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La cresta del gallomat - Bangkok, Thailandia

 


È famoso, almeno in Europa, il caso degli sportelli bancomat dalle commissioni esose, normalmente appartenenti a circuiti alternativi (non quelli bancari), tipo "Euronet".

Non tutti sanno però che, in caso di utilizzo della propria carta in un paese con valuta diversa da quella del conto bancario di riferimento, anche le banche ufficiali "ci provano", proponendo la scelta di un tasso di cambio precalcolato, rifiutando il quale ci si affida a quello applicato dalla propria banca. Beh, se vi capita una proposta del genere rifiutatela sempre, perché è "indecente".

Me ne ero già accorto in Europa, uscendo dalla zona dell'Euro, quando mi furono proposti dei tassi di cambio da usura legalizzata in Polonia e Repubblica Ceca. Il trucco che permette loro di restare nei confini della legalità è proprio quello di proporre la scelta. E se accetti sei fregato. Ovviamente vengono utilizzate le solite tecniche "retorico/grafiche" che puntano su debolezze evolutive dei nostri meccanismi cognitivi, per cui davanti al messaggio visualizzato siamo inclini ad accettare, per poi pentircene quando facciamo due conti a consuntivo.

Mi è capitato di recente anche a Bangkok. Ho avuto pure il modo di scattare un paio di foto e confrontare sul posto la tariffa proposta, quella applicata dalla mia banca e quella relativa al tasso ufficiale. Ecco il resoconto.

Sono solo regole diverse - Thailandia (con un po' di foto)

Comprano tutto...inno alla deregulation, anche se poi sembra abbiano solo guide turistiche
Uno arriva in Thailandia e comincia subito a notare le differenze. Che caldo fa…a dicembre! A Malpensa nevicava. Qui tutto costa così poco, si mangia con un euro, a casa nemmeno il caffè mi ci viene. E poi la più sorprendente di tutte: tutto quel che da noi è proibito qui sembra permesso, o almeno tollerato. Mal che vada si può comprarlo con una mazzetta.
Si possono acquistare software e DVD piratati alla luce del sole. Copie di patenti di guida, certificati di laurea e tessere varie. Jeans, maglie e borse d'imitazione. Si può esporre l'insegna di un'attività illegale e nessuno dice nulla. Si viaggia in motorino senza casco, in quattro con bambini e cani, e la polizia, a differenza di quel che faceva nei nostri filmetti degli anni settanta, non s'incazza poi troppo. Venti ragazzini nel cassone di un pick up invece che nascondersi cantano in allegria. Dopo le due i bar non possono vendere gli alcolici, se però te li versano in un bicchiere di carta o in una tazza da tè va tutto bene. I proprietari dei locali notturni fanno a gara per chi paga alla polizia la mazzetta più grossa, affinché lasci loro aprire fino a tardi e faccia invece chiudere i concorrenti. E poi puttane, orge, viagra, cialis, kamagra, donne giovani, vecchie, fantastiche, oscene, spudorate o pudiche. Sì, perché qui ci sono anche le puttane pudiche. E poi omosessuali, bisessuali, transessuali, persino asessuali.
Ehi, qui si può davvero fare qualunque cosa - pensa il nuovo arrivato inebriato da promesse di libertà e impunità - questo è il Bengodi! Evviva! E in breve la vacanza si tramuta in una serie di guai.

Italiani in Thailandia/8: il liquame umano continua a colare verso il basso

Sembra liquame, invece è un rigagnolo

E continua a colare precisamente da qui 

Storia 3) Un terzo puttaniere bighellonava con dei colleghi presso la piazzetta dei delfini con una bella telecamera in mano. Gli si è avvicinata una ragazza carina. Dopo un breve scambio di battute se ne sono andati assieme. I colleghi si sono guardati l'un l'altro in preda allo stupore. Ma come? Una figona del genere se ne va con quello sfigato? (Nota personale: non me l'aspettavo proprio, ma probabilmente anche per andare a puttane bisogna essere dei fighi.) Nessuno di loro l'ha più visto per un giorno. Dopo la seconda notte di assenza si sono ricordati della telecamera, hanno messo assieme i tasselli del puzzle e preoccupati sono andati a cercarlo. Non è stato difficile trovarlo: era stato sedato e ronfava ancora pesantemente in una delle stanze che loro stessi avevano frequentato spesso in passato, con donne della stessa risma. Per alcuni giorni (!) lo hanno accudito. Dal momento che era sempre mezzo addormentato hanno cercato di tenerlo sveglio, trascinandolo regolarmente in spalla a prendere aria. Né la vittima né alcuno di quegli altri disperati aveva (voglia di spendere) soldi per l'ospedale. Oltre alla telecamera questa doppiolavorista (puttana e anestesista, la rima è casuale ma ci sta giusta) gli ha fottuto tutto il denaro che aveva addosso. Senza nemmeno doversi sfilare le scarpe. La possiamo accusare di varie nefandezze ma non certo di essere una che vende il proprio corpo per quattro spicci.

Storia 4) Q stesso una volta (o forse più d'una) è stato narcotizzato da una puttana.

Italiani in Thailandia/7: l'escalation dello squallore

Squallore
Come vi avevo detto tempo fa, pur avendo lasciato Pattaya da un pezzo non vi ho ancora raccontato tutti gli aneddoti raccolti quando ci abitavo.

Eccovi le ultimissime storie di Q (che abbiamo conosciuto qui). Spero siano davvero quelle conclusive perché l'escalation dello squallore non accenna a placarsi.
Le ho buttate giù in fretta poco dopo averle apprese, preoccupandomi innanzitutto di non dimenticare nulla, utilizzando un tono e una terminologia di basso livello, adattandomi semplicemente a quel che avevo appena ascoltato. Pensavo di levigare il tutto in seguito, poi però ho pensato che questa spazzatura merita strumenti espressivi di pari qualità. Le "prostitute" sono quindi chiamate "puttane", i "rapporti sessuali" sono "scopate" e...eccetera eccetera, non c'è bisogno di aprire una sezione dedicata al vocabolario tecnico a questo punto. Se non digerite il pastone (contenuti e stile) mi dispiace, spero troviate altri post nel blog di vostro gradimento. Io questo qui lo dovevo scrivere così. A volte ci vuole l'anima corazzata anche solo per provarci a essere politicamente corretti, e la mia in questo momento è come una bolla di sapone, che ondeggia e si deforma mentre svolazza verso il basso, rischiando di esplodere per una semplice folata d'aria polverosa.

Storia 1)
Il signor Gallina (nome inventato, in realtà si tratta di un altro volatile, comunque è un italiano) si è sposato con una puttana e poi ha costruito una villa per andarci a vivere assieme.

Dopo tanto miele...finalmente un po' di fango (con foto) - Birmania

Suggestiva visione d'insieme della stanza
Dopo averci versato sopra tanto miele è finalmente arrivato il momento di gettare un po' di fango anche sulla Birmania. Lo faccio sia perché sono un po' stronzo e non riesco a evitarlo, sia perché non credo che esaltare i pregi di una cosa e insabbiarne i difetti giovi alla cosa stessa, di qualunque cosa si tratti. 
Come avrete già notato se avete letto i post precedenti questo paese simpatico e affascinante ha anche le sue macchie. La Birmania innanzitutto non è un posto pulito. La spazzatura è accumulata ovunque, lungo le strade, sulle pendici delle colline e le sponde dei corsi d'acqua: se un birmano si ritrova con un sacchetto di plastica vuoto in mano lo getta, ovunque si trovi. Io comunque, dopo tutti gli anni passati a viaggiare nel S.E. asiatico, ci sono abituato. Sarò uno svitato ma un po' di sudiciume, diroccamento e colorata confusione spesso più che deprimermi mi tira su il morale. Il racket dei tassisti alle stazioni di autobus e treni o agli aeroporti è invece piuttosto fastidioso. Anche perché, dopo aver contrattato come uno strozzino per farti fregare comunque, ti accorgi che poche centinaia di metri più in là ci sono quelli più onesti a cui ovviamente non è permesso andare ad aggredire chi è appena arrivato. Soluzione: cercare appunto quelli onesti e contrattare, con decisione ma anche comprensione. Pure le possibilità di beccarsi un'intossicazione alimentare, viste le condizioni igieniche, sono abbastanza alte: bisogna stare attenti, ma senza paranoia, altrimenti non ci si diverte più. Male che vada si tratta solo di pisciare un po' di vellutata di merda col culo. Dopo un po' non ci sarà più nulla da espellere, e in breve il tutto ritornerà al buon vecchio stato solido.
Ma l'aspetto peggiore del paese per chi lo visita è, per il momento, la situazione degli alloggi.

Italiani in Thailandia/5: i tipi loschi

Il buon vecchio Q è ritornato a Pattaya, dove resterà per sei mesi. La sua fidanzata aspetta un bimbo e lui vuole starle vicino. Lo incontro al percorso della collina del Big Buddha, dove vado a fare una corsetta ogni sera. Ha in serbo per me un'altra delle sue vecchie, agghiaccianti bombe.
Alcuni mesi fa, sempre a Pattaya, aveva incontrato un italiano, uno di quei disperati che si arrangiano in maniera poco chiara. All'apparenza però era un tipo simpatico, alla mano, onesto. All'apparenza, appunto. Noi, che possiamo usare il senno di poi, non lo chiameremo l'onesto, bensì il losco. Un giorno il losco insiste per accompagnare Q in albergo. Q non ha motivi per dirgli di no. Una volta in stanza il losco si guarda bene attorno, poi si ricorda di non essersi portato dietro del contante e gli chiede un piccolo prestito. Q non ci trova nulla di male, in fondo si tratta di quattro spiccioli. Il losco però lo osserva con insistenza quando va a recuperare la scatoletta in cui nasconde i soldi. Per ogni evenienza, ma con un po' di leggerezza, Q ha deciso di portarsi in Thailandia una somma ingente, alcune migliaia di euro, in contanti. Il losco fa dei commenti del tipo: "Ma perché tanta segretezza?" "Ah madonna, ora capisco, guarda quanti soldi c'hai!"

Customer care-less - Thailandia

Questo è un altro post accusa. Lo pubblico a beneficio di chi ha avuto problemi simili a quello che ho avuto io. Ma anche per cercare di provocare un minimo danno di immagine all'azienda colpevole, affinché imparino la lezione e si comportino correttamente in futuro. Per chi non è interessato alla questione può risultare un po' noioso, saltatelo pure e passate al prossimo post del blog.

Questa volta il bersaglio è la catena di negozi IT City, specializzata in prodotti di informatica ed elettronica.
A loro favore devo premettere che si tratta probabilmente dei centri meglio forniti e coi prezzi più competitivi della Thailandia. Quando però ho avuto occasione di metterne alla prova l'atteggiamento verso i clienti che si presentano con qualche problema (il cosiddetto customer service o servizio post vendita) la bocciatura è stata inevitabile, immediata e assoluta. E non si tratta certo di un caso isolato: la serie di comportamenti e situazioni inaccettabili è stata troppo lunga e clamorosa per poter prendere qualsiasi tipo di attenuante in considerazione.
I fatti. La mia chiavetta internet iFox non funziona più. E' colpa mia, l'ho sottoposta a una serie di colpi e torsioni insostenibile, è saltato qualche contatto e il pc non la riconosce più. Peccato, la utilizzavo con un abbonamento 3G della AIS molto conveniente e non mi ha mai dato problemi. Ho anche provato a ripararla: per quel che era possibile ho persino peggiorato la situazione. Me ne vergogno un po', ma ho cercato di fare il mio dovere. La laurea in ingegneria imponeva il tentativo, il successo era auspicabile ma non scontato.

Financial skills: un piagnisteo in versi

















Non pagare i propri fornitori e collaboratori (o pagarli con ritardi inaccettabili) è una pratica piuttosto consolidata, la solita lagna risulterebbe pedante...meglio affidarsi a versi e rime...

Lavori in finance e coi par tuoi ti vanti
di abilità nell'arteggiar coi conti,
ma le skills sordide e quegli sporchi trucchi
non son sfuggiti a questi lincei occhi:
anche un profano sa che sfoggi il credito
soltanto dopo che hai occultato il debito.
Quando la sera ondeggi nel vagone
non t'è il malloppo causa di magone,
"Così è il lavoro, necessità infinita",
menti svilendo un terzo della vita.
Ma non pagare chi t'ha venduto impegno
se non un crimine è certo un atto indegno.
Se mano come la tua mi fosse tesa
la lascerei sul marcio suo sospesa,
non già che la sembianza sua mi indigna:
son gli atti suoi bensì a puzzar di fogna.

Foto di bitzcelt (CC)

Italiani in Thailandia/4: ancora sulla cricca del lungomare - Pattaya

Continua da qui

Ci sono poi anche le truffe non caratterizzate dall'esca sessuale. 

- "Come dici? Ti scade il visto? Ma non c'è problema, ti organizziamo una gita fino al confine con la Cambogia, andata e ritorno. Ci vorranno non più di due, massimo tre giorni. Tu ci paghi e ci occupiamo noi di tutto...pensa un po'!" E giù con i prezzi gonfiati per il trasporto, l'alloggio, le pratiche doganali, il duty free, il casinò, i pasti, le baldorie, il Viagra di imitazione e, se proprio non se ne può fare a meno neanche per un paio di notti, qualche altra battona, tanto per immergersi un po' anche nella cultura khmer, oltre che in quella siamese, perché in fin dei conti il mondo mica lo si scopre soltanto ascoltando le storie degli altri, osservandolo da dietro un finestrino e leggendo un paio di paginette in una guida: sono necessarie le esperienze di prima mano, avere a che fare con la gente del posto...questo è il segreto!
"Allora di quel Viagra generico dammene pure altre due scatole va..."
Suppongo che in tutto la scampagnata fuori porta verrà a costare non meno di 10000-15000 baht (300-400 euro), cifra che può salire a dismisura a seconda dei vizi a cui il sempliciotto si abbandonerà. E pensare che in città ci sono varie agenzie che organizzano visa run in furgoncino, partenza alle 6 di mattina e ritorno alle 15 del giorno stesso. Costo (visto cambogiano incluso): 2000 baht (50 euro). Sarebbe sufficiente la conoscenza di dieci parole di inglese. O, ovviamente, l'assistenza di un italiano onesto...

Italiani in Thailandia/3: la cricca del lungomare - Pattaya

Se non l'avete già fatto potete leggere questo post propedeutico prima di proseguire.

"Sono dei disperati, vivono di espedienti. Se ne stanno a bighellonare nei pressi della statua dei delfini e spesso litigano per un baht..." (1 baht è pari a 1/40 di euro al cambio attuale, ovvero 2,5 centesimi, N.d.F.)
Comincia così il racconto di Q. Non perché questa sia la prima cosa che mi ha detto ma in quanto è la definizione più precisa e lapidaria che è riuscito a darmi di quei farabutti. Poche parole chiave dalle implicazioni pesanti: disperati, espedienti, bighellonare, litigano, un baht.
Tra il mare in piena di difetti in cui da anni mi dimeno uno dei pochi pregi su cui so di poter contare è quello di riuscire a infondere fiducia in chi ha una storia da raccontare. Sarà che non ho mai sputtanato nessuno e chi mi sta davanti sente che non ho intenzione di utilizzare le sue parole contro di lui: sono vibrazioni che lo raggiungono al cuore, al cervello, all'anima - o qualunque altro elemento ove si annidino i sensori di questo tipo di onde - e lo rassicurano. Perché Q ha un intero sacco di letame da vuotare: se lo porta in groppa da tempo ma non vuole rischiare di scaricarlo davanti a qualcuno che lo utilizzerà per ricoprirlo di escrementi. Io ho solo intenzione di dargli un'occhiatina, magari un'annusatina per potervene poi parlare, ma di maneggiarlo e scagliarglielo in faccia non ne ho proprio voglia. E' per questo che Q per tutta la storia rimarrà solo e semplicemente Q. Che non è l'iniziale del suo nome ma quella di qualunque, uno qualunque. E vedrò bene di non svelare alcuna informazione che potrebbe contribuire a identificarlo, anche se di dettagli su di sé e sul suo passato me ne ha forniti molti, alcuni anche molto scabrosi. Questo post serve soltanto a raccontare una (brutta) serie di storie che in cinque o sei anni sono capitate non solo e non tutte a Q ma anche ad altri italiani che ha conosciuto, e chissà a quanta altra gente. E magari anche a mettere in guardia chi rischierebbe di cadere negli stessi tranelli in cui è caduto lui. Punto. Veniamo alle storie dunque.

Il lungomare abbandonato - Pattaya, Thailandia

Sarebbe anche bello il lungomare di Pattaya. Il suo marciapiedi largo dove poter camminare, correre o sedersi a osservare la baia, le sue file di palme, la colorata baraonda multietnica alle spalle. Persino la scarsa profondità della spiaggia, lunga soltanto pochi metri, da questo punto di vista diventa un elemento azzeccato nella composizione della foto: chi guarda il mare si gode l'ingannevole impressione di un piano orizzontale mono-fase che, seppur venato e striato da increspature e sfumature, nel quadro dei macroelementi (acqua, cielo, promontori, colline) appare comunque omogeneo, con tinte che a seconda dell'ora e delle condizioni meteorologiche vanno dal nevischio sporco alla corazza di rinoceronte, passando per le varie tonalità standard di vetro di fiasca e cielo estivo alpino.
Sarebbe anche bello, appunto. Invece è una delle zone più decadenti (se non degradate) di Pattaya, che dal canto suo è una delle città più decadenti del sud-est asiatico. Chissà perché le autorità hanno deciso di allentare a tal punto la presa, di sbattersene quasi completamente, quando esistono già altre zone a luci rosse, dedicate a vizi di vario tipo, e quest'area potrebbe essere l'habitat naturale della fetta più innocente del turismo in città.

Brulichio nel pacco di pasta - Pattaya, Thailandia

Apro il pacco di pasta e quando ne verso un po' in una ciotola per pesarla osservo con ribrezzo decine di piccoli insetti neri e zamputi che si dimenano tra le penne. Mi tocca buttarla, che sfiga, era una confezione nuova da un chilo. Vabbè, almeno non l'ho mangiata.
Torno al supermercato, scuoto altri pacchi della stessa marca (italiana) e ci do un'occhiata: da dietro un rigatone o una pennetta rigata saltano fuori altri animaletti. Questo supermercato deve aver ricevuto una partita infestata di questa casa. Cambio catena, controllo anche lì e ottengo lo stesso risultato. Quindi tutta la pasta di quel marchio in città è a rischio. Probabilmente un intero container è stato preso d'assalto. Mi viene un dubbio. Afferro pacchi a caso di altre marche, italiane, francesi, australiane: alcune confezioni risultano infestate. Un disastro. Non credo ci siano grossi pericoli, essendo la pasta lessata a lungo, ma che schifo...
Non posso essere l'unico a essersene accorto. Mentre questo pensiero si forma nella mia mente, metto assieme frammenti di ricordi, immagini, sensazioni. I barattoli di sugo in omaggio, attaccati col lo scotch alle confezioni, gli sconti sospetti, la disposizione astuta negli scaffali. E comincio a scorgere il risvolto più inquietante della situazione: questi sanno tutto e invece di protestare con quelli che li precedono nella catena di approvvigionamento o addossarsi i costi per la distruzione dell'intera partita...cercano di venderla comunque di soppiatto! E non mi stupirei se avessero anche già oliato gli ingranaggi che servono a paracularli in caso di proteste o denunce.
Poveri consumatori. E' una sporca guerra, noi contro tutti, dobbiamo tenere gli occhi bene aperti se non vogliamo soccombere.

Immagine: uno di quegli insetti in un pacco di penne rigate

Supplemento polizia - Bangkok, Thailandia

A Bangkok, a poche decine di metri da una delle strade più turistiche del paese, c'è una vietta dal nome buffo, Rambuttri, che negli anni ho sentito storpiare in vari modi: Rainbow street, Rain on tree, e perfino con una variante cinematografica, Rambo 3. Nella vietta c'è un locale che per non fare nomi - senza comunque tenerci troppo sul vago - chiameremo SH. L'SH nasce come guest house per turisti dal portafoglio smilzo, con un po' di stanze distribuite su un paio di piani e un ristorantino sistemato a ridosso dell'entrata. I proprietari ci vedono dentro, apportano migliorie e il posto negli anni si sviluppa costantemente. Viene inaugurata un'agenzia di viaggi, il ristorantino resta aperto 24 ore al giorno e la sera diventa bar d'atmosfera, con luci soffuse e musica che potresti ascoltare nei locali più in di New York, Parigi o Ibiza. Il menù prevede una sezione thailandese e una internazionale e la lista dei cocktail è talmente lunga che un alcolizzato potrebbe annoiarsi quand'è arrivato a leggerne soltanto un terzo. A metà degli anni '00 spunta anche una specie di piano mezzanino, con tavoli da biliardo e aria condizionata (il resto dei posti a sedere è all'aperto). Poi il ristorante si espande conquistando il piano terra di un palazzo a due isolati di distanza, confinante con una banca. Ancora pochi mesi e il gap è colmato: l'edificio che costituisce la soluzione di continuità viene demolito e al suo posto viene inaugurata un'ampia sala decorata con sculture siamesi e balinesi. L'ultimo tocco sono i tavoli che spuntano ad entrambi i lati della strada, attorno a un banchetto dove uno straniero prepara la Shisha, una pipa ad acqua alimentata con tabacco aromatizzato.

AirAsia: non più così "cool"

Essendo stato in passato un cliente piuttosto fedele di AirAsia - fin dagli inzi, quando volavano con velicoli vecchi e ancora in pochi si fidavano di loro (“Sono sempre in ritardo...perderanno i tuoi bagagli”, era il ritornello che cantavano in tanti in Malesia) - posso dire che per alcuni anni la loro procedura di prenotazione online è stata veloce, semplice, trasparente e corretta, i loro prezzi tra i più bassi e il loro marchio uno dei più cool. Beh...non più.
Attraversando soltanto poche schermate, riempiendo un numero ridotto di campi e cliccando qualche pulsante uno sceglieva data, destinazione, numero di passeggeri, solo andata o andata e ritorno, selezionava il volo preferito tra quelli disponibili, inseriva i dati personali, quelli della carta di credito e il gioco era fatto. Come dicevo: semplice, veloce, trasparente e corretto. Niente pasto gratuito e scelta libera del posto, un po' come in corriera, ma i prezzi erano davvero ridotti al minimo, su molte tratte imbattibili.
Questo colse di sorpresa le compagnie tradizionali che persero grandi fette di mercato, mentre AirAsia da piccolo soggetto della nicchia low cost diventava uno dei leader del settore. Una vera e propia success story per Tony Fernandes, il malesiano che da dirigente della Warner Music si trovò, dopo aver acquistato i resti di una vecchia aerolinea statale in forte perdita, a essere uno degli imprenditori più ricchi e innovativi d'Asia.
A poco a poco le forze allo sbando dei nemici si riorganizzarono, colmando il gap, mentre AirAsia decideva incredibilmente di sprecare le risorse di know-how e ottima reputazione accumulate negli anni cominciando a commettere alcuni degli errori che avevano portato alla debacle i suoi concorrenti, più altri sulla cui originalità può vantare a pieno titolo i diritti d'autore.

Elezioni e truffe - Bangkok, Thailandia

Luglio 2011. E' tempo di elezioni in Thailandia. Un'ondata continua di gente converge sulle grandi direttrici di Bangkok - Sukhumvit, Vipawadee, Pahonyothin - diretta verso le province di provenienza, che nella maggior parte sono quelle dell'Isan, a nord-est, verso il Laos.
Passeggio con A., l'accompagno a prendere il taxi che la porterà a Mochit, una stazione degli autobus oggi immersa in un caos da aeroporto internazionale in periodo di grounding. Un autista di tuk-tuk offre il suo servizio per 300 baht, quando normalmente utilizzando un taxi col tassametro la tratta dovrebbe costarne 100-150. Lo liquidiamo in fretta. Anche il primo tassista le chiede 300 baht. Lei lo lascia andare, poi ne ferma un altro. Stessa storia. E così anche col terzo, e un quarto.
Avverto un odorino strano, un fetore che mi ha stuzzicato le narici spesso in passato. Seguo l'istinto, come fosse uno di quei fili di fumo pedinati dai nasi lunghi e vibranti dei cartoni animati. Mentre lei fa due passetti verso il centro della carreggiata per fermarne un altro io resto sul ciglio e osservo attentamente. Quando lei si avvicina al finestrino per parlare col conducente il proprietario del tuk-tuk che la voleva truffare si sbraccia verso lo sconosciuto collega e gli fa segno di chiederle 300 baht. L'altro segue il consiglio e A., ovviamente, non accetta.
Questa volta ti ho visto, lestofante da strapazzo. Prendo A. per un braccio e l'accompagno cento metri più in là. Lei mi segue - incredula mentre le racconto ciò che ho visto - a distanza di sicurezza dal manigoldo, dove un tassista - onesto come la maggior parte di quelli che non ronzano attorno ai turisti - acconsente ad accompagnarla utilizzando il tassametro.
"Un thailandese non si dovrebbe mai comportare così...con altri thailandesi poi...", continua a ripetere fino a quando la porta si chiude.
"...con nessuno..." penso io, mentre la saluto.
Non riuscirà a tornare a casa e ad andare a votare perché tutti i posti in autobus fino al mattino successivo sono stati venduti, ma almeno è riuscita a tenersi stretta la dignità. E pure qualche banconota.

Immagine da globalvoicesonline

Bagarini d'alta quota - Medan, Indonesia

Crossing the morning sky, di Docbudie (CC)
Sumatra l'abbiamo visitata, segniamo il tick sulla lista e passiamo alla prossima tappa: Giava. Torniamo a Medan alla ricerca di un volo. Alla prima agenzia un impiegato annoiato ci fa sapere che i voli per Giacarta - e per qualsiasi altra destinazione - sono tutti pieni, per vari giorni.
"Ma...proprio tutti?"
"Tutti!"
Questo non ha voglia di lavorare, pensiamo all'unisono mentre cerchiamo un'altra agenzia. Forse i lavoratori del settore turistico a Medan sono davvero pigri e annoiati, ma ciò non ha nulla a che fare con la disponibilità dei voli. È periodo di festa e gli indonesiani, soprattutto gli studenti, viaggiano, migrano, volano. Per tornare a casa, per andare in ferie, per visitare qualche amico, non si sa dove vadano, ma di sicuro hanno intasato il traffico aereo del paese.
Noi però apparteniamo a un'antica stirpe di tosti viaggiatori e non ci daremo per vinti così facilmente. Ci imbarchiamo in un taxi sgangherato e raggiungiamo l'aeroporto. L'area delle partenze nazionali è una bolgia di gente che si accampa ovunque, in attesa che si liberi un posto in qualche lista d'attesa. Facciamo un tentativo agli sportelli di qualche compagnia ma le loro risposte non ci sorprendono più: è tutto pieno. Una bagarina che ha fiutato la truffa ai danni di tre polli dal viso pallido ci si avvicina e ci offre tre carte di imbarco ad una cifra spropositata.

La sua borsa è aperta - Nuova Delhi, India

Devo cambiare il passaporto, quello vecchio è andato: finite le pagine, timbrate via in pochi anni, con dei tocchi asiatici di inchiostro rosso e blu, un'apertura sudamericana ed etichette australiane. Innanzitutto devo procurarmi le fototessere, il posto più vicino è Connaught place. "Non ascoltare nessuno quando cammini in quella zona, è pieno di truffatori e di rompiscatole." A Delhi su questo sono tutti d'accordo. Cammino sul marciapiedi, con passo sicuro, all'improvviso ho la sensazione che qualcuno mi segua. "Sir...Sir...mi scusi Sir...Sir...Sir...la sua borsa è aperta." Seguo il consiglio e faccio finta di niente. "Sir...aspetti, la sua borsa è aperta!" Sono sordo, un idiota, non parlo l'inglese, qualunque sia la scusa non gli rispondo. "Sir...SIIIRRR! LA SUA BORSA È APERTA!" Continuo a camminare, senza esitazioni. "SIR! SIR!" Nessuna reazione. "SIR! SIR! FUCK YOU MAN!" Finalmente si arrende e lentamente scompare. Arrivo al negozio e poggio la borsa...fuck you man, era aperta davvero! 

Primavera 2003 

Immagine "Boston terrier puppy inside a bag" di Fogstock Llc, da AllPosters.com

Una per-r-r-rsona molto for-r-r-rtunata - Kuala Lumpur, Malesia

Col ristorante pakistano ormai alle spalle, uno thailandese che mi appare sulla destra e un hotel giapponese poco più in là, è come camminare su una cartina dell'Asia, da un angolo in basso verso nord-est. Un signore indiano esce dall'hotel, con la barba annodata, il panzone e il turbante, e io comincio a giocare un gioco solitario, con calcoli in background di derivate e integrali, uno studio delle funzioni che regolano le traiettorie, alla ricerca di un flesso, un punto di intersezione. La mente calcola involontariamente e il passo segue una curva ampia che cambia inclinazione in modo graduale. A sua insaputa l'indiano sta al gioco e risponde all'apertura con mosse calibrate che tengono la partita agganciata all'equilibrio, verso uno scontro in un punto che non muta, a cui ci avviciniamo inesorabilmente. A un metro di distanza la faccio finita e scarto a sinistra con passetti di danza. Lui si volta, mi fissa con gli occhi a palla, in uno sguardo ipnotico che mi fa sorridere, poi mi strappa dall'illusione di quel gioco tra me e me. "Sei una per-r-r-rsona molto for-r-r-rtunata." Ho un po' di fretta e continuo a camminare. Mentre mi allontano le sue "r-r-r" masala continuano a raggiungermi come il fischio di un treno, modulato e distorto dall'effetto Doppler. "E lo sai per-r-r-rché?" "Certo, certo..." e detto questo giro l'angolo. 

Che avrei fatto se non lo avessi riconosciuto? Ma sapevo già tutto. Gli indovini sikh, gli impostori di Bangkok, li hai visti tante volte nelle aree turistiche. La filippina a cui hanno chiesto seimila baht. Affretto il passo sotto la cappa di mezzogiorno. Dal retro di un edificio ne spuntano altri due. Un generale del corpo d'armata del nord-ovest ha sguinzagliato le pattuglie del suo esercito mistico, a caccia di palmi e polli da spennare. Questi due mi fissano mentre mi camminano incontro. "Lo sai che sei una per-r-r-rsona molto for-r-r-rtunata?" "Sì, sì, e come non lo so?" "E sai per-r-r-rché?" "Perché sono riuscito a non farmi fregare dal tuo collega. E stai pur certo che non mi fregherai nemmeno tu." Non so fino a che punto ho pronunciato la frase e da quale in poi l'ho soltanto pensata. Ma una cosa è sicura, dichiarata, esposta: sono una per-r-r-rsona molto for-r-r-rtunata.

Immagine "Indovino", di Daniel Fort, da AllPosters.com

Gli estorsori balinesi - Bali, Indonesia

(Estate 2003)
Il traffico è lento in questo tratto di strada. Pochi metri più avanti c'è un poliziotto. Posa rilassata, non sta facendo molto, a parte osservare le auto che scorrono. Quando vede i nostri volti attraverso il parabrezza, un fremito lo scuote, fa un passo in avanti e agitando le mani ci fa segno di fermarci. Lo sguardo che l'evento gli ha dipinto sul volto sembra quello di una volpe sgattaiolata in un pollaio.

Dopo pochi secondi arriva pure un suo collega. Vederli confabulare mentre controllano la patente ricorda due pirati che studiano una mappa. Quando hanno verificato che il documento è a posto procedono con un'accurata ispezione dell'auto. Una volta assicuratisi che non c'è nulla fuori posto cominciano a blaterare di una misteriosa infrazione. Noi siamo stupiti, sorridiamo, gesticoliamo e spieghiamo loro che l'auto è noleggiata. Ma ci rendiamo conto che è un tentativo inutile e che ci stiamo soltanto rendendo ridicoli. 

 
Questo tipo di reazione lo conoscono già. Sembrano persino annoiati quando fanno la lista delle conseguenze assurde a cui potremmo andare incontro. Ci diamo un taglio e chiediamo quant'è. Loro sparano una cifra e aspettano la risata. Noi li accontentiamo e tiriamo sul prezzo, poi ci mettiamo a scherzare mentre contrattiamo. Alla fine paghiamo e ci lasciano andare.

Poche ore più tardi, di ritorno da Ubud, passiamo con l'auto sullo stesso posto. Il siparietto della mattina è messo in scena nuovamente, con altri due poliziotti nel cast degli attori. Prima che gli agenti passino al controllo dell'auto, li informiamo francamente che abbiamo già pagato. Ci osservano con sguardi leggermente sorpresi e senza pudore ci chiedono quanto. Lorenzo risponde con una cifra gonfiata e in un attimo l'indignazione invade i loro volti. Ci chiedono di parcheggiare e quindi di seguirli, in missione a rintracciare quegli agenti ingordi.

Oltre ad essere le vittime della loro corruzione ci ritroviamo sguinzagliati tra le stanze della stazione nell'insolito ruolo di segugi italiani, per aiutarli a scovare i colleghi furbacchioni che non hanno condiviso la nostra bustarella.

Il dottor Jekyll esiste e vive a Phnom Penh - Cambogia

(Estate 2004)
Il semaforo è verde, la moto accelera, ma dopo pochi metri ci siamo già fermati. Sono almeno otto ore che giriamo per Phnom Penh e ci beccano ora, a pochi metri dall'hotel. Il poliziotto sorride mentre ci viene incontro. Sappiamo già bene che cosa va cercando ma decidiamo che almeno ci godremo lo spettacolo.


Dà un'occhiata sbrigativa alla patente di Lorenzo e ci chiede se abbiamo anche quella internazionale. Facciamo finta di non capire una parola d'inglese, di essere nervosi e pure un po' tonti. Ci guardiamo sbalorditi quando ci chiede i documenti: traduciamo balbettando in italiano quel che ha detto e alla fine gli riconsegniamo la stessa patente. Lui ci ripete che questa non va bene, che ne dovremmo avere una compilata in inglese. Ancora una volta ci guardiamo increduli e gli spieghiamo con pazienza che questa è italiana. 

Dopo dieci minuti di dialogo da comiche finalmente ci invita ad offrirgli qualcosa. Era un momento chiave, che aspettavamo da un po', e quando arriva il segnale - la parola
dollari - ci eccitiamo, gesticoliamo e ci mettiamo a urlare, come se avessimo capito che cosa vuole dirci. L'agente è contagiato dal nostro entusiasmo, sorride mentre intravede la ricompensa per i suoi sforzi e un raggio di soddisfazione gli illumina il volto. Ma è una gioia di un attimo e la frustrazione lo ripiglia quando gli sventoliamo in faccia il contratto di noleggio.

Dopo un altro po' di questo tira e molla, ne abbiamo abbastanza e trattiamo sul prezzo. Lui intasca il malloppo senza scrivere la multa. Glielo si legge in faccia che la paga di oggi se l'è guadagnata col sudore della fronte.

Il giorno seguente mentre facciamo colazione leggiamo un quotidiano locale in inglese. C'è un articolo a proposito di corruzione e tangenti. Parte del pezzo è un'intervista a un poliziotto, il quale spiega che il problema è serio. In fondo alla pagina c'è la foto dell'agente: orgoglioso, in piedi, posa accanto alla sua moto. Il casco scintillante, gli occhiali americani, il sorriso sicuro e un baffetto sottile: sembra un personaggio della serie dei
CHiPs.

Osserviamo la foto e ci concentriamo su quel volto. Il giornalista di certo non poteva sapere che l'egregio
dottor Jekyll intervistato da lui era lo stesso Mr. Hyde che ha intrattenuto noi.

Immagine: Richard Mansfield in The strange case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde, di Henry van Der Weyde (PD), circa 1895, da Wikipedia.org