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Arresi - Puerto Princesa, Filippine

La fuga
Gli ingressi al fiume sotterraneo sono limitati, seicento o novecento al giorno, non abbiamo capito bene. Comunque sia i posti sono tutti prenotati per almeno una settimana. Al centro servizi ci fanno però sapere che se andiamo direttamente a Sabang e alloggiamo presso l'hotel "giusto" potremmo trovare dei permessi non ancora assegnati. Compriamo due posti in un minivan per il giorno dopo. A giudicare dal prezzo e da come ci viene presentato si direbbe che si tratti di un servizio decente.
La mattina ci vengono a prendere all'alberghetto con un furgoncino mezzo scassato. A bordo, oltre a noi, ci sono solo altri due turisti. Ci portano alla stazione degli autobus, dove hanno intenzione di imbarcare altri passeggeri: non c'è problema, mica contavamo di viaggiare spaparanzati su tre sedili a testa. Il flusso in entrata però è interminabile. Il mezzo ha nove posti, più un paio di sedili pieghevoli, ma questi fanno entrare dieci, quindici, venti passeggeri, e ce ne sono altri accalcati davanti al portellone. Nella fila posteriore sei o sette persone condividono quattro sedili, altri stanno seduti su tavole di legno poste in bilico tra sedili, portiere e braccioli. Anche lo spazio per i bagagli è stato occupato e le borse vengono sistemate sul tetto.

Emozioni mute - Phuket, Thailandia

Il conducente thailandese entra nella lobbie, dà un'occhiata in giro e grida: “Mini-van to airport!”. Prendo lo zainetto e lo seguo all'esterno. Appena uscito dall'albergo sento dei rumori, mi guardo attorno ma non noto nulla di strano. Mentre entro nel mezzo il conducente afferra una borsa e si mette a correre lungo il marciapiedi. Torna quasi subito, con la borsa in mano, nota la confusione negli sguardi dei passeggeri e cerca di spiegare: “He no talk. He look lady”.

Le nostre espressioni devono averlo deluso: lascia perdere le spiegazioni, chiude il portellone e sale rassegnato al posto di guida. Un uomo straniero con i capelli ossigenati si avvicina al van con passo spedito. Si siede sul sedile davanti a me e fa scorrere la porta con foga eccessiva. Poi si volta, osserva un punto lontano, stende il braccio e punta un dito. Mentre la rabbia gli invade il volto esclama: “Ngh! Hmn! Ngh!”. Ci giriamo ma non notiamo nulla di particolare. In un attimo la confusione cede il passo all'imbarazzo e ognuno fa finta di fare qualcos'altro.

Una flebo di linfa vitale - Golfo del Siam, Thailandia

Non c’è rollio né moto di beccheggio, il traghetto scivola dall’isola alla costa, tagliando la calura sul golfo del Siam.

Il motore sbuffa e la barca rallenta, io scollo la schiena dal sedile in velluto. Dal ventilatore giapponese si sviluppa un cono in cui mi rifugio per sfuggire a questo forno. Nemmeno la brezza che fa solletico al ponte indebolisce la presa dell’afa snervante.

Il pilota manovra facendo percorrere allo scafo delle lente mezzelune di avvicinamento al molo. Una colonna di pneumatici riveste un pilastro. La gomma è sgualcita e ridotta a brandelli. Con gli altri passeggeri osservo dal parapetto la complessa manovra d’avvicinamento. Lo scafo arrugginito si appoggia alla struttura stiracchiando le fibre di un pneumatico malmesso. Alcuni frammenti di staccano dal pezzo e si infilano muti tra le piccole onde.

Facendo perno sulla colonna di legno il traghetto lentamente si mette in linea con il molo. Si abbassa il portellone da cui sfilano le auto. Sopra il pontile una pezza di juta sbuffa nuvolette ad ogni passaggio. Tutto attorno a me riflette il grigio del cielo.

Borse in spalla barcollo sulla passerella, attraverso il ponte che cigola e traballa e percorro il corridoio che ci collega al piazzale. Passo dopo passo, senza volare, percorro verso l'alto la penisola malese. Samui-Surat, Surat-Hua Hin, poi l’ultimo pulmino che mi porta a Bangkok, zigzagando tra caldo, palme e baracche, con l’acqua e la polvere sotto le scarpe.

Il viaggio è noia, pensieri e paragrafi, il viaggio è una flebo di linfa vitale.


Foto Koh Samui, di Fabio Pulito