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L'approccio

Giudicare, non capire.
Prendere posizione, non farsi un'idea.
Cercare conferme, non punti di vista.
Selezionare strumentalmente, non investigare criticamente.
Questo è l'approccio dell'italiano qualunque alla storia (sempre che ce l'abbia, un approccio alla storia).
Ed è già assurdo così.
Quando poi quell'approccio lo si applica alla cronaca, priva com'è per sua stessa natura di sedimentazione documentale, l'assurdo diventa solo un bel ricordo, e si passa all'orrore culturale.

Geopolitica per noi fessacchiotti - Lezione 1: Divide et impera.

Vi consiglio di leggere l’introduzione motivazionale, prima di addentrarvi tra le righe della prima lezione. La potete trovare cliccando qui. Probabilmente i temi trattati vi risulteranno comunque difficili da elaborare, visto il lavaggio del cervello che abbiamo subito per anni. Almeno però avrete chiaro l’ambito della discussione.
Cominciamo l’analisi con una domanda. È meglio per un soggetto geopolitico controllare mezzo mondo o nulla? Non è difficile dai, neanche per dei fessacchiotti della geopolitica come noi: è meglio controllare mezzo mondo. Sì, certo, avere sotto controllo il mondo intero sarebbe meglio che controllarne mezzo, però se la storia ha piazzato sulla scacchiera due giocatori dalla forza equivalente non ti resta che accontentarti di mezzo mondo. Che non è poi male, comunque.
Abbiamo stabilito così il primo punto fisso della nostra teoria, che a me sembra semplice, ma assicuratevi di averlo compreso a fondo, altrimenti ciò che segue vi risulterà piuttosto oscuro.
Poniamo ora un’altra domanda.

Geopolitica per noi fessacchiotti - Intro motivazionale

Non capisco come possiate ancora dividervi tra simpatizzanti di USA o Russia. Due imperi di merda che dal 1945, ma anche prima, rompono i coglioni a tutta l’Europa e a tre quarti del resto del mondo. Il divide et impera lo formalizzarono i romani, ma esisteva già da un po’, e lo conosciamo da millenni. MILLENNI! Eppure niente da fare: i somari non hanno ancora capito un pene e continuano a scalciarsi sui testicoli.

La sicurezza della dimensione temporale discreta - Mosca, Russia

La metro di Mosca è un'opera d'arte
La scorsa settimana in una mostra d'arte contemporanea allestita al Manezh di Mosca mi sono fermato davanti a un grande schermo in cui veniva proiettato uno dei vari video a ciclo continuo. L'autore immaginava che gli utenti dell'enorme rete metropolitana cittadina non appena messo piede sulle scale mobili entrassero in una nuova dimensione, una specie di mondo parallelo in cui il tempo avanza per quantità discrete, quelle degli intervalli tra le fermate e dei tempi di scorrimento degli ingorghi all'uscita. L'unico modo per riappropriarsi dell'esperienza temporale individuale, sostiene la didascalia dell'opera, è staccarsi dal gregge, camminare in direzione opposta, fare qualcosa di inusuale, differente, controcorrente.
Sarà. A me sembra però che la massa plastica della gente che intasa i colli di bottiglia agli imbocchi delle scale mobili - un elemento per niente discreto, anzi continuo, omogeneo, quasi liquido - ti trasmetta sicurezza, fiducia, calore umano oltre che fisico, soprattutto quando stai incuneato tra la panza molle di un beone e il culo prominente di una stangona moscovita
Poi ti ricordi che anni fa un gruppo di invasati ha spruzzato del gas nervino nella metro di Tokyo, causando una strage, e che in casi come quello più folta è la massa e più alto è il numero delle vittime, e ti viene da dare ragione all'artista, non tanto per riassestare le lancette del tuo orologio personale quanto per salvare il tuo prezioso culo. 
Ma resta il fatto che abbandonare il capezzolo di quella tetta gigante, sensuale e ondulante, anche se causa di sconvolgimenti temporali, non è per niente facile.

La strada degli artisti grotteschi - Pattaya, Thailandia

Natale a Pattaya
C'è una stradina a Pattaya: è l'ultimo tratto di Walking Street, sul lato del porto. Se Walking Street fosse un intestino, un bel budello pieno di feci e liquame (metaforici e reali), questo sarebbe il suo retto, lo sfintere, insomma...il buco del culo, ecco.
E' un luogo piuttosto buio (ciò non sorprende, considerata l'analogia anatomica), senza bar, ristoranti e discoteche. Soltanto il lungomare da un lato e degli alberghi dall'altro. La musica dei locali vi arriva smorzata e ci si può godere un relativo silenzio. Verso sera dei giovani thailandesi arrivano muniti di chitarre, si siedono sul marciapiedi e cantano delle canzoni. Non in thailandese o in inglese, come tutti si aspetterebbero, o come succedeva fino a tre o quattro anni fa. No, questi cantano in russo. Siamo vicini a un complesso di discoteche (Mixx, Lima Lima) frequentate principalmente da turisti russi, e questi busker si esibiscono proprio per loro. In russo quindi. Folti gruppi di russi più o meno brilli si fermano ad ascoltarli e i più spavaldi li accompagnano cantando. Spesso male, è vero, ma alla fine pagano, e per questo vengono sopportati e graziati.
Poco più avanti c'è una fila di ritrattisti e caricaturisti: producono dei dipinti dozzinali che si trovano un po' dappertutto. Poco prima della grande insegna luminosa, con un po' di (s)fortuna ci si può imbattere in due dei personaggi più pittoreschi della zona.

15 ore: una guida raffazzonata all'Aeroporto Internazionale di Mosca (Sheremetyevo)

Che coincidenza malefica, sono appena atterrato a Sheremetyevo e il mio prossimo volo parte fra quasi quindici ore. Quando ho comprato il biglietto avevo in mente un programma diverso e non me ne sono preoccupato. Avevo organizzato una sosta di una decina di giorni a Mosca, ospite di C, un amico che insegna Italiano a studenti russi. C'ero già stato l'anno scorso e me l'ero passata davvero bene. Ho ancora in mente tutte quelle originalità moscovite, il fascino da macchina del tempo di San Pietroburgo e se chiudo gli occhi e mi concentro sento in bocca la vampata della vodka e il sapore acidulo del borscht. Avrei pagato una piccola penale alla compagnia aerea e il problema dell'attesa sarebbe stato azzerato. Purtroppo però il biglietto che avevo comprato era in super-promozione e la piccola penale si è rivelata essere pari alla metà del prezzo iniziale. Considerando che ci sarebbe stato da aggiungere il costo del visto e che recentemente ho dovuto sostenere altre spese impreviste, ho dovuto rinunciare.
Quindidici ore quindi. Ho avuto il tempo di visitare la struttura in lungo e in largo. Mi sono mosso tra i terminal D, E e F, che sono gli unici a cui si può accedere senza attraversare la dogana. E' comunque un'area molto estesa, per percorrerla dall'estremità est del terminal F a quella ovest del D ci si può mettere anche più di mezzora, a seconda dell'affollamento e delle distrazioni. Inoltre il posto presenta le sue curiosità.

Intervista "Mordere il mondo" - Radio Radicale

Sono stato intervistato assieme all'amico moscovita Cris Righi da Valeria Manieri, la conduttrice della rubrica "Mordere il Mondo" su Radio Radicale. Si parla di viaggi, di scelte, di libertà, precarietà, insicurezza, italianità, italiani all'estero, italiani in Italia e altro. Se avete una mezzoretta libera potete ascoltarla qui.

Nell'immagine uno dei caratteristici faccioni dipinti da Cris Righi (lo stesso che uso come favicon per il blog), mi sembra sia quello che mi cadde sulla testa una notte mentre dormivo nel suo soggiorno-studio a Mosca. Fortunatamente mi centrò di piatto e non di spigolo!

Risvolti imprevisti - Pattaya, Thailandia

Per quanto possa sembrare quasi impossibile temo sia già successo: il numero giornaliero medio di turisti russi a Pattaya potrebbe aver superato quello delle prostitute del posto, o così sembra, almeno in alta stagione. E apparentemente le cifre sono destinate a salire. Non so se mi spiego, stiamo parlando di Puttaya...ups, scusate, volevo dire Pattaya!
Il turismo cittadino da anni si fonda principalmente sull'ampia ed economica offerta di sesso, precisamente dai tempi della guerra del Vietnam, quando i G.I. americani venivano qui per rilassarsi, distrarsi e divertirsi.

Tradizioni in via di estinzione - Mosca, Russia

Riumochnaya na Bolshoi Nikitskoi (in russo Рюмочная на Большой Никитской, ovvero "Bicchierino da vodka nella via Nikitskaya") è uno degli ultimi, forse l'ultimo locale autentico del suo genere a Mosca. Assomiglia a una vecchia osteria italiana: pochi tavoli squadrati sparpagliati in una sala non molto grande, tendine leggere alle finestre che danno sul marciapiedi, il bancone di legno, così come gli scaffali per le bottiglie e i pannelli che rivestono le pareti. Un bagno sgangherato e uno sgabuzzino/magazzino. Dicano quel che vogliono i sostenitori della modernità sofisticata a tutti i costi, per me non serve molto altro per passare un paio di quelle ore di cui sono fatti i buoni ricordi.
Appena entrati si sceglie un tavolo (dopo le sei possono essere tutti occupati), poi si va a ordinare direttamente al banco, sul quale stanno in mostra dei vassoi con i piatti del giorno. C'è un po' di tutto: carne, pesce, verdura, pietanze sia cotte che crude. Mentre la signora scalda le porzioni nel microonde si ordina da bene. Specialità della casa, va da sé, la vodka. La si ordina in grammi (sì, in grammi, quindi a peso, non in numero di bottiglie o bicchieri e nemmeno utilizzando unità di misura volumetriche). 300 grammi riempiono un'ampolla, quantità che basta a far vedere le farfalline a due persone equipaggiate con fegati ben corazzati fino all'ora di andare a dormire.
Quando tutto è sistemato sul tavolo mandiamo giù il primo bicchierino, tutto d'un fiato. Poi per creare il necessario effetto spugna ci sbafiamo uno squisito petto di pollo farcito con panna acida, delle lenticchie e un po' di pane. 
"Tra il primo e il secondo bicchiere non si parla!" La regola russa garantisce che tra le prime due sessioni non trascorra troppo tempo. Ma C. e io siamo degli inguaribili italiani e non ce la facciamo a sottoporci a questo rito da setta alcolica senza lasciarci andare a un paio di commenti prima di buttar giù il secondo bicchiere che, per precauzione, riempiamo solo a metà. Il cibo è davvero buono e ne ordiniamo un altro giro. 
Anche la clientela, conformandosi allo stile del locale, è caratteristica. I personaggi più pittoreschi sono degli artisti sconosciuti, semi alcolizzati. Un poeta i cui versi non hanno mai visto una tipografia ci sente parlare in italiano e si avvicina. Capelli e barba bianca, già brillo, in un inglese rudimentale si lascia andare a passatempi da bar che funzionerebbero anche da noi: battute su Putin e Berlusconi e commenti sull'immigrazione incontrollata, che nel caso di Mosca proviene dalle ex repubbliche sovietiche caucasiche e orientali. Quando la lingua franca non lo aiuta parla in russo con C., il quale traduce per me.
Poi si allontana un attimo, sgraffigna la lattina di Sprite di un signore che legge il giornale a un altro tavolo e la poggia sul suo. L'altro - una sua versione più giovane, con barba e capelli ancora neri - prima sbuffa e si lamenta un po' e poi si unisce a lui. Il nuovo arrivato parla un inglese molto più forbito e si definisce artista anch'egli, senza però specificare il campo. 
Dopo un'altra oretta di battute, commenti, chiacchiere, traduzioni, spuntini e vodka ci alziamo, ci salutiamo come fanno tutti gli ubriaconi che si rispettino - ad abbracci energici, strette di mano scomposte, alitate pesanti e frasi sentimentali - e poi usciamo barcollando dal locale, gustandoci il pizzicotto del freddo d'ottobre sulle guance infiammate dallo spirito. 
Un pezzo di tradizione che resiste nel pieno centro di Mosca, proprio davanti al conservatorio. Così come accanto ai nuovi centri benessere di lusso resistono le banye popolari, centri con saune e bagni turchi che consistono in grandi stanzoni illuminati male e arredati peggio, impianti semplici e strutture alla buona, dove gruppi di amici o colleghi passano qualche ora a chiacchierare e rilassarsi, mentre sudano vicino al forno, rabbrividiscono nella piscina ghiacciata, si frustano con ramoscelli di betulla o quercia o sorseggiano te e spiluccano spuntini all'angolo ristoro.
Sarebbe bastato poco anche da noi per avere ancora la possibilità di godersi una serata così: evitare di sostituire almeno un quarto delle nostre vecchie osterie con pizzerie alla moda o - peggio ancora - pretenziosi wine bar. Ma nella gran parte delle città che conosco lo scempio è un servizio fornito in maniera integrale, e quel piccolo sforzo di conservazione non è stato fatto. Il semplice menu dei vini di un tempo (1. rosso, 2. bianco, 3. prosecco, tutti rigorosamente "della casa") è stato sostituito da una lista di nomi per me incomprensibili che al contrario di molta gente non provo alcun piacere a far finta di conoscere. Bottiglie con splendide etichette di provenienze altisonanti, che nulla hanno a che fare col territorio e la cultura locali, serviti al bicchiere (fantastici calici di cristallo che con saccenteria dell'ultima ora tutti impugnano per lo stelo, rigonfi come botti ma riempiti con parsimonia per un terzo) al prezzo di una bottiglia del vecchio buon velenaccio
I tempi cambiano, le tradizioni muoiono. Io, da buon nostalgico, mi diverto a cercarle altrove.

Flessibilità - Mosca, Russia

Il rubinetto perde, l'impianto elettrico non funziona, il forno è rotto o devi installare delle tende in salotto. Il professionista è caro e si fa desiderare: se lo chiami oggi arriverà fra un mese. Nessun problema, c'è il marito a ore. Non stiamo parlando di relazioni extraconiugali o poligamia. Chiami un tizio di cui hai trovato il numero chissà dove, uno che non ha una specializzazione ma sa fare un po' tutto, proprio come i buoni mariti di una volta. Al telefono gli spieghi cosa deve fare e fissi il prezzo, lui arriva a breve, con tutti gli attrezzi e i materiali necessari. Se non sapeva come risolvere il problema si è fatto insegnare il metodo o ha mandato un collega più qualificato. Risolve, lo paghi (a prezzi ragionevoli), arrivederci.

Devi traslocare, spostare un mobile nell'appartamento di tuo zio o sbarazzarti di qualcosa di ingombrante. Sei da solo, non ce la puoi fare. Scendi le scale, esci sul marciapiedi e ti guardi attorno. Appena vedi un immigrato dalle repubbliche orientali dell'ex Unione Sovietica - un kazako, un uzbeko, un tagico - lo fermi.
"Salve, dovrei spostare un mobile"
Lui sa già tutto e non si scompone. Non pensa che sei pazzo né si scompiscia dalle risate.
"Quanto grande? Quanti piani? Dove?"
Spieghi, contratti e lo accompagni. Se servono rinforzi li chiamerà lui.

Hai fatto tardi a una festa, non sei venuto in auto perché sapevi che avresti bevuto un bicchiere di troppo, abiti un una zona non ben servita dai mezzi. Il taxi è caro, e poi bisogna prenotarlo in anticipo. Scendi, ti piazzi al bordo di una strada principale e tiri fuori il braccio, agitando la mano. Non al primo taxi che passa, alla prima auto! Così, a caso. Se non è una Jaguar o qualcuno che va di fretta si ferma di sicuro. E se non si ferma questa lo fa quella che segue. Spieghi al tizio dove devi andare, lui propone un prezzo, se pensi che sia troppo rilanci. Quando vi siete messi d'accordo sali. Non è passato nemmeno un minuto.

Chi l'avrebbe detto che un giorno avremmo invidiato l'ex Unione Sovietica per la sua flessibilità?

Segreto e mistero - San Pietroburgo, Russia

Seguo il flusso umano che scorre senza sosta sul marciapiedi della prospettiva Nevsky fino a quando si diffonde nello spazio immenso che circonda l'Ermitage, poi svolto a sinistra, diretto alla Cattedrale di Sant'Isacco. Quando sono a poche decine di metri da questa versione russa di San Pietro, con la coda dell'occhio noto un foglietto appiccicato a una porta, seminascosta dall'impalcatura dei lavori di restauro del palazzo. Museo di storia della polizia politica. Praticamente un asteroide fortemente magnetizzato davanti al quale mi tramuto in una spilletta per capelli. 
Anche la chiesa però tira parecchio. Resto qualche secondo sul posto, la coscia che traballa seguendo degli impulsi alternati che mi spingono di qua e di là. Elaboro le poche informazioni che ho messo assieme e prendo una brillante non-decisione, rimandando: un classico in questi casi. Il museo chiude alle 18.00 ma dalle 17.30 non si vendono più biglietti. Ho ancora trenta minuti e la cattedrale è a due passi. Vado prima lì e vedo che mi dice: se mi sussurra parole dolci nell'orecchio solleticandomi lievemente il lobo mi ci fermo, altrimenti torno indietro. E così è, solo che per rendermene conto ho impiegato venti minuti abbondanti. Quando apro la porta d'ingresso al palazzo del museo sono già le 17.26. Dopo aver provato due corridoi ciechi imbrocco quello giusto, abbasso la maniglia ma la porta non si sposta. Faccio per andarmene quando sento qualcosa che sferraglia e una signora esce dalla stanza.
"Che c'è?"
"Vorrei visitare il museo."
"Mi spiace, è tardi."
Mormoro qualcosa adottando un'espressione commovente. Lei borbotta qualcos'altro con fare indeciso. E' il segnale che aspettavo, mi avvicino. 
"17.30, orario di chiusura." Dice lei, mentre un'altra signora sbuca dall'entrata incrociando gli avambracci come qualche tipo di arbitro per farmi capire che il museo è chiuso. Mostro l'orologio che segna le 17.28. Lancetta in d4: scacco matto!
"Va bene, seguimi!"
L'esposizione è commentata per il 95% in russo ma la signora mi consegna una dispensa di fogli plastificati con le mappe di ogni parete e le relative didascalie in inglese. Una buona idea che però la dice lunga sullo scarso numero di turisti stranieri che visitano il museo. 
Sono sempre stato affascinato da tutto ciò che ha a che fare con i lati più opachi, sinistri e controversi della storia. Passo in rivista le foto in bianco e nero, fermandomi in adorazione davanti a quelle che mi emozionano di più, leggendo le spiegazioni sulle preziose dispense che sfoglio in avanti e indietro. I tempi delle spie zariste, poi i bolscevichi e la ristrutturazione di Dzerzhinsky. La sua morte, le immagini di Trozky, Stalin, Bukharin e Molotov che trasportano la bara. La CHEKA, il KGB, la guerra fredda, la crisi dei missili di Cuba e gli scambi segreti di prigionieri con gli USA. Le missioni in Afghanistan e Cecenia, il terrorismo interno, l'FSB e finalmente i giorni nostri. 
Nella stupenda sala che fu di Dzerzhinsky mi imbatto in un gruppo con guida. Ma vedi che scelta azzeccata, decidendo di visitare il museo mi sono preso cura di due hobby in un colpo solo: la storia dello spionaggio e le belle donne (l'hobby in questo caso consiste soltanto nell'ammirarle, ovviamente). Ora tra una foto e l'altra non riesco a non lanciare un'occhiata a tre o quattro esemplari di queste stangone che da quando sono arrivato in Russia mi tormentano i pensieri. La loro guida però è una vecchia pedante e logorroica: me le lascio dietro e dopo pochi minuti sono nell'ultima sala, dove la signora della biglietteria, che già era venuta ad aiutarmi prima, mi fornisce altri utili approfondimenti. Indossa un paio di pantofole, le calze pesanti, una gonna-plaid, un maglione infeltrito e occhiali da medico di famiglia. Niente trucco e i capelli sono raccolti, ovviamente. Mi fa pensare a una bibliotecaria da film di serie B, ma anche un po' a Nonna Papera. E' gentilissima. Sminuisce il bel gesto spiegandomi che devo l'opportunità di visitare l'esposizione fino a ben oltre l'orario di chiusura al gruppo di sventole che ho appena visto: avrebbe dovuto comunque aspettare che loro se ne andassero. Chiedo se c'è un guest book e mentre sto scrivendo i miei commenti, scegliendo con cura le parole, mi chiede di non menzionare il fatto che mi ha aiutato personalmente.
"Non sono un'esperta."
"Ma se è stata bravissima!" Rispondo pensando che si tratti soltanto di falsa modestia.
"Conosco qualche dato ma non ho una buona visione di insieme. E poi potrebbe crearmi dei problemi coi miei superiori."
Sembra quasi che si sia fatta risucchiare dall'atmosfera di segreto e mistero che avvolge il posto, come se anche lei tramasse tra le maglie di un'organizzazione che agisce nell'ombra.
"Ah no, allora niente..."
Concludo scrivendo comunque che il personale è molto gentile ed educato. Dovrebbe essere un complimento piuttosto discreto e neutro.
Do un'ultima occhiata alle sventole stivalate che una dopo l'altra affluiscono nella sala e poi esco, mentre le braccia potenti del clima del Baltico mi tirano delle gelide nerbate sul viso. E pensare che è soltanto ottobre. Un ottobre poco rosso, ma piuttosto grigio.

Foto "Colonna di Alessandro, sedia e zaino" di Fabio

Unità 731: Cina e Giappone ai ferri corti - Harbin, Cina

Harbin, una notte di treno da Pechino, si trova al centro di quella testa di cane che la Cina è riuscita ad infilare tra Siberia, Mongolia e Corea del Nord.

Alla fine del 19° secolo la Russia zarista ottenne il permesso per la costruzione di una ferrovia che collegasse Vladivostok con Dalian, via Harbin. Arrivò così in città la prima ondata di cittadini russi. Altri ne arrivarono nei primi decenni del ‘900 per sfuggire ai turbolenti eventi che infuriavano nella madrepatria. Non solo gli operai impegnati nella costruzione della ferrovia quindi, ma anche imprenditori, banchieri e ristoratori.

I russi che si incontrano oggi nelle vie del centro sono principalmente turisti o uomini d’affari di passaggio. Ma l’impronta lasciata da quell’esodo sull’architettura e gli usi in città è evidente.

La via principale è costeggiata dai begli edifici in stile che ospitavano le banche, gli alberghi e i ristoranti degli emigranti russi, molti dei quali erano ebrei. Alla fine del viale, a ovest dell’insolito monumento al controllo delle inondazioni, i cittadini possono passeggiare tra gli alberi e le statue del parco Stalin. Ad ogni angolo della città è poi sempre possibile rifocillarsi con numerose e succulente varietà di salsicce, anch’esse un’eredità dell’epoca russa.

Oltre ai palazzi e alle specialità culinarie anche le temperature qui ricordano quelle delle città siberiane. E per celebrare l’inverno la città si veste di ghiaccio. Durante il Festival delle Lanterne gli harbinesi festeggiano innalzando complesse costruzioni di ghiaccio sulla sponda del fiume, giocano a hockey o si esibiscono nelle forme del pattinaggio artistico. Ogni attività ha luogo all’aperto. Persino nella più celebre discoteca della città la pista da ballo è in realtà una pista da pattinaggio sul ghiaccio.

Ghiaccio, ghiaccio e ancora ghiaccio.

Quando se n’è avuto abbastanza, per sfuggire ai morsi del freddo ci si può rifugiare nel Cafe Russia 1914, un locale che compensa l’autenticità perduta con un ambiente caldo e accogliente e deliziose specialità russe.

Uscendo invece dal centro cittadino, per un cambio brutale di atmosfera, la visita alla base giapponese per gli esperimenti di guerra batteriologica (Unità 731) è un’opportunità da non lasciarsi sfuggire.

Dopo l’invasione giapponese della Manciuria, nel 1931 il Maggiore medico Shiro Ishii decise di spostare il laboratorio che dirigeva a Tokyo in una località tranquilla della provincia di Harbin. Ufficialmente l’intento era quello di prevenire disastri batteriologici nella capitale dell’impero, in pratica però era quello di disporre di cavie umane per gli esperimenti del centro.

Per più di dieci anni prigionieri nemici cinesi e stranieri vennero utilizzati in esperimenti effettuati con i germi della peste bubbonica, della tubercolosi, dell’antrace, del colera e molti altri, con cui venivano messi a contatto tramite iniezione, ingerimento o impianto su ferite. La vasta disponibilità di soggetti permise ai ricercatori di effettuare ulteriori test di resistenza al calore, alla disidratazione, all’impiccagione a testa in giù, all’elettroshock, all’amputazione e al congelamento.

Muovendosi tra le esibizioni fotografiche, le descrizioni del museo e i resti degli edifici (fatti saltare dai giapponesi prima della ritirata del ’45) la mente di un occidentale va inesorabilmente a frugare tra gli archivi della memoria dedicati ai campi di sterminio nazisti. Il crudele pragmatismo degli inceneritori per le salme e l’impietosa efficienza degli impianti per l’erogazione di energia o delle camere per l’allevamento delle cavie animali, ricordano le strutture dei campi di Dachau o Aushwitz.

La Base non è soltanto uno strumento per ricordare gli errori del passato ma si collega al tema attualissimo delle manifestazioni studentesche contro l’atteggiamento revisionista del governo giapponese. Nelle sale del museo le didascalie delle foto e le descrizioni contengono spesso delle frecciate velenose all’indirizzo del governo giapponese.

Nelle piazze di Pechino migliaia di cinesi si sono recentemente uniti per protestare – anche violentemente – contro la decisione del Ministero dell’Istruzione giapponese di emendare i capitoli dei libri scolastici dedicati agli orrori dell’occupazione del continente asiatico. Tra i bersagli delle dimostrazioni vi erano anche le frequenti visite ufficiali di membri del governo giapponese alle tombe di noti criminali di guerra.

Di cinesi che si esprimono senza alcuna remora dichiarando di non avere alcuna simpatia per il Giappone e per le sue istituzioni se ne incontrano ovunque. Ma cosa pensano a questo proposito i numerosi giapponesi che vivono, lavorano o studiano in Cina? Tatsuya, un trentenne incontrato a Shanghai, parla di una situazione molto imbarazzante. La comunità giapponese in città è formata da decine di migliaia di individui che nella maggior parte dei casi non gradiscono prese di posizione o azioni del governo di Tokyo che possano mettere a rischio la loro incolumità o anche soltanto il loro quieto vivere in Cina.

Al di là delle motivazioni ufficiali per le recenti manifestazioni, il sospetto è che il traballante presente delle relazioni tra i due paesi si poggi sulle sabbie mobili dei risentimenti cinesi e della voglia dei giapponesi di lavarsi la coscienza da un lato, e della rivalità per il predominio continentale dall’altro. Non molto tempo fa infatti Cina e Giappone si erano già dati battaglia per accaparrarsi i diritti a godere delle forniture di petrolio provenienti dalla Russia.

Il movimento studentesco del 2005 ha poco a che fare con quello di Tiananmen ’89. Il governo cinese formato dagli “ingegneri” del nuovo millennio sembra aver deciso di adottare una pratica che in Cina risale ai tempi di Mao e della rivoluzione culturale, a cavallo tra gli anni ’60 e ’70: quella della manipolazione delle Università e dei movimenti studenteschi. I libretti con le citazioni di Mao esposti oggigiorno nelle librerie e nelle bancarelle che affollano i marciapiedi di ogni città del paese rimandano a un’epoca che gran parte dei cinesi vuole dimenticare. Tempi in cui quei libretti rossi venivano sventolati da giovani con le braccia fasciate da nastri dello stesso colore, anni segnati da repressione e violenza, profanazioni di templi ed espropri, pratiche crudeli di rieducazione e torture.

Al giorno d’oggi i due paesi per sopravvivere e prosperare hanno bisogno uno dell’altro. La speranza è che entrambi i popoli e i rispettivi governi abbiano imparato qualcosa dagli errori commessi da chi li ha preceduti.