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Dinamismo costituzionale


Io al referendum sulla riforma costituzionale non ho votato. Ero all'estero ed ero pure contento di avere una buona scusa per non partecipare all'ennesima pagliacciata scarica barile orchestrata dai nostri disastrosi politic(ant)i. Gentucola che per limiti personali e faziosità di schieramenti non riesce a trovare un accordo su questioni fondamentali, riducendo tutto alla solita zuffa polarizzata e condannando il paese al collasso istituzionale. Con le patate bollenti che questi mediocri incompetenti non riescono a gestire e che passano invece ai cittadini io non mi scotto le mani.
Se avessi votato forse avrei scelto il no. Non per le ragioni fuffa avanzate dall'opposizione, che sul tema è tanto colpevole quanto la maggioranza, bensì per consapevolezza della mia inadeguatezza ad affrontare un quesito inadatto ai non esperti in materia.
Non mi è assolutamente piaciuto invece il ragionamento (ragionamento si fa per dire) di chi ha proposto di votare no perché la nostra costituzione è una creazione perfetta, infallibile ed eterna che non va quindi toccata. Mai. A prescindere. Ma dove vivono costoro, in una campana di vetro?
Innanzitutto i padri costituenti, consapevoli che il loro lavoro era solo l'inizio dell'opera, hanno inserito con lungimiranza il meccanismo di modifica. Quindi chi è aprioristicamente contrario alle riforme costituzionali abbia almeno le palle di prendersela con quelli che fa invece finta di osannare.
In secondo luogo la carta iniziale si inquadra in un preciso momento storico. Il mondo cambia di continuo, e nell'ultimo secolo lo ha fatto in maniera vertiginosa. Pensare che una costituzione stesa alla fine della guerra possa resistere, immutata e monolitica, a sconvolgimenti geopolitici, tecnologici e sociali quali quelli degli ultimi decenni è allucinante.
Prendete come esempio l'apertura: l'Italia è una repubblica fondata sul lavoro. A parte che non mi è mai stato chiaro perché proprio sul lavoro? Perché non sulla dignità, o l'autorealizzazione o lo sviluppo sociale e culturale degli individui? Ma va beh, mettiamo che a quei tempi, a cavallo tra monarchia e repubblica, col paese da ricostruire, un po' di propaganda motivazionale potesse starci. Vi sembra tuttavia che oggi, quando chiunque rischia di essere rimpiazzato al lavoro dalle nuove tecnologie, possa ancora avere senso un articolo del genere? Cioè l'Italia dovrebbe essere una repubblica fondata sul lavoro svolto da Gemini o C1-P8?
E questo è solo un esempio. Molti degli articoli potrebbero rivelarsi inadeguati al continuo cambiamento. La costituzione non è una fortezza assediata da difendere. È uno strumento che deve essere coerente con l'attualità della congiuntura nazionale e internazionale. Se questa cambia e la carta non è più adeguata, le modifiche si rendono necessarie. Ma certa gente ripete a pappagallo, per giunta urlando, slogan che non hanno alcun significato, senza nemmeno interrogarsi sulla liceità di ciò che dice.
Disarmante, davvero, deludente ed estremamente deprimente.

L'inversione


Si è ormai quasi completamente invertito il flusso di informazioni tra elettore e politico.
Quest'ultimo, proprio per il fatto di essere un professionista della politica, dovrebbe, in base alle proprie conoscenze, esperienze e abilità, essersi formato una propria visione da presentare ai cittadini.
Un po' per colpevole incompetenza, un po' per vile convenienza, un po' per subdolo calcolo, molti politici hanno smesso di proporre la loro visione, e hanno deciso invece di assecondare le istanze dell'elettorato, così come le captano in piazza, al bar o in spiaggia. Istanze che spesso alimentano essi stessi, tramite media compiacenti, facendo leva su fobie ancestrali, complessi di inferiorità e istinti tribali.
Non solo abdicano al loro ruolo di guida, ma finiscono per vanificare lo scopo stesso della loro funzione: riconciliare le esigenze collettive con gli interessi individuali.
E proprio a questo, paradossalmente, devono il loro successo.
Tutto ciò io lo trovo vomitevolmente distopico.

I libri di storia del futuro


Ed ecco che per l'ennesima volta la nostra classe politica ci chiama alle urne per fare gratis il lavoro che dovrebbero fare loro, super stipendiati.
Un altro quesito per costituzionalisti rivolto agli elettori. Cioè il cuore della macchina dello stato dato in pasto ad un'equipe di profani, una parte dei quali soffre persino di una forma acuta di analfabetismo funzionale e non è in grado di comprendere un titolo di giornale che contenga più di cinque parole (tra l'altro anche questa è almeno in parte responsabilità della politica).
In parallelo ci tengono alla larga da questioni etiche o pratiche su cui anche un tizio con la quinta elementare tutto stadio e osteria riuscirebbe a formarsi un'opinione competente, che sia "Sì" o che sia "No": eutanasia, matrimoni tra persone dello stesso sesso, depenalizzazione della cannabis, introduzione di servizi tipo Uber e chi più ne ha più ne metta.
Un quesito referendario ideale dovrebbe puntare il più possibile al "sentimento politico" dell'elettore, non su sue presunte competenze in tema di giurisprudenza o di meccanica quantistica, e la risposta dovrebbe essere quasi immediata. Se io chiedo ad un passante in piazza: "Suicidio assistito: Sì o No?", "Matrimonio tra persone dello stesso sesso: Sì o No?, "Depenalizzazione della cannabis: Sì o No?", quella persona saprà quasi sicuramente darmi una risposta su due piedi, senza passare settimane a far finta di prepararsi per affrontare una domanda a cui non potrà comunque rispondere con piena cognizione di causa. Una classe politica (onestamente non mi sento nemmeno di fare troppe differenze tra gli schieramenti) che non prova nemmeno più vergogna nell'esporre in pubblico la propria incompetenza, l'inadeguatezza, i privilegi da casta e pure un pizzico di codardia davanti alle decisioni più importanti per il paese.
Io spero vivamente che i libri di storia del futuro li condannino duramente, come meritano. E che i nostri discendenti li conoscano per quello che sono stati, come a noi vengono presentati i peggiori imperatori, papi o tiranni del passato.
Personalmente mi sentirei pronto a maledirli dal più profondo dell'animo, se non fosse che non sono superstizioso e non credo che funzionerebbe. Chi lo è, lo faccia anche per me.

Elezioni e truffe - Bangkok, Thailandia

Luglio 2011. E' tempo di elezioni in Thailandia. Un'ondata continua di gente converge sulle grandi direttrici di Bangkok - Sukhumvit, Vipawadee, Pahonyothin - diretta verso le province di provenienza, che nella maggior parte sono quelle dell'Isan, a nord-est, verso il Laos.
Passeggio con A., l'accompagno a prendere il taxi che la porterà a Mochit, una stazione degli autobus oggi immersa in un caos da aeroporto internazionale in periodo di grounding. Un autista di tuk-tuk offre il suo servizio per 300 baht, quando normalmente utilizzando un taxi col tassametro la tratta dovrebbe costarne 100-150. Lo liquidiamo in fretta. Anche il primo tassista le chiede 300 baht. Lei lo lascia andare, poi ne ferma un altro. Stessa storia. E così anche col terzo, e un quarto.
Avverto un odorino strano, un fetore che mi ha stuzzicato le narici spesso in passato. Seguo l'istinto, come fosse uno di quei fili di fumo pedinati dai nasi lunghi e vibranti dei cartoni animati. Mentre lei fa due passetti verso il centro della carreggiata per fermarne un altro io resto sul ciglio e osservo attentamente. Quando lei si avvicina al finestrino per parlare col conducente il proprietario del tuk-tuk che la voleva truffare si sbraccia verso lo sconosciuto collega e gli fa segno di chiederle 300 baht. L'altro segue il consiglio e A., ovviamente, non accetta.
Questa volta ti ho visto, lestofante da strapazzo. Prendo A. per un braccio e l'accompagno cento metri più in là. Lei mi segue - incredula mentre le racconto ciò che ho visto - a distanza di sicurezza dal manigoldo, dove un tassista - onesto come la maggior parte di quelli che non ronzano attorno ai turisti - acconsente ad accompagnarla utilizzando il tassametro.
"Un thailandese non si dovrebbe mai comportare così...con altri thailandesi poi...", continua a ripetere fino a quando la porta si chiude.
"...con nessuno..." penso io, mentre la saluto.
Non riuscirà a tornare a casa e ad andare a votare perché tutti i posti in autobus fino al mattino successivo sono stati venduti, ma almeno è riuscita a tenersi stretta la dignità. E pure qualche banconota.

Immagine da globalvoicesonline

Quei paranoici pluridecorati

Ad Aung San Suu Kyi è stato vietato di partecipare alle prossime elezioni.
Elezioni? Dev'essere uno scherzo...ma se non le è nemmeno permesso fare una passeggiata in un parco!
Che cosa ci si può aspettare da quei paranoici pluridecorati?
8888!

Foto Aung San Suu Kyi del U.S Department of State (PD)

Tutto a posto. Kuala Lumpur - Malesia, 13 marzo 2008

It’s business as usual, ovvero tutto a posto, l’allarme sembra essere rientrato.

Gli sforzi di tutte le parti interessate per prevenire o smorzare sul nascere ogni forma di tensione e di scontro razziale sembrano aver dato i propri frutti. Il divieto di festeggiare la vittoria elettorale è stato rispettato e in generale la gente sembra aver seguito il consiglio a non farsi prendere dal panico. Il fine settimana i locali notturni più frequentati di Kuala Lumpur erano semivuoti, ma a parte questo non è successo nulla di rilevante.

Posto che si trattava di timori legittimi e di misure sagge, viene da chiedersi tuttavia se ce ne fosse veramente bisogno. Quella di quarant’anni fa e questa di oggi sembrano essere infatti due Malesie totalmente diverse.

Nel 1969, anno della prima grande sorpresa elettorale e dei conseguenti scontri razziali, il paese era ancora alla ricerca di un suo futuro e di una sua identità. All’alba dell’esperienza come nazione indipendente, dopo decenni di dominio coloniale, ogni ambito della sfera pubblica sembrava essere dominato dal criterio di appartenenza ad un gruppo etnico.

Oggi invece una buona parte della popolazione – soprattutto quella più ricca, istruita ed influente – sembra aver maturato la consapevolezza di quanto sia importante prefiggersi una serie di obiettivi comuni e proseguire uniti sul cammino dello sviluppo sociale ed economico.

Forse, anche se lasciati liberi di scegliere, i membri della comunità cinese che sostengono il Partito d’Azione Democratica non sarebbero scesi in piazza ad esultare per la “presa” dello stato di Penang. O avrebbero organizzato i loro festeggiamenti in maniera pacata e rispettosa, alla luce della sanguinosa esperienza del ’69, quando le manifestazioni di entusiasmo sfrenato per la vittoria “cinese” provocarono la reazione delle orde di giustizieri malay, che armati di machete si lanciarono in una brutale caccia al “giallo”.

Ed è anche giusto credere che nel 2008 la maggior parte dei musulmani, le forze dell’ordine e la classe dirigente non sarebbero disposti a tollerare alcun tipo di violenza.

“Quelle migliaia di vittime sono servite almeno a dare un contributo alla formazione di una coscienza nazionale unitaria. Da allora qualcosa è cambiato, nella mentalità dei politici ma anche in quella dei membri di vario livello di tutti gruppi etnici.”
Sono le parole di “Kumar”, un dirigente aziendale di etnia indiana, uno che di razzismo e pregiudizi classisti se ne intende, avendoli provati sulla propria pelle nei pub della periferia londinese e persino nelle strade del villaggio da cui proviene la sua famiglia, un “buco” sperduto nell’entroterra del Tamil Nadu, nell’India meridionale.

A fidarsi delle dichiarazioni dei vincitori, dei vinti e persino dei pareri della stampa, che dopo anni di letargico asservimento al regime si scopre ad un tratto autonoma e audace, sembra sia arrivato finalmente il tempo del “cambiamento”. Ad un cittadino ed elettore italiano ascoltare una cosa del genere fa sempre un certo effetto, del tipo di cui ci si libera tirando un lungo sospiro.

Cambiamento? Anwar Ibrahim, uno degli artefici principali di questo “moto popolare” contro l’inefficacia del governo a fronte degli insostenibili aumenti dei prezzi e le pratiche diffuse di corruzione, è stato vice dell’ex premier Mahatir, ovvero il fautore di tutto ciò che di bene e di male è stato fatto negli ultimi due decenni. Anwar è soltanto il leader de facto del PKR, uno dei partiti della coalizione di opposizione. Non può infatti presentarsi direttamente alle elezioni e non può ricoprire incarichi pubblici per una serie di reati di cui è stato riconosciuto colpevole, tra i quali spiccano quello di “sodomia” (è musulmano) e, udite udite, quello di corruzione!

“La sua travagliata esperienza politica – culminata con l’incarcerazione senza processo – e la sua indiscussa astuzia lo hanno convinto, o forse costretto, a cambiare corso.” spiega Larry, un cinese del posto che ha vissuto per anni in Australia. E probabilmente ha anche ragione.

D’altronde è proprio su questo tema che l’opposizione ha fondato gran parte della sua campagna elettorale, se è vero che Lim Eng Guan, il leader del Partito d’Azione Democratica, alla cerimonia di insediamento come governatore di Penang, durante il discorso del giuramento ha dichiarato che i contratti pubblici d’appalto verranno assegnati a soggetti privati, al termine di campagne trasparenti e privilegiando le aziende locali. Un tentativo di mettere la parola fine alla lunga storia di appalti truccati assegnati alle aziende raccomandate dai capoccia del governo federale.

Ma c’è addirittura da mettersi a ridere quando a parlare di cambiamento sono proprio gli organi della carta stampata. I quotidiani in questi giorni dichiarano candidamente che gran parte dei meriti per l’ondata elettorale che ha ridotto sensibilmente il dominio del Fronte Nazionale, trasformando la Malesia in un paese più libero e democratico, è da ascriversi alla rete e ai suoi siti alternativi, pagine web di informazione indipendente e obiettiva.
Sembra il colpo a sorpresa del colpevole che, andando oltre il semplice atto del costituirsi, arriva addirittura ad auto-denunciarsi.

In fin dei conti comunque una delle più importanti preoccupazioni post-elettorali dei leader politici, sia a livello federale che locale, di maggioranza e opposizione, resta quella di rassicurare gli investitori internazionali e di invertire la tendenza negativa degli indici di borsa.

Venghino signori, venghino in Malesia. It’s business as usual. Che si tratti di cambiamento vero o di facciata non fa differenza. L’importante è tirare avanti, senza voltarsi o fermarsi a pensare, lungo il prospero cammino del progresso.

Batosta e tensioni. Kuala Lumpur - Malesia, 09 marzo 08

E’ successo l’imprevisto, ciò che non accadeva dal 1969.
I giornali locali titolano: “La peggiore sconfitta del Fronte Nazionale”.
La stampa amica, la demonizzazione dell’avversario e i ragazzini in motorino con le bandiere del partito nulla hanno potuto contro l’insoddisfazione strisciante nei confronti di una classe dirigente che domina la scena politica della Malesia da decenni. Sempre con maggioranze schiaccianti.
Le dichiarazioni a caldo vanno comunque ridimensionate e interpretate alla luce degli standard locali. Il Fronte Nazionale a livello federale non ha perso le elezioni e probabilmente porterà a casa una maggioranza in parlamento superiore al 50%.
Ma di batosta comunque si tratta. Il Fronte Nazionale alle precedenti elezioni si era imposto in tutti gli stati della federazione meno uno, il Kelantan, un’area caratterizzata da una forte presenza di radicali religiosi in cui si era affermato il partito dei fondamentalisti islamici.
In questa tornata gli stati perduti sono invece molti di più e al Fronte Nazionale scotta soprattutto dover lasciare il governo dell’isola di Penang, una delle aree più industrializzate, avanzate e importanti dell’intero paese. Uno stato in cui si è affermato il Partito d’Azione Democratica, un partito cinese che non appartiene al FN.
Per la prima volta dal 1969 il FN dovrà accontentarsi di governare il paese con una maggioranza parlamentare inferiore ai due terzi. E proprio questo dato rende l’idea di cosa sia stata la politica in Malesia negli ultimi decenni. Un dominio totale della coalizione di governo che poteva permettersi di apportare modifiche alla costituzione a proprio piacimento, senza incontrare resistenza alcuna alla camera dei deputati. Ora dovranno “accontentarsi” di una “semplice” maggioranza assoluta.
L’ultima volta che qualcosa di simile era accaduto, alcune fazioni delle diverse etnie (nella fattispecie malay e cinesi) avevano dato luogo a sanguinosi scontri nelle strade della capitale.
Si teme che qualcosa di simile possa accadere di nuovo e il capo della polizia, dopo la comparsa di alcuni SMS fomentatori, ha proibito i festeggiamenti e annunciato tolleranza zero contro chiunque diffonda voci infondate riguardanti focolai di scontri razziali.
Kuala Lumpur sembra tranquilla come sempre. I suoi abitanti sono come ogni domenica anestetizzati dai gas soporiferi dello shopping, delle passeggiate in centro e delle partite di Premier League.
I tempi sono cambiati, i malesiani si sono abituati a sopportarsi in silenzio e a borbottare a denti stretti frasi politically correct. Ma ad uno straniero neutrale e pronto ad ascoltare con discrezione sono sempre pronti a manifestare le proprie frustrazioni. I malay nei confronti di “quei crumiri cinesi, ricchi e sbruffoni, che se non li fermi si prendono tutto il paese”. E i cinesi verso un sistema e una legislazione che li “tratta come cittadini di serie B, garantendo vantaggi e favori alla maggioranza musulmana”.
Le tensioni ci sono, ma sono state sedate molto a lungo. Vedremo nelle prossime ore se l’interesse comune per un prospero e pacifico sviluppo resisterà anche a questo colpo improvviso.
Pubblicato da Peacereporter nella sezione reportage

Bandierine e trombette: elezioni quasi libere. Kuala Lumpur - Malesia, 08 marzo 2008

Jalan Sultan Ismail è un largo viale che collega Bukit Bintang e il Golden triangle, due delle zone più vivaci della città. Più multietnica, asiatica e caotica la prima, come un grande bazar all’aperto; più business ed elegante, come un moderno centro commerciale, la seconda.
Ai due lati della strada si alternano hotel di lusso e grandi edifici commerciali, prime avvisaglie del business district in cui mi sto per addentrare. Al centro, tra le due carreggiate, una decina di metri sopra le teste dei passanti si libra la struttura della Monorail, una ferrovia metropolitana i cui vagoncini scivolano abbracciando una rotaia di cemento a cui sembrano stare aggrappati con delle rotelle orizzontali.
Un sistema di trasporto che ha del futuristico – rimandando alla scenografia di film alla Blade runner – e che nelle più avanzate città europee, impegnate spesso ancora nello sviluppo di linee di tram e filovie, la gente si sogna soltanto.
Mi è sembrato di udire dei suoni insoliti. Mi concentro un attimo e ascolto con attenzione: sono urla e trombe da stadio. Il rumore arriva attutito, come dall’interno di un palazzetto dello sport in cui si gioca una partita di pallacanestro.
Proseguo per alcuni metri e alla fine di una lunga curva, proprio sotto la stazione della Monorail, mi trovo davanti un folto gruppo di ragazzi in motorino. Stanno fermi al bordo della strada, su uno spiazzo vuoto. Sono molto giovani, i più grandi non hanno più di vent’anni. Sembrano i tifosi di una squadra di calcio: alcuni indossano magliette colorate e quasi tutti sventolano bandiere blu con una bilancia bianca disegnata nel centro.
Non sono i colori sociali di una squadra sportiva, bensì quelli del Fronte Nazionale (Barisan Nasional), la coalizione di governo. Anche la Malesia è infatti nel bel mezzo della campagna elettorale. Non credo che da noi se ne parli molto, anzi forse non se ne parla per niente. Con le primarie negli Stati Uniti che catalizzano l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale e le politiche in Italia e Spagna, le elezioni in un paese lontano come la Malesia non sono un argomento che fa notizia.
Qui, come nella vicina Singapore, la stampa è a dir poco docile nei confronti del regime. Si può sicuramente dire che in un paese tutto sommato meno sviluppato come la Thailandia la stampa è di gran lunga più libera e autonoma di quanto lo sia qui. E lo è stata persino nel periodo compreso tra il colpo di stato di fine 2006 e le recenti elezioni democratiche.
Choose well” titola oggi un quotidiano in inglese distribuito gratuitamente alla popolazione malesiana. Segue l’invito a non votare pensando agli interessi particolari preoccupandosi invece del bene collettivo del paese; tradotto: votate per il Fronte Nazionale. E nelle pagine di politica interna per tutta la settimana vari articoli riportavano le interviste ai canditati della maggioranza, improntate spesso alla demolizione della reputazione degli avversari. La priorità in Malesia non è data come da noi al concetto di Par condicio, bensì a quello di Security, dove con Security si intende ovviamente la sicurezza della propria poltrona di parlamentare o ministro.
Uno degli obiettivi preferiti dai candidati della coalizione di governo sembra essere Anwar Ibrahim, un ex-membro del partito di maggioranza arrivato a ricoprire ruoli di prestigio come quelli di ministro dell’istruzione, ministro delle finanze e persino di vice-premier. Dopo aver “pestato i piedi” al suo capo – Mahatir Mohamad – Anwar fu incarcerato senza processo, cosa che da queste parti è possibile facendo ricorso al famigerato Internal Security Act, uno strumento piuttosto antidemocratico condannato da varie agenzie internazionali per la difesa dei diritti umani. Tornato in libertà dopo alcuni anni, Anwar ha formato la propria lista elettorale e si è presentato alle elezioni.
“Anwar Ibrahim era anti-cinese” spiega all’intervistatore uno dei leader di quel partito della coalizione di governo che difende gli interessi della minoranza cinese. L’accusa si riferisce ad una vicenda di molti anni fa. Anwar, al tempo ministro dell’istruzione, mosso da sentimenti di natura razzista si sarebbe opposto all’invio di un gruppo culturale di etnia cinese a Pechino. Un accorato appello al presidente buono, padre virtuale di tutti i malesiani e amico di tutte le minoranze etniche – il mitico Mahatir – sarebbe poi stato accolto, mandando così in frantumi il disegno diabolico del razzista Anwar.
Storie ingenue, un po’ infantili che vedono i buoni dei partiti di governo contrapposti ai cattivi dei partiti di opposizione, musulmani o cinesi che siano. Storie che comunque colpiscono in maniera calcolata una buona fetta della popolazione che poi alle urne segue come sempre il consiglio del quotidiano in inglese, scegliendo bene e mandando al governo la Barisan Nasional, la squadra dei buoni, la forza equilibrata, la coalizione della bilancia, con una maggioranza bulgara.
Un’altra delle tecniche un po’ ridicole utilizzate dalla Barisan Nasional – e, in misura minore, da tutti gli altri partiti – per animare la campagna elettorale e rinfrescare la memoria ai cittadini che devono “Choose well”, è appunto il reclutamento di questi militanti-ragazzini motorizzati, che vengono muniti di bandierine, fischietti e trombette, rimborsati probabilmente delle spese per la benzina e omaggiati di un paio di pasti economici, in cambio delle loro rumorose corse per la giusta causa.
Scherzano, si picchiano le aste delle bandiere sui caschi, le ragazze sorridono smorfiose e i maschietti gonfiano il petto. In pochi sembrano essersi interrogati sulla vera natura della loro attività. Non si muovono ancora, si voltano ad osservare la strada, sembra che attendano qualcuno.
Poi arriva un gruppo di auto strombazzanti, su cui sventolano altre bandiere blu nelle mani di giovani seduti sui finestrini, con i corpi protesi all’esterno. Fanno dei segnali ai ragazzi dei motorini, questi rispondono con grida e colpi di tromba, poi salgono in sella e si aggiungono al corteo festante. Per loro è soltanto un gioco.
Da questo momento fino a notte fonda percorreranno senza sosta le vie del centro, sforzandosi di sensibilizzare gli elettori malesiani e riuscendo ad incuriosire prima e a infastidire poi gli increduli turisti stranieri che sentiranno a lungo il baccano raggiungere le loro stanze d’albergo.
Signore e signori, ecco a voi la Malesia, una delle tigri d’Asia. Elezioni quasi libere, campagna subdola e stampa compiacente. Un cocktail micidiale ma rigorosamente analcolico, per un paese in cui la maggioranza segue i dettami dell’Halal.