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Uber e i tassisti

Leggendo delle recenti proteste dei tassisti contro Uber, il sistema di carpooling e noleggio auto con conducente (quindi servizio diverso da quello offerto dai taxi, anche se in pratica molto simile), degli attacchi subiti da alcuni autisti Uber, e ricordando i metodi aggressivi, fascisti e illegali con cui alcuni anni fa la categoria si oppose alle riforme varate dal parlamento votato dai cittadini italiani, riforme che furono gettate nella spazzatura dopo che il governo si tirò vilmente indietro sancendo di fatto la superiorità degli interessi di una categoria minuscola su quelli della stragrande maggioranza della popolazione, mi è venuta in mente una domanda. Eccola.

Se la protesta dei tassisti contro Uber è legittima, lo sarebbe stata anche quella, eventuale, dei vecchi laboratori fotografici contro l'avvento della fotografia digitale?

L'esperienza del "mo-ter-saaai" - Bangkok, Thailandia

Il taxi "motorsaaaai"
Have moooob! Taxi no gooo, mo-tor-sai gooo! OK mai krab?
Gli dici OK e salti in sella, con tutti i tuoi bagagli, chitarre, sassofoni, cani, maiali, gabbie per polli, pane, prosciutto, formaggio, radio, tv, antenna parabolica, papà, nipotina e nonna...sfiorando automobili, motorini, bancarelle, manifestanti, poliziotti, giornalisti, impiegati, turisti, puttane e ladyboy, dalla fermata dell'airport link al tuo albergo, aria, vapori di peperoncino fritto e smog che ti soffiano sulla faccia, su cui da un po' si è stampato un sorriso.
E in quel momento, all'improvviso, ti ricordi perché la prima volta che ci sei stato ti era piaciuto così tanto...

L'informazione sfuggente - Mandalay, Birmania

Tre bonzi fanno i fighi col gelato in mano al giardino botanico di Maymyo
Mandalay l'abbiamo visitata. A modo nostro ovviamente: niente monumenti, castelli, vecchie capitali, cose che ho già visto anni fa, per cui bisogna pagare delle tariffe in dollari, banconote nuove di zecca, ovviamente. Solo passeggiate, giri in bici, perdendosi per i quartieri sudici e rumorosi, scattando foto, osservando, chiacchierando con qualcuno, sorseggiando dello zucchero liquido servito in tazzine da tè.
E' arrivata l'ora di proseguire. Prossima tappa: Maymyo, detta anche Pin Oo Lwin. Abbiamo letto su una guida che i pick-up con le panchine sul retro, da condividere con una quindicina di persone, borse, sacchi di riso, galline e porcelli, partono dall'incrocio della torre dell'orologio. Per conferma chiediamo alla reception dell'alberghetto. Rispondono sicuri: "Dovete prendere l'autobus alla 83esima strada." Ma noi non vogliamo prendere l'autobus, che è troppo lento. Insistiamo per il pick-up e ci dirigiamo all'incrocio della torre. Appena arrivati cambiamo dei dollari in banca e chiediamo da dove partono i mezzi. Anche qui sono sicuri: "Dall'incrocio tra la 84 e la 23!" Cioè non da qui. Appena usciti interroghiamo un ragazzo che guida un mototaxi. "Maymyo? Dovete prendere l'autobus" Stesso consiglio ricevuto all'albergo. La stazione però sembra aver cambiato indirizzo: secondo lui nell'ultima mezzora è stata trasferita alla 79esima. Decidiamo di seguire il consiglio dei bancari e arriviamo all'incrocio della 23. Anche qui non c'è traccia dei pick-up. Fa caldo e cominciamo a essere stanchi. Ci sediamo al tavolo di una teahouse e chiediamo consiglio ai camerieri. "Maymyo? Ah no, avete sbagliato, dovete tornare all'incrocio della 28esima..." che sta prima della torre dell'orologio. Con questa versione fanno cinque, e chissà per quanto potrebbe continuare.

Dopo vari birboni, ecco un paio di signori - Mandalay, Birmania

Il treno per Hsipaw
Basandoci sui miei ricordi di dieci anni fa abbiamo deciso di viaggiare in treno da Mandalay a Thibaw (Hsipaw). Il tragitto è scomodissimo, lento e movimentato, su un convoglio di antichi vagoni dotati di panchine in legno che scorrono rimbalzando su binari a scartamento ridotto. Abbiamo già prenotato due moto-taxi che per una cifra irrisoria ci porteranno alla stazione alle tre e mezzo di notte. Mentre cerco delle guest house in internet mi imbatto in una pagina di informazioni sul viaggio. E mi rendo conto di aver sbagliato tutto. Quel che in realtà vogliamo fare è raggiungere su strada Maymyo (Pin oo Lwin), una tappa intermedia, visitare la cittadina e cominciare il viaggio in treno da lì. Il tratto che ci interessa, quello che comprende il viadotto Gokteik, si trova oltre quella località e così facendo ci risparmiamo varie ore di montagne russe. 

Quel che un paese ti può dire nelle prime ore dopo il tuo arrivo - Rangoon, Birmania

Foto del mio amico IZ
Se non ti sei preparato troppo, ti lasci andare, hai la tendenza a vedere il lato divertente delle cose e magari sei in buona compagnia, quel che ti succede nelle prime ore ti può dire molto sul posto in cui sei appena arrivato. Vediamo...io non mi preparo MAI troppo, anzi a volte non mi preparo proprio, mi lascio spesso andare, mi concentro sugli aspetti divertenti di una situazione anche quando non dovrei e sono in viaggio con I, ottima compagnia direi. E infatti Rangoon (cioè Yangon), o la Birmania in genere, mi dicono molto in pochissime ore. E lo fanno subito, proprio la prima sera.
Abbiamo messo giù le valige nell'hotel che abbiamo prenotato online prima di imbarcarci a Bangkok (un'idea di I, che come viaggiatore è un po' meno cialtrone di me). Non siamo contenti: è carissimo, vecchio e pretenzioso, va bene per una notte, ne dobbiamo cercare immediatamente uno per domani. Abbiamo un nome senza indirizzo e un vago punto di riferimento. Informazioni che il tassista ci ha dato mentre ci portava dall'aeroporto all'hotel. Partiamo alla ricerca tra la rete di strade non illuminate di Rangoon.

Flessibilità - Mosca, Russia

Il rubinetto perde, l'impianto elettrico non funziona, il forno è rotto o devi installare delle tende in salotto. Il professionista è caro e si fa desiderare: se lo chiami oggi arriverà fra un mese. Nessun problema, c'è il marito a ore. Non stiamo parlando di relazioni extraconiugali o poligamia. Chiami un tizio di cui hai trovato il numero chissà dove, uno che non ha una specializzazione ma sa fare un po' tutto, proprio come i buoni mariti di una volta. Al telefono gli spieghi cosa deve fare e fissi il prezzo, lui arriva a breve, con tutti gli attrezzi e i materiali necessari. Se non sapeva come risolvere il problema si è fatto insegnare il metodo o ha mandato un collega più qualificato. Risolve, lo paghi (a prezzi ragionevoli), arrivederci.

Devi traslocare, spostare un mobile nell'appartamento di tuo zio o sbarazzarti di qualcosa di ingombrante. Sei da solo, non ce la puoi fare. Scendi le scale, esci sul marciapiedi e ti guardi attorno. Appena vedi un immigrato dalle repubbliche orientali dell'ex Unione Sovietica - un kazako, un uzbeko, un tagico - lo fermi.
"Salve, dovrei spostare un mobile"
Lui sa già tutto e non si scompone. Non pensa che sei pazzo né si scompiscia dalle risate.
"Quanto grande? Quanti piani? Dove?"
Spieghi, contratti e lo accompagni. Se servono rinforzi li chiamerà lui.

Hai fatto tardi a una festa, non sei venuto in auto perché sapevi che avresti bevuto un bicchiere di troppo, abiti un una zona non ben servita dai mezzi. Il taxi è caro, e poi bisogna prenotarlo in anticipo. Scendi, ti piazzi al bordo di una strada principale e tiri fuori il braccio, agitando la mano. Non al primo taxi che passa, alla prima auto! Così, a caso. Se non è una Jaguar o qualcuno che va di fretta si ferma di sicuro. E se non si ferma questa lo fa quella che segue. Spieghi al tizio dove devi andare, lui propone un prezzo, se pensi che sia troppo rilanci. Quando vi siete messi d'accordo sali. Non è passato nemmeno un minuto.

Chi l'avrebbe detto che un giorno avremmo invidiato l'ex Unione Sovietica per la sua flessibilità?

Elezioni e truffe - Bangkok, Thailandia

Luglio 2011. E' tempo di elezioni in Thailandia. Un'ondata continua di gente converge sulle grandi direttrici di Bangkok - Sukhumvit, Vipawadee, Pahonyothin - diretta verso le province di provenienza, che nella maggior parte sono quelle dell'Isan, a nord-est, verso il Laos.
Passeggio con A., l'accompagno a prendere il taxi che la porterà a Mochit, una stazione degli autobus oggi immersa in un caos da aeroporto internazionale in periodo di grounding. Un autista di tuk-tuk offre il suo servizio per 300 baht, quando normalmente utilizzando un taxi col tassametro la tratta dovrebbe costarne 100-150. Lo liquidiamo in fretta. Anche il primo tassista le chiede 300 baht. Lei lo lascia andare, poi ne ferma un altro. Stessa storia. E così anche col terzo, e un quarto.
Avverto un odorino strano, un fetore che mi ha stuzzicato le narici spesso in passato. Seguo l'istinto, come fosse uno di quei fili di fumo pedinati dai nasi lunghi e vibranti dei cartoni animati. Mentre lei fa due passetti verso il centro della carreggiata per fermarne un altro io resto sul ciglio e osservo attentamente. Quando lei si avvicina al finestrino per parlare col conducente il proprietario del tuk-tuk che la voleva truffare si sbraccia verso lo sconosciuto collega e gli fa segno di chiederle 300 baht. L'altro segue il consiglio e A., ovviamente, non accetta.
Questa volta ti ho visto, lestofante da strapazzo. Prendo A. per un braccio e l'accompagno cento metri più in là. Lei mi segue - incredula mentre le racconto ciò che ho visto - a distanza di sicurezza dal manigoldo, dove un tassista - onesto come la maggior parte di quelli che non ronzano attorno ai turisti - acconsente ad accompagnarla utilizzando il tassametro.
"Un thailandese non si dovrebbe mai comportare così...con altri thailandesi poi...", continua a ripetere fino a quando la porta si chiude.
"...con nessuno..." penso io, mentre la saluto.
Non riuscirà a tornare a casa e ad andare a votare perché tutti i posti in autobus fino al mattino successivo sono stati venduti, ma almeno è riuscita a tenersi stretta la dignità. E pure qualche banconota.

Immagine da globalvoicesonline

Liberalizzazioni prigioniere

Foto di 27147 (CC)
Questo non è un luogo in cui si parla spesso di politica italiana e quando lo si fa, come in questo caso, si prende spunto da un confronto con i paesi che fanno da ambientazione alla maggior parte degli altri post. L'oggetto dell'osservazione da cui partiamo oggi è il taxi, o meglio l'utilizzo che se ne fa.
C'è stato un momento in cui un governo italiano mi aveva quasi convinto sulle proprie capacità (e quelle della classe politica nazionale in genere) di risolvere alcuni dei problemi che affliggono il paese, di riformarlo e metterlo al passo coi tempi, passando dalle chiacchiere elettorali ai fatti legislativi. Purtroppo ci hanno messo poco a farmi ricredere e proprio il fatto che nel giro di pochi giorni mi abbiano illuso e poi deluso ha reso il colpo ancor più doloroso. Sono stato tentato a lasciarmi andare verso una deriva anarchico-nichilista-menefreghista che non è propria della mia natura. "Ma che vi dovrei ascoltare - per non dire votare - a fare?" è quello che mi sono chiesto spesso da allora.
Il fatto. Durante l'ultimo governo di sinistra presieduto da Romano Prodi, Pierluigi Bersani - allora ministro per lo sviluppo economico - porta avanti un progetto per la liberalizzazione delle licenze dei taxi. A quella riforma ne sarebbero dovute seguire altre - per questo il fallimento dell'iniziativa fu un segnale infausto - ma per me proprio questa aveva un significato particolare. Chiunque sia stato come me a Londra, Buenos Aires, San Paolo, Singapore, Hong Kong, Kuala Lumpur, Shanghai, Bangkok ma anche, per quel che mi è stato detto, a New York o Tel Aviv, sa che il concetto che in Italia abbiamo del taxi è anacronistico e assurdo: un mezzo di trasporto esclusivo per ricchi, o per chi può farsi rimborsare la tratta da un'azienda o da un cliente. Un po' come una scintillante carrozza con cocchiere trainata da poderosi puledri bianchi per un conte di un romanzo tolstojano. Che fesseria. Nelle città che elencavo poco fa (ne ho appositamente incluse di più e meno avanzate, per dimostrare che non è necessariamente una questione di PIL o di livelli salariali) il taxi è sì un mezzo di locomozione individuale (che non è nemmeno del tutto vero, perché amici o colleghi lo possono condividere), ma certamente non di lusso. In certi paesi come la Thailandia e l'India ce ne sono anche di sgangherati a tre ruote, simili alle nostre Api Piaggio. Ed esistono persino i moto-taxi, non per i plichi urgenti, per le persone! La relazione che c'è tra mezzi collettivi come l'autobus, la metropolitana o il tram e il taxi è un po' come quella che corre tra un dormitorio in un ostello e una stanza in un alberghetto. Ma mica una suite all'Hilton! In quel caso staremmo parlando di una chilometrica limousine con autista in livrea, il famigerato Ambrogio della pubblicità dei cioccolatini insomma. Il taxi, almeno una volta ogni tanto, in quelle città lo possono prendere quasi tutti, è più caro di altre opzioni ma alle volte conviene.
Perché queste differenze? Ma è semplice, perché in questi paesi la licenza la può ottenere chiunque possa permettersi di comprarsi o noleggiare un auto. Questo abbatte l'oligopolio e di conseguenza le tariffe. Da noi invece di licenze ce n'è un numero fisso (e ridottissimo) e chi vuole intraprendere la professione deve comprarne una da qualcuno che sia disposto a cederla, pagandola ovviamente a prezzi da capogiro. I pochi privilegiati possono permettersi quindi di imporre tariffe elevatissime.
La liberalizzazione delle licenze e la riduzione dei prezzi avrebbe una lunga serie di vantaggi per i cittadini. Me ne vengono in mente solo alcuni, ma sono sicuro che ce ne sono molti altri.
- Posti di lavoro per chi non ha qualifiche particolari, precari, disoccupati e immigrati. Hai una patente? Trovi un'azienda che ti affitta l'auto? Vai!
- L'immissione nel traffico urbano di alcune centinaia di taxi toglierebbe dalle strade un numero molto maggiore di auto private, soprattutto nelle ore di punta. Quindi vantaggi ambientali, di sicurezza ed energetici. Ma anche per la qualità della vita in genere.
- Possibilità di uscire la notte, bersi mezzo litro di vino e tornare a casa senza il rischio di vedersi ritirare la patente, di schiantarsi contro un traliccio o falcidiare qualche pedone.
Certo ci sono anche degli svantaggi, ma quelli che mi sovvengono sono soltanto a carico di un gruppo ristretto di individui che attualmente godono di grossi privilegi (ingiustamente e da troppo tempo): i tassisti e i magnati del settore automobilistico in particolare.
Come finì la vicenda italiana? All'italiana, per l'appunto. I tassisti di Roma organizzarono una protesta bloccando il traffico della metropoli, contro un'iniziativa intrapresa da un governo eletto dalla maggioranza del paese (e nella circostanza sostenuto anche da grandi fette della minoranza che non l'aveva votato). Parte dell'opposizione (Alleanza Nazionale in primis) prese la palla al balzo e sostenne i tassisti. Il governo, piegandosi alla volontà di alcune centinaia di prepotenti e ignorando gli interessi della stragrande maggioranza dei cittadini - per non parlare del proprio elettorato - si arrese. Io fui sbalordito. Avrei sostenuto l'azione dell'esecutivo a spada tratta, anche se si fosse trattato non di Roma ma della mia città. Quello per me fu il sintomo evidente di una malattia forse incurabile, che impossibilita lo stato a progredire, a risolvere i conflitti interni tenendo conto degli interessi nazionali, a opporsi con decisione alle minacce di lobbie anche minuscole. Un mix tossico di alcuni dei peggiori mali nazionali: governi forti con i deboli e deboli coi forti, anteposizione di meschini obiettivi di partito all'interesse della comunità, lobbismo nella sua forma peggiore, utilizzo improprio di strumenti democratici come quello dello sciopero, il senso di impotenza della popolazione che osserva - muta e immobile - un gruppo di ladruncoli intenti a svaligiarle la cassaforte dei diritti.
Da allora ogni proclama della classe dirigente mi coglie in uno stato di scetticismo apatico, se non di sarcastico cinismo. 
Da un punto di vista individualistico - quasi egoistico - posso dire che per fortuna vivo per molti mesi all'anno in posti con situazioni profondamente diverse, per giunta da straniero, cosa che spesso aiuta a non sentirsi troppo coinvolti. Ma quando penso al mio paese, che tristezza mi viene.