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Le guerre e i sempliciotti: parte seconda


Potete trovare la prima parte qui.

Spieghiamo meglio perché i sempliciotti che tifano per l'uno o l'altro guerreggiante, pur essendo convinti di essere ispirati da fini intuizioni analitico-geopolitiche, in realtà non ci hanno capito un cazzo. Peggio ancora, fanno più o meno consapevolmente il gioco di qualche lurido propagandista.
Ricordatevi che non ci si riferisce qui ai fan di Putin o di Zelensky, degli israeliani o dei palestinesi, di Trump o Khamenei. Qui non c'è nessun "o", ci sono solo "e": si sta parlando di TUTTI costoro. Di chiunque semplifichi temi che sono in realtà complessi e che hanno radici ficcate molto profondamente nel suolo roccioso della storia. Storia che loro ignorano, ovviamente, a parte qualche sedimento filtrato ad arte qua e là. E che altrettanto ovviamente non riescono ad analizzare con un minimo di utilità ai fini del dibattito.
In guerra, qualsiasi guerra, ognuno ha poca ragione e tutti hanno molto torto. Non c'è giusto o sbagliato. E nemmeno vi sono buoni o cattivi. O meglio, tutto ciò non esiste in termini assoluti. Se ne può parlare soltanto in termini relativi: relativi alle motivazioni di ciascuna parte, che sono ispirate da criteri di sopravvivenza, di sicurezza e di prosperità, e quindi di sopraffazione. Si tratta di ottiche soggettive e faziose per natura, egoistiche e spietate. Anche, perché no, ancestrali, primordiali e tribali.
Spesso, come nelle faide tra famiglie o clan, i conflitti durano da talmente tanto tempo che nessuno ricorda più per quale motivo siano iniziati. Si tramandano di generazione in generazione, come se fossero parte del patrimonio genetico.
Inoltre, la matassa in cui sono avvolti è estremamente più caotica di come viene presentata dai portavoce delle parti, o percepita dai loro sostenitori.
Infine, in ogni guerra, la comunicazione è sempre inquinata da censura e propaganda. SEMPRE. Quindi, se leggete o ascoltare qualcosa che sembra dare ragione ad uno dei contendenti — magari il vostro beniamino — oppure dare torto all'altro, sappiate che non si tratta di un'informazione che conferma o confuta la vostra partigianeria — che è comunque per sua stessa natura mal riposta. Siete in realtà il bersaglio di becera pubblicità. Quella che appunto chiamiamo propaganda.
Se vi schierate dunque, non solo non ci avete capito un cazzo, ma siete pure complici, in quanto ripetitori di una squallida gran cassa.
Continuate pure, se vi va. Ma ora che lo sapete non potete più permettervi di atteggiarvi a paladini della giustizia.

Le guerre e i sempliciotti


I poveri illusi sono tanti, tantissimi, troppi.
Li vedi fronteggiarsi su due schiere dell'opinione pubblica create artatamente sul terreno di un conflitto, una diatriba o un contenzioso.
Sanno sempre con la sicurezza ostinata di un mulo chi ha ragione e chi ha torto. Tacciano gli illusi del campo opposto, altrettanto farlocco, di ingenuità o malizia. Accusano l'opinione pubblica avversaria di asservimento propagandistico e sbandierano le fonti schierate dalla loro parte come depositarie della pura verità.
Fanno il tifo, dandosi quella patetica, nonché irritante aria da analisti incompresi.
Il risvolto tragicomico di tutto ciò è che hanno ragione. Ognuno di loro ha ragione. Le accuse che scagliano contro i "nemici" sono vere. Lo sono da entrambi i lati, però.
Il perché di questa polarizzazione imbecillesca è noto: l'incapacità — che contraddistingue alcune semplici menti — di gestire il caos, la complessità insita in ogni settore della realtà, non solo sociale ma anche antropologico, biologico, naturale. Una complessità con cui fanno i conti ogni giorno nelle loro misere vite ma che paradossalmente non riescono ad accettare quando si tratta di eventi che hanno luogo ad un livello più alto, e quindi ancora più complicato.
Si potrebbe osservarli con tenerezza e lasciarli a sguazzare nella loro patetica piscinetta semplificata per bambini che non sanno nuotare in acque agitate.
Il problema è che il loro numero non è trascurabile, è anzi imponente, e influenza quindi la società in cui dobbiamo vivere pure noi. Chi esercita il potere — politico, mediatico o finanziario — questo lo sa e agisce di conseguenza, alimentando le spiegazioni polarizzate fornite a questi autodichiarati astuti. Riesce quindi a sfuggire al controllo che sarebbe necessario a fargli svolgere il suo compito a vantaggio della comunità e non di se stesso.
È il "divide et impera" di romana memoria. Tutt'ora estremamente attuale ed efficace.
Si tratta purtroppo di una spirale auto alimentata, un circolo vizioso, una tendenza quasi irreversibile.
Noi abbiamo comunque il dovere — morale, umano, laicamente sacro — di continuare a provarci. Se sarà stato invano, per lo meno non avremo nulla da rimproverarci.
E se sarà catastrofe, potremo puntare il dito e affermare: "Noi ve l'avevamo detto!" Una magra consolazione è sempre meglio di una pingue e vile inazione.