "follow the money", segui i soldi. Ed è abbastanza chiaro dove conduca la traccia del denaro.
Attenzione però, questo smonta totalmente l'altra tesi cospiratoria a riguardo. Quella della sostituzione etnica, che secondo gli amanti delle ipotesi più fantasiose sarebbe perseguita dalla solita cupola pluto-giudaico-fascio-marxista-supercazzolosa-con-scappellamento-a-destra-come-se-fosse-antani.
Chi vuole manodopera a basso costo è interessato, come dice la stessa espressione, al costo di tale manodopera, non alla sua etnia. La sostituzione etnica sarebbe semmai una conseguenza e non il fine del meccanismo.
Per assurdo, a sostituzione avvenuta, gli "industriali capitalisti", o chi per essi, per risparmiare sui costi del lavoro andrebbero in cerca di cristianissimi bianchi emarginati, mettendo in moto dunque un processo di sostituzione etnica a parti invertite.
Un circolo vizioso insomma. Il solito vicolo cieco in cui si ficca chi crede a teorie fantasiose solo perché hanno il fascino, appunto, delle teorie fantasiose.

Troppo poco per troppo tanto


Si parla molto di salari bassi. Gente che si fa il culo sotto padrone per poco più di mille euro al mese. Un insulto in effetti.
Io ci ho provato (per poco a dire il vero) a fare il servo di lusso, con titoli, livrea e stronzate varie. Ho anche percepito stipendi invidiabili, diciamo del livello per cui un italiano medio ad oggi smetterebbe di lamentarsi.
Eppure mi sono sempre sentito defraudato. 8 ore o più in ufficio, 5 o 6 giorni alla settimana, un mese scarso di ferie all'anno. Orizzonte lontano quanto il giorno della pensione, cioè quando la parte piu bella della vita sarà stata sprecata tra open space e mense aziendali e resterà solo l'energia sufficiente per decidere come riposare.
Mi chiedevano ciò che di più prezioso avevo: la libertà di gestirmi le mie giornate. Ogni mattina al risveglio sentivo lo stomaco strizzato tra i magli di una morsa tanto invisibile quanto fisicamente reale: non riuscivo a dare un senso al genere di vita che stavo vivendo. Nessun aumento, bonus, incarico, titolo o ruolo mi avrebbe ricompensato per ciò a cui stavo rinunciando.
Tra l'altro nelle aziende in cui ho lavorato sono sempre stato trattato tutto sommato bene. Ho anche conosciuto delle belle persone, con alcune delle quali sono restato in contatto. Non era quindi una questione di posto di lavoro sbagliato. Si trattava proprio di una mia personale incompatibilità con quel tipo di vita.
La decisione di mollare tutto, che sembrava una follia — soprattutto ai tempi in cui il contratto a tempo indeterminato era praticamente blindato per legge —  per me fu quella piu facile che potessi prendere.
Ho sempre preferito fare il precario permanente, senza appigli, a volte al verde, ma spensierato, sereno. Anche, perché no, felice.
Finora, tra alti e bassi, l'ho sfangata. Magari un giorno sarà catastrofe. L'accetterò proprio perché fino ad un momento prima avrò fatto quello che volevo. Se non si può vivere a lungo è meglio almeno vivere bene.
Riassumendo il tutto con un aforisma potrei dire: "Il prezzo della mia libertà è la povertà materiale, perché ho detto no tutte le volte che mi veniva offerto del denaro per rinuciarvi."

Il disturbo patologico


Non capirò mai cosa animi quelle persone che hanno già tanti soldi e continuano a volerne accumulare.
Credo sia un disturbo patologico, perché non ha alcun senso razionale o pratico.
Per me i soldi portano un unico grande vantaggio: il non doversi più preoccupare di farne. Potersi finalmente dedicare a tutto il resto. Cioè la parte bella della vita. 

P.S. Mi riservo di confermare il tutto quando avrò finalmente scavalcato la soglia della povertà.

La cosa più importante


Oltre alla salute - evidente banalità - la cosa più importante che possediamo come individui è una caratteristica che potremmo definire un misto di reputazione, integrità ed onore. Fondendo i termini la chiameremo quindi "rep-eg-ore".
E, attenzione, quando dico "più importante", intendo dire più importante di denaro, proprietà, posizione sociale, conoscenze e qualsiasi altra cosa vi venga in mente, eccetto la già menzionata salute. È la moneta con cui acquisisci la fiducia degli altri. Secondo me questo viene prima di tutto.
Il resto, in caso venga perduto, può essere recuperato, magari parzialmente. La "repegore" no. È come la salute, anzi di più, è quasi come la vita stessa. Ne avete a disposizione solo una. Meglio ancora, la repegore è la migliore leva su cui fare affidamento per rimettere assieme le altre ricchezze eventualmente perdute.
È la cosa più importante che possedete: non la svendete, volontariamente, al primo offerente, per trenta sporchi denari.

L'imprenditore


L'imprenditore di successo è colui che - giustamente - guadagna una barca di soldi perché fa qualcosa che in qualche modo arricchisce anche la comunità.

La cresta del gallomat - Bangkok, Thailandia

 


È famoso, almeno in Europa, il caso degli sportelli bancomat dalle commissioni esose, normalmente appartenenti a circuiti alternativi (non quelli bancari), tipo "Euronet".

Non tutti sanno però che, in caso di utilizzo della propria carta in un paese con valuta diversa da quella del conto bancario di riferimento, anche le banche ufficiali "ci provano", proponendo la scelta di un tasso di cambio precalcolato, rifiutando il quale ci si affida a quello applicato dalla propria banca. Beh, se vi capita una proposta del genere rifiutatela sempre, perché è "indecente".

Me ne ero già accorto in Europa, uscendo dalla zona dell'Euro, quando mi furono proposti dei tassi di cambio da usura legalizzata in Polonia e Repubblica Ceca. Il trucco che permette loro di restare nei confini della legalità è proprio quello di proporre la scelta. E se accetti sei fregato. Ovviamente vengono utilizzate le solite tecniche "retorico/grafiche" che puntano su debolezze evolutive dei nostri meccanismi cognitivi, per cui davanti al messaggio visualizzato siamo inclini ad accettare, per poi pentircene quando facciamo due conti a consuntivo.

Mi è capitato di recente anche a Bangkok. Ho avuto pure il modo di scattare un paio di foto e confrontare sul posto la tariffa proposta, quella applicata dalla mia banca e quella relativa al tasso ufficiale. Ecco il resoconto.

Le scorciatoie finanziarie

Il mio pensiero va a tutti coloro i quali, negli anni, mi hanno guardato con altezzosa e divertita superiorità quando sostenevo che paesi, popoli e società progrediscono, avanzano e prosperano grazie non ai movimenti di borsa ma all'invenzione di prodotti e servizi innovativi, all'ideazione di nuovi sistemi socio-politici e paradigmi culturali, alla ricerca scientifica, alla creazione artistica. E che questo, con le dovute proporzioni, vale anche per i singoli individui, quelli che qualcuno preferisce chiamare "risparmiatori", riducendoli a pedine sullo scacchiere della finanza mondiale.

Altro post cinico: i miti sul mondo della prostituzione thailandese


Roccia pene e roccia vagina al tramonto, che quadretto romantico! (Koh Samui)

Ecco il post cinico che avevo promesso qui.

La prossima volta che vedo uno di quei report posticci sul mondo della prostituzione thailandese vomito. La maggior parte dei giornalisti italiani sono ovviamente dei buoni professionisti. Ce ne sono alcuni però a cui bisognerebbe requisire penna, portatile, tablet o qualsiasi sia lo strumento che utilizzano per produrre gli intrugli con cui lavano i cervelli dei propri lettori. Una cozzaglia di mediocri operai della parola che si affidano a triti miti e stereotipi per giustificare lo stipendietto che l'editore passa loro.
Quelli che per anni ci hanno propinato il pistolotto delle povere ragazze thailandesi sfruttate o addirittura schiavizzate da turisti sessuali vecchi e bavosi sono fra i più subdoli. Mi risulta difficile pensare che questi individui siano davvero venuti sul posto, che abbiano raccolto testimonianze, osservato, cercato di capire, per prendere infine certe cantonate. Non può non esserci intenzionalità. Deve trattarsi di gente che ha scritto per sentito dire, affidandosi a qualche leggenda o caso isolato strappa lacrime per fare del sensazionalismo e sfruttare l'imperante ipocrisia occidentale. Leggere Michel Houellebecq può offrire qualche spunto illuminante a riguardo. D'altra parte è anche improbabile che per anni io mi sia imbattuto soltanto in casi anomali e controcorrente. Sono arrivato a una conclusione forse un po' arrogante ma tuttavia inequivocabile: semplicemente ne so più io di loro.

La fototessera è assolutamente ne-ces-sa-ria! A meno che... - Hong Kong

Una fototessera e una vecchia banconota da 20 HKD
Rituale tappa a Hong Kong per procurarmi il visto cinese. Rituale pernottamento alle mansion di Nathan road, dove i rompiballe stranieri che arrivano per sbarcare il lunario sono sempre più tignosi e gli odori sempre più pungenti. Le stanze a cella d'alveare invece non si sono allargate di un centimetro. Solo i prezzi forse sono cresciuti.
All'agenzia Forever Bright presso il New Mandarin Plaza a Tsim Sha Tsui East c'è molta più gente rispetto all'ultima volta che ci sono stato. Hanno persino piazzato un piantone in giacca e cravatta all'entrata e formato un corridoio mobile per la fila dei richiedenti. Al banco c'è il caos: casino per ottenere i moduli, casino per conoscere i prezzi e casino per consegnare il tutto e richiedere il visto. Avevo intenzione di procurarmi un visto business multiple entry di sei mesi ma in qualche anno il prezzo è schizzato da 600 a 2000 HKD! Viro sul tourist da tre mesi, single entry, 500 HKD.
"Serve una fototessera." mi fa sapere un cinese trafelato.
"Eccola!"
"No, questa ha lo sfondo bianco. Ne serve una con lo sfondo blu."
Merda, lo sfondo blu...

Italiani in Thailandia/7: l'escalation dello squallore

Squallore
Come vi avevo detto tempo fa, pur avendo lasciato Pattaya da un pezzo non vi ho ancora raccontato tutti gli aneddoti raccolti quando ci abitavo.

Eccovi le ultimissime storie di Q (che abbiamo conosciuto qui). Spero siano davvero quelle conclusive perché l'escalation dello squallore non accenna a placarsi.
Le ho buttate giù in fretta poco dopo averle apprese, preoccupandomi innanzitutto di non dimenticare nulla, utilizzando un tono e una terminologia di basso livello, adattandomi semplicemente a quel che avevo appena ascoltato. Pensavo di levigare il tutto in seguito, poi però ho pensato che questa spazzatura merita strumenti espressivi di pari qualità. Le "prostitute" sono quindi chiamate "puttane", i "rapporti sessuali" sono "scopate" e...eccetera eccetera, non c'è bisogno di aprire una sezione dedicata al vocabolario tecnico a questo punto. Se non digerite il pastone (contenuti e stile) mi dispiace, spero troviate altri post nel blog di vostro gradimento. Io questo qui lo dovevo scrivere così. A volte ci vuole l'anima corazzata anche solo per provarci a essere politicamente corretti, e la mia in questo momento è come una bolla di sapone, che ondeggia e si deforma mentre svolazza verso il basso, rischiando di esplodere per una semplice folata d'aria polverosa.

Storia 1)
Il signor Gallina (nome inventato, in realtà si tratta di un altro volatile, comunque è un italiano) si è sposato con una puttana e poi ha costruito una villa per andarci a vivere assieme.

Casinò rustico (con foto) - Puerto Princesa, Filippine

Siamo nei pressi di Junction 1, un incrocio importante di Puerto Princesa, nell'isola di Palawan. Ci sono delle specie di capanne di legno vicino alla strada, a fianco di un bar, e un crocchio di persone sotto una di esse. Ci avviciniamo, facendoci spazio lentamente, mantenendo un basso profilo. Quando siamo abbastanza vicini capiamo di cosa si tratta. E' una specie di roulette un po' artigianale: sembra quasi un baraccone da sagra ma si tratta in realtà di un settore di un casinò di campagna. E le altre capanne sono i banchi per gli altri giochi, che sono chiusi al momento: la gente infatti sta tutta accalcata qui. 
Il croupier ha un mazzo di banconote ordinate per valore in mano, sembra il bigliettaio di una corriera popolare laotiana. Ci sono delle specie di fiches in una cesta accanto a lui, ma tutti i giocatori sembrano utilizzare le banconote. Quella che nella roulette è una ruota girevole qui è una matrice fissa di quadrati colorati, ognuno di una tinta diversa e con una scanalatura tonda al centro. I bordi del banco sono coperti con piastrelle di colori diversi, corrispondenti a quelli dei quadrati. C'è una recinzione a circa mezzo metro dalla struttura: i giocatori ci stanno appoggiati e fanno le loro puntate gettando delle banconote sulle piastrelle colorate.

La fine del mese - Pattaya, Thailandia

A volte le circostanze producono dei problemi. Nell'ambito di questi problemi nasce poi qualche detto particolare, che cattura, magari anche con un pizzico di ironia, uno scorcio di un'epoca. In Italia i tempi di crisi hanno generato l'espressione non arrivare a fine mese. Si tratta di una metafora, di un piccolo gioco di parole, infatti se tradotta letteralmente in inglese risulterebbe incomprensibile alla maggior parte dei madrelingua. In realtà a fine mese, tranne casi estremi, ci si arriva comunque. Quel che non ci arriva è l'ultimo stipendio percepito. Ma è davvero così?
Ho l'impressione che, casi limite, reali e tragici a parte, la maggior parte di chi la utilizza si stia dilettando con uno degli hobby preferiti dagli italiani: la drammatizzazione degli eventi.
Se è pur vero che con gli effetti della crisi e la crescita dei prezzi il potere d'acquisto di uno stipendio tende necessariamente a diminuire, va anche notato che in molti non si fanno comunque mancare l'abbonamento alla TV satellitare, il telefono touchscreen, l'automobile fighetta, lo scooter, l'aperitivo in piazza, la cenetta fuori, le scarpe carine, i jeans alla moda. Mettendo da parte qualche vezzo a fine mese probabilmente ci si arriverebbe senza bisogno di entrare in apnea.
R, un italiano venuto a trascorrere qualche mese in Thailandia, ha conosciuto T al banco della frutta presso il quale lavora. Hanno cominciato a frequentarsi, T lo va spesso a trovare al suo albergo ma anche a R è capitato di vedere dove vive lei. Un monolocale in un condominio, anzi sarebbe meglio dire un minilocale, visto che si tratta di un cubicolo di quattro metri per tre.

C'è modo e modo (di diventare ricchi)

A chi non piacerebbe diventare ricco? Non necessariamente ricco sfondato, ma moderatamente abbiente, o almeno benestante, possibilmente in misura (rispettosamente) abbondante. Potersi permettere di abbandonare gli impegni più seccanti, mollare la zavorra dell'attività che garantisce il sostentamento, dedicarsi finalmente ai propri interessi senza più avere l'assillo delle risorse (troppo) limitate. O magari continuare anche a farsi il mazzo, ma per una causa, un'idea vincente, un progetto ambizioso e redditizio.
Ricchi, sì, va bene quindi. C'è però modo e modo. Il primo è quello nobile, fondato sulle grandi idee, l'innovazione, lo spirito imprenditoriale, la genialità, la capacità di vederci dentro, più avanti degli altri, la forza di credere nella propria visione e intuizione.
E poi c'è l'altro. Di metodo per fare i soldi intendo. l'Italia è piena di mediocri ricconcelli muniti di un unico talento: la spregiudicatezza. Segni particolari: praticare un'incisione sulla pancia e osservare bene, ciuffi di pelo ispido spunteranno qua e là dalle pareti interne dello stomaco.

Financial skills: un piagnisteo in versi

















Non pagare i propri fornitori e collaboratori (o pagarli con ritardi inaccettabili) è una pratica piuttosto consolidata, la solita lagna risulterebbe pedante...meglio affidarsi a versi e rime...

Lavori in finance e coi par tuoi ti vanti
di abilità nell'arteggiar coi conti,
ma le skills sordide e quegli sporchi trucchi
non son sfuggiti a questi lincei occhi:
anche un profano sa che sfoggi il credito
soltanto dopo che hai occultato il debito.
Quando la sera ondeggi nel vagone
non t'è il malloppo causa di magone,
"Così è il lavoro, necessità infinita",
menti svilendo un terzo della vita.
Ma non pagare chi t'ha venduto impegno
se non un crimine è certo un atto indegno.
Se mano come la tua mi fosse tesa
la lascerei sul marcio suo sospesa,
non già che la sembianza sua mi indigna:
son gli atti suoi bensì a puzzar di fogna.

Foto di bitzcelt (CC)

L'incubo del viaggiatore solitario/2 - Kuala Lumpur, Malesia

"Nightmare", di brentbat (CC)

Continua da qui

L'incubo si materializzò per la seconda volta a Kuala Lumpur, in un ristorantino all'aperto. Due minuti dopo aver ordinato una minestra e un succo di frutta mi colse un dubbio, misi la mano in tasca con il solito scatto da gatto atterrito, tirai fuori non denaro bensì il cellulare e mentre facevo finta di aver ricevuto un messaggio urgente chiamai il cameriere per annullare l'ordine. 
Una volta in strada la vergogna e il senso di colpa mi piombarono addosso all'improvviso, come una pioggia monsonica. Come si fa - mi ripetevo - ma che modo di comportarsi è. Andarsene dopo aver ordinato. E in che modo poi, con quel ridicolo colpo di teatro.
Mezz'ora più tardi ero già lì, con le tasche piene di Ringgit. Mi scusai, ordinai nuovamente.
"Avevate già preparato qualcosa?"
"Beh, il succo, ma non ti preoccupare..."
Alla fine mi feci mettere in conto anche il succo di frutta e lasciai una buona mancia.
Mi conoscevano in quel ristorante, avrei potuto spiegarmi, restare a mangiare e ripassare in seguito per pagare. Avrei potuto, ma non ci sarei riuscito, perché l'imbarazzo, la paranoia e i complessi atavici spesso sono più difficili da affrontare di quel gruppo di ribelli nel deserto. Beh, i ribelli magari no, ma i ragazzini nel vicolo buio, quelli forse...

L'incubo del viaggiatore solitario/1 - Tokyo, Giappone

The Nightmare, Henry Fuseli, 1781
Quali sono gli incubi più comuni di chi viaggia da solo, lontano da casa, in un luogo alieno, dove la gente parla un'altra lingua e pensa in modo diverso, in cui vigono altre usanze, tradizioni, valori e leggi? Forse essere aggredito in un vicolo immondo e buio da un manipolo di ragazzini strafatti di crack, con gli occhi gonfi e lucidi, la pancia vuota e delle lame luccicanti in mano? O che qualcuno ti piazzi due etti di eroina nella borsa a due passi dalla dogana di un paese dove vige la pena di morte per reati di spaccio? O sarà imbarcarsi in un volo di una compagnia secondaria in un paese in via di sviluppo e notare cigolii, scricchiolii, vibrazioni, guasti e spifferi quando ormai hanno chiuso i portelloni? O ancora incappare in un gruppo di ribelli armati in un'area desertica, a cento chilometri dal più vicino centro abitato?
Per me no. Non che sia esattamente un intrepido giramondo ma questo genere di sventure, forse perché non mi hanno mai sfiorato, non mi sembrano molto probabili.
L'incubo che mi imperla la fronte di sudore freddo, la mia inesauribile fonte di panico, l'unico motivo per cui potrei non voler girare da solo o fuori dai circuiti abituali, ciò che più mi atterrisce è il pensiero di ritrovarmi seduto al ristorante e dopo aver ordinato, proprio mentre mi sto per rilassare pregustando le pietanze in arrivo, accorgermi di non avere un quattrino in tasca.
Mi è successo due volte. 
La prima in Giappone, nella periferia di Tokyo, fortunatamente non lontano da dove abitavo. In quell'occasione feci in tempo a papparmi un'intera ciotola di riso e manzo prima di infilare la mano in tasca per trovarvi niente più che la speranza di possedere una mazzetta di yen. Come spesso capita in Giappone il cuoco/cameriere/cassiere che stava al di là del banco a cui sedevo non parlava una parola in inglese: mi guardava confuso mentre col coltellaccio continuava ad affettare le sue verdurine. Frugai nella borsa e ringraziai la buona sorte quando vi trovai dentro il passaporto. Glielo porsi e con gesti ampi e lenti gli feci capire che sarei tornato al più presto. Arrivai a casa in apnea, presi tutti i soldi che avevo e rotolai giù dalle scale. Entrai al ristorante paonazzo, madido e sul punto di morire di asfissia, con un groviglio di yen stretti nel pugno come il testimone di una staffetta. Quando lo pagai, il cuoco, con l'espressione impassibile di una maschera del teatro Kabuki, poggiò il machete, sfilò il passaporto da sotto il banco e me lo porse. 
Gli ho lasciato il passaporto, pensavo mentre tornavo. Il passaporto. Beh, ma in Giappone uno si può fidare, almeno qui. Ma poi ricominciavo: gli ho lasciato il passaporto, il passaporto...ma se uno non si fida del prossimo nemmeno in Giappone, allora...ma come si fa, il passaporto...

Milioni! - Kuala Lumpur, Malesia

Sono già alcuni giorni che ho lasciato Kuala Lumpur, ma c'è una frase di Vijay che mi ronza ancora in testa: “Questi malesiani  parlano sempre di milioni. Prendi diecimila e li investi in quel progetto: in un battibaleno hai fatto i milioni. Milioni di ringgit, milioni di dollari. Ma se non guadagnano nemmeno i primi centomila!”

Foto di Fabio Pulito

Un'imponente operazione di polizia - Sihanoukville, Cambogia

(Primavera 2003)
La spiaggia di Sihanoukville è un posto tranquillo. Ci sono pochi stranieri e qualche bambino del posto.


Un ragazzino mi si avvicina, sorride e si siede. A differenza dei bambini che affollano Angkor non chiede l'elemosina e non ha nulla da vendere: forse vuole soltanto praticare l'inglese.

Con un saluto e due domande provo ad innescarlo, ma lui non mi risponde e mi fissa sorridendo. Noto di sfuggita che siede vicino alla mia borsa. Sono tentato di far finta di cercare qualcosa per afferrarla e sistemarla lontano da lui. Mi trattengo e per un attimo riesco pure a disprezzarmi per il mio solito istinto diffidente e sospettoso, europeo, forse italiano o addirittura veneto.

Tante grazie a Pinocchio! - Shanghai, Cina

(Inverno 2005)
Con un filo d'Arianna di vapori speziati ci abbandoniamo tra le maglie di un mercato a Shanghai.

Nelle ultime settimane abbiamo viaggiato molto e assaggiato una miriade di specialità locali, ma la vista di un prosciutto crudo su un bancone di legno ci riporta con la mente alle cantine di casa. Chuchi succhia il grasso di una fettina di Serrano mentre dei frammenti di Parma mi si sciolgono in bocca.

Chiediamo a gesti il prezzo di una fetta. Il macellaio ci pensa e poi mostra quattro dita. Gli diamo una banconota da cento Renminbi: lui la intasca, poi taglia la porzione, l'avvolge nella carta e la mette in un sacchetto. Dopo avercela consegnata si volta e torna al suo lavoro.



Aspettiamo un po', poi gli chiediamo il resto, ma il furbo baffuto non ne vuol proprio sapere. Con una zampata di gatto Chuchi afferra un prosciutto e lo usa come ostaggio per ottenere il resto. Ma il macellaio è un duro ed afferra un coltello, ce lo punta addosso e ci osserva in cagnesco. Siamo tutti in stallo, incollati al nostro orgoglio, quando alcune persone si fermano al banchetto. Quando chiedono al macellaio cosa stia succedendo, lui risponde concitato in dialetto Shanghainese. Sta raccontando la storia a suo completo vantaggio e noi subiamo il suo attacco impotenti e in silenzio.

Mi ricordo di uno scherzo che potrebbe funzionare: mi copro la faccia con la mano a dita aperte e quando sono sicuro che tutti stanno guardando le allontano di scatto, unendo i polpastrelli, cercando di mimare un naso da Pinocchio. Benedetto sia Collodi, famoso in tutto il mondo: gli uomini capiscono e cominciano a ridere, poi si rivolgono al macellaio che ha interrotto la sua arringa. Ora cambia tattica, passa sulla difensiva e cerca di spiegare che non sta mentendo.

Capiscono che non siamo interessati all'acquisto e cominciano a gridare: “Bu yao! Bu yao!”. Il negoziante può soltanto riprendersi il prosciutto e con un muso lungo ci restituisce il denaro.

Salutiamo tutti e ci incamminiamo. Questa volta Pinocchio è stato un bravo ragazzo.


Foto Shanghai, di Fabio Pulito