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Esclamazioni de-blasfemizzate


Supponiamo che qualcuno, quando per esempio si martella un dito, voglia sfogare la rabbia con un'esclamazione forte e blasfema — una bestemmia insomma — ma con garbo, senza urtare la sensibilità o la devozione di nessuno.
Certo, potrebbe ricorrere a versioni edulcorate usando paronimi eufemistici come "zio porco", "maremma maiala" o "bio parco". Io però ho escogitato una tecnica diversa e più versatile, che offre anche un certo spazio alla creatività.
Funziona così. Pensate ad una bestemmia. Createne l'acronimo. Poi "bacronimizzate", generando un'innocua espressione di vostra scelta. Quindi esclamate l'espressione testé ricavata.
Messa giù così può risultare poco chiara. Spieghiamola con un esempio. Ho immaginato una bestemmia. Ne ricavo l'acronimo: D.C. (avrete sicuramente indovinato la mia scelta). Ora genero un bacronimo, utilizzando un'espressione inoffensiva. Per esempio: [D]emocrazia [C]ristiana. La prossima volta che il ferro da stiro mi precipita sull'alluce, posso dunque urlare: "Democrazia Cristiana!"
È chiaro il meccanismo?

Altri suggerimenti:
Data Center!
District of Columbia!
Provincia di Padova!
Partito Democratico!
Decreto Legge!
Lavoro Digitale!
Diretto Piazze!
Democrazia Proletaria!
Monte Paschi!
Primo Ministro!
DataBase!
BirthDay!
Beni Demaniali!
E così via. Sbizzarritevi!

Evoluzionismo vs creazionismo: la complessità


Molti creazionisti sostengono che la complessità degli organismi avanzati è prova dell'esistenza di un creatore, perché solo una divinità potrebbe aver creato qualcosa di così complicato.
In realtà la complessità prova esattamente il contrario. L'evoluzione procede senza un piano, senza nemmeno un fine, per progressivi minuscoli passaggi di adattamento, nel corso di periodi di tempo lunghissimi, aggiungendo di volta in volta un tassello in maniera casuale, senza avere una direzione.
Proprio per questo solo l'evoluzione può arrivare a soluzioni così esageratamente complesse.
Se ci fosse stato un creatore le funzioni in natura sarebbero le stesse (o anche migliori), ma sarebbero eseguite tramite strutture e meccanismi molto più semplici.
La complessità tipica di alcune strutture della natura non può quindi essere utilizzata come prova conclusiva dell'ipotesi creazionista. 

L'illusione dei gruppi


I gruppi politici, economici o religiosi non esistono nel mondo reale. Sono un prodotto della nostra mente.
Ovviamente, nonostante questi gruppi non esistano in qualità di vere e proprie entità fisiche, sono trattati come tali, e le persone si identificano come membri di uno o più di essi. Questi individui esistono eccome - sono reali - e dal momento che dichiarano la loro affiliazione ad un gruppo, noi siamo indotti a postulare anche la realtà del gruppo stesso.
Questo è il punto in cui inizia l'illusione, ma non quello in cui finisce. I gruppi noi li profiliamo, ottenendo così serie piuttosto precise di caratteristiche a loro associate. Di conseguenza tendiamo ad attribuire un pacchetto di caratteristiche a tutti i membri di un gruppo, come se questi non fossero esseri umani dotati della loro unicità, bensì semplici ripetizioni di un dato modello. Un procedimento che se applicato a noi stessi ci sembrerebbe inaccettabile viene allegramente utilizzato per semplificare il resto del mondo.
Ciò può anche andare bene in certe specifiche circostanze. Tuttavia dobbiamo sempre tenere a mente che quasi nessuno dei membri di quel gruppo è correttamente descritto da quella serie di tratti identificativi. Di fatto, la maggior parte di essi potrebbe non essere associabile ad alcuno di quegli attributi.
Questo distinguo non è solo importante: è fondamentale. Le conseguenze di una tale trappola mentale possono infatti risultare socialmente disastrose.
I gruppi possono essere molto utili come strumenti concettuali. Fate però sempre attenzione a non prenderli troppo seriamente.

La truffa


Molta gente è convinta che una fresca ondata di scienza arrogante, gretto materialismo e freddo ateismo cerchi da qualche secolo in qua di spazzare via l'edificio nobile di una tradizione filosofico-religiosa che esiste da sempre, che è in un certo senso innata alla cultura europea. Forse addirittura alla natura umana. Mi riferisco ovviamente a tutte le correnti di pensiero ispirate all'idealismo, laiche o religiose che siano.
La vita, la nostra natura, quella che ci circonda, la voglia di realizzarci nel mondo che scopriamo attorno a noi: questo è il vero punto di partenza, l'impianto fisso su cui costruire qualsiasi struttura culturale. E lo stimolo a comprendere tutto ciò è il tipo di curiosità che ha guidato l'attività umana per decine e decine di migliaia di anni, fin da prima che si parlasse di scienza, materialismo o ateismo. Questa è la nostra vera tradizione.
Solo poco più di duemila anni fa sono iniziati i deliri (anche belli e interessanti, per carità) degli idealisti e dei loro vari spin-off mistico-metafisici. Ci hanno spiegato che tutto quel che vediamo e sentiamo non è reale, anzi è materiale immondo da cui tenersi alla larga. I sensi sono fallaci, l'universo va interpretato con la narrativa, o addirittura con la fantascienza. Le idee superiori sono tutto ciò che conta. Il cavallo idealizzato, che non vedrete mai, è più importante di quelli che vi è capitato di osservare dal vero: bellissimi, certo, ma insignificanti. E poi il corpo è pattume, mentre l'anima è sublime. La vita che conduciamo è spregevole, e per questo va vissuta nel disprezzo di sé stessi, nel senso di colpa, nel pentimento e nell'espiazione, possibilmente nei pressi di una caverna, a schernire i coglioni che si godono lo spettacolo delle ombre sul fondo, in attesa di quella, sublime e veritiera, che verrà dopo la morte, la quale non è quindi la fine bensì l'inizio della vera esistenza. 
Concezioni spirituali e antropologiche antichissime come quelle animistiche e dionisiache, ma anche politeistiche, che celebravano natura e vita, e che erano pienamente in linea con ciò che sentiamo e intuiamo, sono state sostituite da idee astratte, demiurghi, entità manichee. Tutta paccottiglia a cui la nostra mente fin da subito oppone i suoi legittimi dubbi. Dubbi che i cattivi maestri non sono mai stati in grado di dissipare con argomentazioni oneste, costretti sempre a rifugiarsi in risposte sleali, assurde e soprattutto non falsificabili, quindi intellettualmente meschine per definizione: la conoscenza superiore, gli spiriti sacri, la fede, i miracoli, i miti, il regno dei cieli, il giudizio universale.
Prendersela con scienza, ateismo e quant'altro è come notare il dito che punta alla luna. La verità l'abbiamo sempre osservata con i nostri occhi, ascoltata con le orecchie, toccata con le dita e respirata con il naso, e fino a quando Platone, o chi per esso, introdusse come nuovo paradigma l'idealismo, era stata nota a chiunque. Ed è una realtà bellissima, non qualcosa di cui diffidare.
Chi rigetta gli idealismi e i loro sviluppi, religiosi o filosofici che siano, cerca solo di capire questa realtà. Mettere in discussione sistemi idealistici è una normalissima conseguenza di questa nobile, antica, umana attività.
L'idealismo non ha subito un vile attacco alle spalle. È l'idealismo che ha aggredito la natura dell'uomo. E finalmente, dopo secoli bui, è arrivato qualcuno a vendicarla.
L'inganno era già stato esposto da Galileo Galilei, Giordano Bruno e altri poveracci emarginati, ingattabuiati o addirittura arsi sul rogo nei secoli. È stato infine demolito da Nietzsche con la trasvalutazione dei valori e frantumato da Popper con il principio della falsificazione.
È incredibile che sulla poltiglia che ne rimane scivoli ancora tanta gente.

Il vero complotto


Non ho mai capito per quale ragione chi non resiste al fascino delle teorie del complotto, invece di occuparsi di casi non verificabili - lo sbarco sulla luna, l'undici di settembre, la cupola pluto-giudaica e via dicendo - non si concentri invece sulle cospirazioni che sono sotto gli occhi di tutti, da secoli se non addirittura da millenni.
Mi riferisco ai meschini, vili, subdoli e delinquenziali lavaggi del cervello operati su bimbi e ragazzini, per fini religiosi, patriottici, militari o politici.
A chi cazzo verrebbe in mente, in età adulta, di credere a regni dei cieli e giudizi universali, a supremazie su popolazioni che vivono su territori al di là di confini tracciati arbitrariamente, a ragioni supreme per farsi ammazzare, a sistemi di governo fallaci, se tali convinzioni non fossero impiantate nella testa degli individui quando la loro mente è in fase di formazione, ancora vulnerabile e incapace di valutare cosa sia meglio per il proprio benessere?
Credo sia il crimine collettivo più squallido ed efferato che sia stato commesso e si continui a commettere a livello globale. Una schifezza contro cui tutti, avendola subita, dovremmo ribellarci. E da cui dovremmo soprattutto tenere al sicuro i nostri ragazzi.
Paradossalmente sono spesso gli stessi genitori che offrono i loro figli in sacrificio sull'altare della convenienza sociale. Gli stessi genitori che magari si indignano se i loro ragazzi prendono un'insufficienza in matematica. L'onta del voto negativo no, la circonvenzione e la manipolazione mentale sì. Pazzesco. Un obbrobrio per cui riesco a trovare poche giustificazioni accettabili, ma molte bieche motivazioni.
È arrivata l'ora del risveglio: complottisti di tutto il mondo: unitevi! Lasciate perdere le vostre inutili speculazioni su argomenti inverificabili e puntate il dito contro questo evidentissimo scempio. Lottate finalmente per avere un mondo migliore. Salvate i nostri giovani dal plagio organizzato e legalizzato, mistico o secolare che sia.
Le generazioni future ve ne saranno grate. Se vi interessa essere ricordati per aver scelto il lato giusto della storia, questo è il vostro momento.

Amen - parte terza: la superstizione


Chi per le mie affermazioni su paradiso e inferno non mi accusa di blasfemia o stupidità potrebbe però, anche solo per superstizione, tacciarmi di avventatezza: se l'aldilà esistesse, e l'inferno non fosse la locanda per bagordi a cui aspiri tu, non credi che potrebbero fartici ardere proprio per quello che hai scritto?
La risposta è semplice, anche se non intuitiva. Io il Nuovo Testamento me lo sono letto, in particolare le lettere di Paolo da Tarso alle comunità paleocristiane. Quando Paolone il persecutore si convertì e fu nominato capo delegazione apostolica per l'area dei gentili, perse il pelo ma non il vizio del bacchettone: i requisiti per andare in paradiso da lui fissati sono tanto bizzarri quanto rigorosi. Io mi vedo bene dal soddisfarli e, se tale realtà parallela davvero esistesse, finirei dunque dritto dritto ad arrostire alla "Churrascaria chez Satan".
Quello sarebbe il destino di uno con il mio stile di vita, i miei valori e le mie convinzioni. Lo sarebbe anche se da qui all'ultimo dei miei giorni mi mettessi a scrivere ipocrite leccate di culo all'intero corpo dell'establishment ecclesiastico.
Proprio per questo, visto che comunque mi attenderebbero all'inferno, mi converrebbe farmi amici i gestori di quel locale. Magari mi riserverebbero un angolino meno ardente, dove continuerei a tessere le lodi del padrone di casa.
Chi lo sa? Potrei persino diventare il propagandista ufficiale di corte. Niente male per uno che onde evitare l'uggia paradisiaca è pronto a rischiare di finire impalato ad un girarrosto per l'eternità. No?


Potete leggere l'intera saga "Amen" seguendo questo link.

Amen - parte seconda: l'arringa


Qualcuno avrà pensato che le mie riflessioni su paradiso e inferno (le potete trovare seguendo questo link) siano blasfeme, o magari senza senso: dabbenaggini completamente infondate.
Obiezione, Vostro Onore. Per fugare ogni sorta di malinteso chiamo a testimoniare niente popò di meno che la Bibbia, proprio lei, in carta e inchiostro.
Il libro della Genesi si apre, come tutta la grande letteratura, "in media res", con Dio che, tutto solo chissà da quanto tempo, asfissiato dalla noia cade preda di un creazionismo compulsivo, in seguito al quale ha inizio la storia del mondo. 
Anche il mondo però, così inanimato, non lo salva dal tedio. Quindi, con del materiale di riciclo, come fanno tutti i bimbi svegli per ovviare a quel fastidioso stato d'animo, si costruisce un giocattolino: l'uomo. Poi pianta il giardino dell'Eden e ve lo piazza dentro.
L'uomo però è un po' come me, voleva nascere all'inferno, dove se la sarebbe sicuramente spassata. Invece si ritrova in quel bellissimo posto che assomiglia un po' alla Svizzera o a Singapore: resta per qualche momento imbambolato ad ammirarne lo splendore, ma quando l'effetto "wow" svanisce si comincia a rompere seriamente le palle.
Dio, che in quanto ad empatia ha pochi rivali al mondo, anche perche al mondo c'è solo lui, se ne accorge: come ricordate c'era passato anch'egli poco prima. Gli crea quindi gli animali, ma il trucco si rivela un buco nell'acqua: l'uomo ci giochicchia brevemente e poi se ne stanca.
Dio allora ci riprova generando la donna. Anche questo espediente, a suo modo, ha a che fare con un buco, ma non è di certo un buco nell'acqua. E l'uomo stavolta gradisce. La donna stuzzica la sua curiosità e lo tenta a infrangere il divieto di mangiare i frutti dell'albero della conoscenza. I due birichini, prendendo a pretesto il consiglio di un presunto serpente parlante, mangiano la simbolica mela, avviandosi così sul fantastico sentiero epistemologico che da allora non abbiamo mai abbandonato. 
Il permalosone però li scopre, si infuria e li caccia agli inferi.
Dunque, riassumendo: in paradiso tutti tendono a scassarsi il cazzo, padrone di casa incluso. Non appena cercano di intrattenersi un po' - scopando, curiosando, campando dubbi e facendo domande scomode - vengono invitati ad avviarsi all'inferno, evidentemente un luogo più adatto a quel genere di attività.
Ora, prendendo in considerazione tale fonte al di sopra di ogni qualsivoglia sospetto, ditemi voi, Esimi Membri di questa Illustrissima Giuria: quando ho affermato che l'inferno sarebbe un luogo più interessante del paradiso, dove avrei sbagliato?

Potete leggere l'intera saga "Amen" seguendo questo link.

Amen


Non che ci conti poi molto, ma se davvero ci fosse un aldilà, tra paradiso e inferno io sceglierei il secondo.
Dev'essere un posto pieno di anime che fanno baldoria, chiacchierano, urlano, bevono, fumano, si inebriano, scopano, si infatuano, ballano, cantano, leggono letteratura dissacrante, ascoltano musica tentatrice, pensano, mettono in dubbio, piangono commosse, ridono felici.
Il fuoco non mi fa paura, è solo un simbolo: rappresenta il calore, la gioia, la danza, l'amore.
Il paradiso invece? Due coglioni immani. Quei musi cinerei, i sorrisi spocchiosi, i sottanoni bianco paglierino. Basterebbe lo sguardo mesto da perseguitato politico del portinaio, il sor Pietro, per farmi sprofondare nella più opprimente forma di depressione.
Sinceramente preferisco lo stile carnevalesco, la sfacciataggine e il ghigno beffardo di Satana.
P.S. Quasi dimenticavo: Amen!

Potete leggere l'intera saga "Amen" seguendo questo link.

Il consiglio - CONTENUTO ESPLICITO!


Una volta - ero un ragazzino e andavo ancora al mare coi miei - stavo seduto nel cortiletto di una pensione romagnola, dove tutti gli ospiti si riunivano con i proprietari, prima e dopo i pasti.
La situazione era sempre dinamica: ad un tratto tutti potevano sparire e succedeva che ti trovavi seduto a fianco di un tizio che non conoscevi.
Quella sera uno di quei tizi mi squadrò e mi disse solennemente: "Non li ascoltare, cercheranno di raccontarti un sacco di cazzate. Tu non dare loro retta. Nella vita, ogni volta che ne hai l'occasione, sco-pa, sco-PA, SCO-PA!"
Tutto in crescendo. Poi di nuovo zitto, un'ombra, per sempre. Sembrava che un oracolo lo avesse posseduto, giusto il tempo di darmi quella direttiva, per poi lasciarlo alla sua tenue vita di ragioniere lombardo in vacanza in Romagna.
Io rimasi sbigottito. Ero un ragazzino spigliato, ma piuttosto impacciato e confuso in quell'ambito. Cominciavo proprio allora ad affrancarmi dal giogo dell'indottrinamento ecclesiastico.
Forse era semplicemente un porco ossessionato dal sesso, cioè, in fondo, una persona qualunque. Io col tempo però ho interpretato la sua iniziativa come il gesto coraggioso di un uomo che ha capito tardi l'inganno di cui era rimasto vittima lui stesso, e che cercava di mettere in guardia un giovane da attacchi coordinati alle sue pulsioni naturali. Parlava di sesso, grande leva di marketing, ma si riferiva in generale alle inibizioni, ai sensi di colpa, alle insicurezze, ai condizionamenti sociali.
Se è così, da allora nessuno mi ha mai dato un consiglio migliore.
Ci ho messo un bel po' per capirlo.
E non l'ho ancora compreso del tutto!

Buoni e cattivi


Nello scacchiere internazionale non ci sono "buoni e cattivi". Esistono solo rapporti di forza, i quali, abbinati a minacce reali o percepite, ambizioni più o meno legittime ed opportunità latenti o improvvise, determinano relazioni di alleanza od ostilità.
In qualunque momento questo sistema dinamico e instabile può far apparire un soggetto "cattivo" e un altro "buono". Al successivo rimescolamento del mazzo, tuttavia, la situazione può ribaltarsi o essere totalmente stravolta.
Tenete a bada le vostre certezze: sono fortezze fatte di carte da briscola, con le fondamenta di burro. Basta la fiammella di una candela o un raggio di sole primaverile per farle crollare.

La lezione di stile del papa (in politica)

Non sono esattamente quel che si può definire un credente devoto. Anzi, un lato religioso, nel senso più ortodosso del termine, forse mi manca proprio. Purtroppo l'unico aspetto del mio carattere che invade la sfera del mistico è la mia antica propensione agli sfoghi di blasfemia, con gran dispiacere di mia madre, donna piuttosto morigerata. 
C'è però un tarlo di natura teologica che da alcuni giorni mi rosicchia l'attenzione. Riguarda le recenti dimissioni del papa e le relative battute che ho letto e sentito. Non capisco come mai le migliaia di utenti di Facebook e Twitter che quotidianamente pubblicano commenti indignati a proposito di politici avidi, corrotti e immorali restii a mollare il proprio posto, invitandoli ad "andare a casa", non abbiano gioito all'unisono alla notizia delle dimissioni del pontefice, preferendo invece abbandonarsi a dell'inconcludente umorismo da osteria.

Quando il crocifisso diventa trendy - Bangkok, Thailandia

Mentre in Italia e nel resto d'Europa non si placa il dibattito sui simboli religiosi - velo, dove e come? Crocefisso in aula, sì o no? - in Thailandia questi ultimi vengono spesso utilizzati come accessori d'abbigliamento un po' bizzarri, come le lenti colorate o gli apparecchi dentali finti.
Non è raro imbattersi in una ragazza che sopra la magliettina scollata sfoggia una croce appesa a una bella catenina d'argento o a un più hippie cordoncino di cuoio.
"Ma non sei buddhista?" Chiesi una volta a una di loro.
"Certo! Il crocefisso è qui..." disse sfiorando con un dito il pendaglio. Poi, spostando la punta del dito alcuni centimetri più in là, a indicare il cuore, aggiunse: "Buddha invece sta qui..." 
Avete un dibattito mistico da risolvere? Andate in Thailandia...

Foto di nathangibbs (CC)

Confusione mistica

Niente templi oggi: per qualche dollaro un ragazzo del posto mi porta a visitare in moto le campagne della zona. Mi parla delle coltivazioni, dei Khmer rossi, del fiume, degli abitanti dei villaggi. Mi spiega che per la maggior parte sono buddhisti ma c'è anche una discreta minoranza di musulmani buddhisti. Sorrido e non dico nulla. Ripete quella buffa espressione varie volte. Alcuni minuti dopo, quando mi racconta che anche molti degli abitanti del villaggio attraverso il quale stiamo scorrazzando sono musulmani buddhisti, decido di provare qualcosa.
"Così mi stai dicendo che la comunità musulmana qui è piuttosto folta..."
"Sì, molto numerosa, molti musulmani buddhisti in questo villaggio!"
Va beh, non ha abboccato. 
Pochi minuti più tardi ci provo con un altro test.
"Ma nelle città più importanti, come Phnom Penh per esempio, ci devono essere anche parecchi cristiani..."
Vediamo ora cos'ha da dire.
"Sì, è vero, molti cristiani buddhisti a Phnom Penh"
Pure i cristiani buddhisti...va bene amico mio, mi arrendo. Vorrà dire che mi convertirò al laicismo buddhista...

Siem Reap, Cambogia, estate 2004

Un altro merito - Chiang Mai, Thailandia

Ricordi del dicembre 2001

È il freddo delle regioni che non sono attrezzate per affrontarlo quello che graffia l'aria di Chiang Mai a dicembre.
Una scuola a Lamphun organizza una festa per reclutare una nuova schiera di insegnanti di inglese. Una ventina di farang a bordo di un songthaew si dirige vociante verso la tranquilla cittadina. Quando la scuola chiude l'autista suona il clacson, noi poggiamo piatti e bicchieri, salutiamo e torniamo a bordo. Ci metto tutto il tempo del tragitto che porta a Chiang Mai per accorgermi di essermi dimenticato la borsa a Lamphun. Contiene un buon pezzo della mia vita quotidiana: il passaporto, i bancomat, le carte di credito, la patente. Torno nel songthaew, spiego, drammatizzo. L'autista sbuffa, poi si impietosisce e si arrende. Arrivati alla scuola non faccio in tempo a pagarlo che questi è già partito sgommando verso casa. Solo la mia coscienza ha sentito il thanks! che ho urlato.
Trovo la borsa, controllo, c'è tutto, poi dei ragazzi mi invitano per bere qualcosa. Il sospiro di sollievo non è ancora terminato, un brindisi alla fortuna in effetti ci sta tutto. Quando il locale chiude mi offrono un divano, io li ringrazio ma preferisco tornare, mi avvio e punto il pollice verso un cielo terso che sembra una lastra ricoperta di schegge di ghiaccio. Quando sto per scoraggiarmi arriva una moto. Sono gli amici del bar che non mi vogliono abbandonare, mi fanno spazio e sfrecciamo nella strada buia e deserta. Io mi copro dietro il corpo minuto della ragazza e lei si fa scudo con le spalle più larghe del suo amico. Questo si affida alle proprietà schermanti del nylon svolazzante di una giacca a vento.
Arrivati a Tha Phae Gate mi fanno scendere. Mentre li guardo sorridere mi sorprende la commozione. Non so con che parole li posso ringraziare: farfuglio qualcosa, tentenno, mi esibisco in una serie di sorrisi idioti, degni di un cabaret con platea semivuota e poi mi incammino intirizzito verso l'albergo. Penso ai due ragazzi che stanno facendo il contropelo a tutta quell'aria fredda che mi ha indolenzito le cosce. Per consolarmi me li immagino stretti l'uno all'altra, con gli occhi semichiusi e un sorriso sulle labbra, da buoni buddhisti, soddisfatti per il merito che hanno appena ottenuto. L'ennesimo passo verso la purificazione, che a me sembra piuttosto una leggera ibernazione.

Foto: statue in un tempio a Chiang Mai, di Fabio

Pregando i robot - Bangkok, Thailandia

Percorro il marciapiedi e con la coda dell'occhio percepisco distrattamente la vita al bordo della strada. Parrucchiera, 7/11, bancarella, estetista. La sera thailandese mi scorre attorno, tra profumi, attività, confusione e gente. È il rumore di fondo, l'ambientazione a margine: mi sfiora gentilmente solleticando i sensi, stimolando piacere senza farsi notare.

Dietro una vetrina una signora prega, rilassata e immobile in un devoto wai. I palmi giunti, il capo chino, gli occhi chiusi ed un mantra in mente. Il mio sguardo scende verso il luogo sacro, aspettandosi di poggiarsi su una ghirlanda gialla, un tempio rosso-oro, statuette di Buddha. La sequenza delle mie mosse si svolge in background, non è un pensiero attivo ciò che la comanda, ma un riflesso, un istinto, una serie di immagini, già impresse nella memoria, che cercano conferme. Ogni oggetto, profumo, colore o suono, trova il suo posto in un armonia dimensionale. Se nulla stona la mia trance prosegue, il passo costante e lo sguardo mobile.

Ad un tratto rientro in possesso attivo dei miei sensi, è qualcosa che ho visto, che non mi aspettavo. Non mi sto sbagliando, non c'è alcun equivoco: la donna sta rivolta verso un angolo del negozio, davanti a lei c'è soltanto un tavolino e sopra il tavolino ciò che mi ha bloccato: sistemati con ordine, schierati in file e colonne, dei robot giocattolo di plastica colorata. Un plotone di Gundam o di mostri di Vega, ritti sull'attenti, di fronte alla donna che prega.

Quando credi ormai di esserti abituato, di essere in sintonia con ciò che ti sta attorno, di riuscire a dare un senso anche se non afferri l'essenza, ti ritrovi confuso in mezzo al marciapiedi ad osservare una signora che in devota preghiera si rivolge ad una truppa di eroi della tua infanzia. 

E hai la vaga sensazione di cominciare daccapo.

Foto di Fabio Pulito

Il mio spirito custode - Bangkok, Thailandia

Una ragazza con cui uscivo, una mattina al risveglio, mi disse che nella mia stanza viveva un fantasma. Le era apparso in un sogno e indossava il tipico lenzuolo. Non era esattamente un'apparizione spaventosa: una versione asiatica dello spiritello Casper.

Le si è avvicinato, galleggiando a mezz'aria, e con fare cortese le ha chiesto chi era. Quando ha risposto che era soltanto un'amica lui ha annuito, le ha dato il benvenuto, l'ha invitata a tornare e poi è scomparso.

I thailandesi credono nei fantasmi e negli spiriti, ne sono spaventati e affascinati al tempo stesso, ne parlano spesso, ci fanno dei film. La cultura dei fantasmi è articolata e interessante.

Quando vai in un ristorante, un'abitazione, un ospedale ai confini del complesso noterai un piccolo santuario, un tempietto, una casetta in cima a un piedistallo. Sulla veranda della casa bibite gassate, frutta, riso, fiori e incenso. I thailandesi credono che degli spiriti custodi si aggirino nei dintorni della loro proprietà: se ne prendono cura, per rispetto e per timore.

Ho detto alla ragazza che ho parlato con lo spirito, spiegandogli che in effetti eravamo amici. Sorprendentemente non stavo scherzando: nel modo di uno che viene da lontano, con origini cristiane mischiate a socialismo, scetticismo razionale, materialismo storico, liberalismo, romanticismo, eccetera eccetera, senza la minima idea di come approcciare un fantasma, in colpevole segreto e fretta imbarazzata, avevo davvero parlato col fantasma! Lei mi ha ringraziato, senza occhiate di scherno.

Non credo ai fantasmi ma qualcuno mi ha detto che ce n'è uno che vive nel mio appartamento. Potrei sbagliarmi, magari esistono davvero: per questo forse metterò dell'acqua a fianco al letto.

Immagine "Amleto e il fantasma di suo padre" di J.H. Fussli, 1780-1785, da Wikipedia.org