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Brandelli di un mondo bizzarro non è un diario in ordine cronologico da sorbirsi dall’ultimo post. È un archivio di scene, satira e ragionamenti. Parti da dove ti interessa:

Tutti i post in ordine di data restano disponibili sotto. Meglio entrare da una porta, però.

Padovani, i globalizzati de noantri

Una quindicina di anni fa, a Padova, quando dicevo di aver provato il sashimi parecchia gente cominciava a sbeffeggiarmi, mimando vomitate, attacchi di tosse e dolori di stomaco, e mi dava dell'incosciente per aver mangiato pesce crudo. Oggi gli stessi saggi si incontrano in Piazza dei Signori (ah, l'ironia del nome...) e si salutano mormorando konnichiwa e konbanwa, con le braccia aderenti ai fianchi e l'accenno di un inchino, prima di buttarsi in una conversazione stereotipata che comincia sempre con: “Guarda, ieri ho mangiato un sushi che non ti dico...”. Sono gli stessi padovani della globalizzazione de noantri, quelli in onore dei quali le osterie del centro sono state sostituite dai wine bar, i geni che hanno preferito lasciare che si chiudesse Mirco Buso per aprire una trattoria toscana DOC, fallita miseramente nel giro di qualche mese.

Dai, dai, che la prossima volta che torno magari l'argomento caldo è il cane arrosto alla vietnamita. Lo so, lo so, oggi solo il pensiero fa ribrezzo, ma domani, chissà...

E poi finalmente ci sarà qualcosa di cui vantarsi quando si va in gita a Vicenza. Vuoi mettere il cane arrosto alla vietnamita su un letto di riso al vapore con il gatto in tocio e la polenta abbrustolita? Il cane fa moooolto più società multietnica!

Il test - Sapa, Vietnam

Esperti delle risorse umane stanno tenendo dei colloqui per una delicata posizione aziendale. Qual è il modo migliore per essere sicuri di assumere i candidati più svegli, quelli in grado di pensare fuori dagli schemi, di uscire dalla propria zona di comfort, di adattarsi al cambiamento, di aspettarsi l'inaspettato e tutti gli altri luoghi comuni che si usano in quel settore? Quelle loro furbe domande trabocchetto? Mah, ormai le migliori risposte si possono trovare in rete. Colloqui di gruppo? Finiscono spesso per essere delle esibizioni un po' tristi di aggressività malcelata. E comunque anche per questi le istruzioni si possono trovare in internet. No, niente di tutto ciò. Il mio consiglio? Ferrovie vietnamite. Eccovi un buon test, selezionatori! Le ferrovie dello stato vietnamite.

Siamo appena scesi dal treno in arrivo da Hanoi. Faccio vedere il mio biglietto e mi lasciano passare. Sono a Sapa, finalmente. LM fa la stessa cosa. LF anche. Poi è il turno di C.

L invece resta bloccato all'uscita, la guardia non lo lascia passare. L allarga le braccia, poi osserva la guardia indicando noi, liberi, oltre le sbarre di quella gabbia in cui è rimasto intrappolato. La guardia non si impietosisce e gli chiede di nuovo di mostrargli il biglietto. Noi sghignazziamo. Il volto di L è paonazzo. E' irritato, esterrefatto, scandalizzato: non lo lasciano uscire dalla stazione perché non è in grado di esibire un biglietto che è già stato controllato due o tre volte. Gli sembra incredibile che la sua libertà venga limitata per via di una tariffa che ha regolarmente pagato. La sua espressione pone una domanda che non ha una risposta. E che succede se non lo trovo? Avete intenzione di tenermi qui per sempre? Di arrestarmi? Di prendermi in ostaggio? Di sequestrarmi? Fino a che punto potrà arrivare la vostra reazione spropositata a questo non-problema? 

Ovviamente da un punto di vista teorico ha completamente ragione. La guardia non lo sta bloccando per il bene dell'azienda per cui lavora, per il biglietto o per il pagamento della tariffa. Non è una questione di giustizia, ma di giustificazioni. Lo fa per dare un senso al proprio ruolo, alla sua stessa presenza in quel posto. Perché gli hanno detto di farlo. E questa è una cosa che accade spesso nei paesi comunisti, specialmente quelli asiatici. Alla gente bisogna dare un lavoro, anche uno inutile o, come in questo caso, controproducente. Ed è proprio quando hai dei problemi con questo tipo di impiegati che all'improvviso ti ritrovi sbalzato fuori dalla tua zona di comfort, dalla scatola in cui pensi abitualmente, costretto ad adattarti al cambiamento, quell'inaspettato che ti saresti dovuto aspettare, molto più di quando hai di fronte un gruppetto di selezionatori in una sala riunioni in cima a un edificio aziendale. 

Alla fine il biglietto salta fuori. Era stato infilato in una tasca dello zaino, o abbandonato sopra il sedile all'interno del vagone. La guardia è soddisfatta e lo lascia passare. In caso non lo avesse trovato L sarebbe dovuto andare all'ufficio del capostazione, aspettare, cercare di spiegarsi, magari pagare una multa, forse una mazzetta, chi lo sa.

La prossima volta, se capita a voi, tenete bene a mente quelle poche semplici regolette, concentratevi, continuate a sorridere, ostentate calma e cordialità. E soprattutto non entrate mai in conflitto, non prendeteli in giro, non siate ironici o sarcastici. E' un tranello in cui è facile cadere, ma stareste solo soddisfacendo una vostra necessità, non le loro. E se volete uscire dai guai in fretta è sulle seconde che dovete concentrarvi. Altrimenti non li convincerete ma li irriterete soltanto, rendendoli ancora più cocciuti.

Lasciate che passi. Sopra la vostra testa, attraverso il vostro corpo, tra le vostre gambe, sotto i piedi. In quel modo finirà tutto più in fretta. Sarà anche un buon esercizio di autocontrollo e riuscirete persino a riderci sopra. Non subito forse, ma tra un po' di tempo magari.

Provateci quindi. Lasciate che passi, non resistete, lasciate che passi, avete visto, siete già un po' più calmi, lasciate che passi...lasciate...che...passi...

Estate 2005 
 
Foto di un treno vietnamita di Khánh Hmoong (CC)

Da solo contro l'onda - Saigon, Vietnam

Del traffico di Saigon, dei fiumi di motorini, delle precauzioni da prendere quando si attraversa la strada abbiamo già parlato qui.

Oggi mentre passeggiavo in centro mi sono accorto però che c'è un aspetto di questo traffico, una sua dinamica, una circostanza specifica da trattare a parte. E' la partenza dei motorini allo scattare del verde.

Spesso gli incroci di Saigon sono dotati soltanto di semafori per veicoli: quelli per i pedoni, normalmente sistemati alle estremità delle strisce pedonali, non ci sono. Tu stai percorrendo un marciapiedi, arrivi all'incrocio, vedi la solita legione di motorette schierate dietro la linea bianca, intuisci che hanno il rosso (anche se non lo vedi) e ti affretti ad attraversare.

...tanto anche se scatta il verde aspetteranno che io sia arrivato dall'altra parte...
Questa è una conclusione azzardata che ti può costare molto cara. Rileggi queste ultime due righe tre volte prima di proseguire.

Sei ancora al centro della prima corsia e i segnali che capti non sono rassicuranti: i motori vengono scaldati con delle brevi accelerazioni, alcune ruote avanzano improvvisamente di alcuni centimetri per poi fermarsi bruscamente. Pensi a dei cavalli da corsa che scalpitano sulla linea della partenza...e non provi la stessa emozione che provavi da ragazzino, all'ippodromo, seduto accanto a tuo padre col gelato e i biglietti delle puntate in mano. Ti affretti ma sei ancora in alto mare. A un certo punto partono tutti: ti senti un fantasma, un'anima dotata di un corpo invisibile ma non è la sensazione che immaginavi di provare quando in passato hai desiderato avere questi super-poteri. E' come un'onda. Nessuno sembra vederti, eppure sei lì, lampante: l'unico pedone, occidentale, atterrito, in mezzo alla strada. Di che altro hanno bisogno per notarti?

In realtà non lo fanno apposta, per arroganza o sadismo. Seguono un automatismo, lo fanno decine di volte al giorno, tutti i giorni. Un vietnamita non si sarebbe comportato come te: sei tu l'inconcepibile eccezione, non loro.

Ovviamente all'ultimo istante faranno di tutto per evitare l'impatto: rallenteranno, sbanderanno, magari arriveranno persino a fare l'impensabile - fermarsi. Questo, unito al tuo scatto da gazzella, dovrebbe aiutarti a portare a casa la pellaccia anche stasera. 

Ma non ci contare troppo: anche se per ora ti è andata bene, la prossima volta, prima di attraversare, dai un'occhiata di sbieco al semaforo principale. Se è giallo, attendi, hai ancora tanta vita davanti a te.

Come un Vietcong - Saigon, Vietnam

Un tizio entra in una buca scavata in mezzo alla strada per riparare delle tubature. C'è una perdita e l'acqua gli arriva già al collo. A pensarci bene ci troviamo nelle vicinanze del mercato Ben Thanh, nel pieno centro di Ho Chi Minh City che una quarantina d'anni fa si chiamava Saigon (ancora oggi a dire il vero, almeno informalmente): a quel tempo ai suoi antenati poteva capitare di trovarsi in una situazione simile quasi tutti i giorni, immersi nelle risaie inondate mentre combattevano i GI americani. Una qualche lontana forma di eredità insomma: ecco forse perché sembra essere così a suo agio, sigaretta in bocca, mento puntato verso l'alto, mentre lavora sul quel tubo e chiacchiera con i colleghi, lanciando occhiate distratte in direzione dei passanti.

Traffico complesso - Saigon, Vietnam

Motorini a Saigon

Il traffico motociclistico vietnamita è un affare piuttosto complesso. Quando devi affrontarlo per attraversare un incrocio da principio ti può sembrare che quella in cui ti stai per imbarcare sia un'impresa impossibile. Poi metti assieme tutte le virtù utili al caso che possiedi: intuito, prontezza di riflessi, esperienza passata in situazioni simili. E anche una dose massiccia di follia. Quindi fai il primo passo. Ogni mossa dev'essere calibrata accuratamente: non puoi permetterti alcun errore grossolano, pena l'investimento immediato; per quelli di lieve entità invece ci puoi mettere una pezza con un colpo di reni o un numero da equilibrista. Ogni avanzamento dev'essere accuratamente pianificato e dimensionato in quanto a tempismo, velocità e lunghezza massima. Al momento giusto è infatti necessario non farsi tentare dall'ingordigia, accontentarsi dello spazio guadagnato, fermarsi (anche in mezzo alla carreggiata) e concentrarsi immediatamente sul prossimo tentativo, un po' come in una partita di football americano.

Il pedone che si immerge in un tipico flusso continuo di motorini a Saigon deve muoversi in maniera decisa, inserendosi al meglio tra la scia di chi è appena passato e la traiettoria di chi sta arrivando, guardando l'avversario dritto negli occhi. I motociclisti devono infatti capire al volo le intenzioni di chi attraversa. Ogni avanzata va eseguita lestamente ma senza scatti improvvisi, che confonderebbero inevitabilmente chi invece deve poter decidere senza esitazione se passarci davanti o dietro. 

Ma i pedoni in fin dei conti sono soltanto una parte del problema: la serie ininterrotta di zig-zag, frenate brusche e spostamenti laterali improvvisi rendono molto probabili gli impatti tra le stesse moto.

La prima sera a Saigon, dopo dieci anni dall'ultima visita, durante la camminata esplorativa che utilizzo sempre per prendere confidenza con una città, quando ho già assistito al solito patetico battibecco con insulti e schiaffi a vuoto tra un turista anglofono e un venditore locale di magliette false mi imbatto finalmente nella scena che dal primo passo fuori dall'aeroporto uno continua a chiedersi come mai non gli sia ancora capitato di osservare. Ci sono due motorini rovesciati al centro della carreggiata mentre un crocchio di persone circonda un povero cristo che sta seduto sull'asfalto reggendosi la testa. Tra le gambe una pozzanghera di sangue. Per fortuna si capisce subito che si tratta soltanto di un'escoriazione tra sopracciglio e tempia, niente di grave. Gli astanti si danno da fare con gesti di solidarietà tanto pronti quanto sensati. Evidentemente qui tutti sono abituati a questo genere di interventi. Senza panico e confusione, seguendo una sequenza sorprendentemente appropriata individui diversi portano allo sventurato delle salviette, acqua e infine dei cerotti. Il poveretto cambia gradualmente umore: da spaesato e disperato diventa lucido e calmo. Quando qualcuno azzarda una battuta si mette persino a ridere con gli altri. Il tizio che lo ha messo a terra gli offre una sigaretta: lui la accetta e la risata collettiva che ne segue segna il finale del piccolo dramma. Il ferito si rialza, mette in moto e se ne va mentre tutti ancora sorridono: nessuno si è lamentato, ha accertato i danni o cercato un risarcimento.

Un dramma minore tipico del posto, che il traffico di Saigon - come i vecchi AK che giacciono arrugginiti e impolverati nei musei della guerra contro gli americani - spara a ripetizione ogni giorno sui suoi abitanti.

Un paio di video che ho registrato a Saigon.

1. Traffico caotico a un incrocio


2. Traffico pesante al crepuscolo


Personaggi delle strade asiatiche

Un paziente di un grande ospedale psichiatrico osserva il mondo al di là del cancello. Si fa coraggio, ferma un passante e gli chiede: "Scusi, una curiosità, quanti siete là dentro?"
Vecchia barzelletta sui punti di vista.

Cominciamo con Kuala Lumpur.

Il primo è un indiano, torso nudo, pantaloni svolazzanti in tela leggera, piedi scalzi. Ha i capelli lunghi e un po' arruffati, la pelle scura - impronta di cromosomi del Tamil. Le ossa esposte e i muscoli guizzanti, sottili e tesi. Potrebbe essere un sadhu a cui un ladro o una calamità naturale ha strappato il manto color zafferano. Il viso non è magro come altri visi magri: è un teschio foderato di cuoio scuro e peluria ispida, e poco più. Gli occhi sono due riflettori enormi, brillanti, sgranati, da bestia braccata. Lo incontri dappertutto in centro città, mentre cammina quasi correndo, scappando dal nemico, immaginario soltanto in parte, che lo insegue da anni dovunque lui vada.

Poi c'è il barbuto con la banconota perennemente nella mano destra, con cui la gira e la rigira, facendola volteggiare tra le dita come un prestigiatore da strada mentre la osserva con attenzione, studiandola come se fosse un oggetto misterioso precipitato lì da un altro mondo o un altro tempo. Nel frattempo la sinistra aleggia leggiadra, conducendo un'orchestra di fantasmi che, a prescindere dalla direzione verso cui sta rivolto, è sempre sistemata davanti a lui.

In un'altra strada incontri quello che non smette mai di parlare tra sé e sé, velocemente, farfugliando, a bassa voce, in chissà quale lingua, percorrendo perennemente il marciapiedi per linee trasversali, dal negozio alla strada, dalla strada al portone, dal cancello alla strada...

Un altro tizio coi capelli lunghi e il torso nudo si muove sempre tenendosi il pantaloni con una mano, come se fossero un po' larghi e non indossasse una cintura per reggerli.

Ce n'è pure uno che sta sdraiato sul marciapiedi, con la schiena poggiata al muro dell'edificio e le gambe distese in avanti, a fare lo sgambetto ai passanti benestanti e per bene. La stessa sigaretta, sempre spenta, in una mano, mentre l'altra suona un pianoforte invisibile. Bisbigliando qualcosa con sguardo compiaciuto se ne sta sdraiato non tanto con l'aria di chi non sa dove altro andare ma come se questo fosse il divano più comodo nel salotto più in della città.

Tuttavia la figura di spicco tra i personaggi da strada a KL, il loro archetipo, la loro quintessenza indiscussa, è quello del globo.

Lasciata la capitale malesiana, non appena sbarcati a Bangkok, oltre il finestrino del taxi appare il personaggio più bizzarro di tutti. Un individuo magro, con i capelli a scopa e la barba di stoppa, circola indossando soltanto una maglietta sozza: è totalmente nudo dall'ombelico agli stinchi, la pelle protetta da un sottile strato di oleosa fuliggine. Due sacchetti imbottiti, legati alle caviglie, gli avvolgono i piedi come Moon Boot artigianali. Con altre borse in mano o appese con dello spago a collo e spalle attende il verde sul marciapiedi tra casalinghe e impiegati in cravatta. E' una visione talmente surreale che potrebbe essere un miraggio.

La vecchietta della foto la incontrai a Hoian, in Vietnam. Mi si avvicinò elemosinando, ingobbita: mille rughe le si contorcevano sulla faccia, continuando a ricomporre nuove forme attorno ai quattro oggetti fissi mentre lei mi implorava di darle qualcosa. Tirai fuori una banconota dalla tasca e gliela consegnai, assieme a un sorriso divertito. Lei l'afferrò e lestamente se la infilò in bocca. Non so se in segno di riconoscenza, per metterla al sicuro o come gesto scaramantico. So soltanto che se ne andò, stringendo quel prezioso dono da poco tra le labbra.

Uno zoo itinerante - Verso la Piana delle Giare, Laos

Il Songthaew (*) sfila parallelo al sentiero di Ho Chi Minh, sul lato occidentale, quello laotiano. Il sentiero non c'è più, forse non c'è mai stato: un percorso immaginario tra la giungla e il napalm. 

L'arrivo a Phonsavan ha un orario incerto. Al punto d'origine abbiamo atteso a lungo: se il mezzo non è pieno l'autista non parte. Lungo il tragitto ci fermiamo spesso, gente che sale, altra che scende, fermate per spuntini e capatine al bagno. Da qualche ora però l'assetto è stabile. Legato al predellino, come se fosse sulla brace, un maiale scuro ringhia e borbotta. Il pollame razzola tra le valige e i sacchi, mentre un animaletto sonnecchia in una gabbia di vimini. 

Tra i passeggeri alcuni dormono, altri sono in trance. Picchiamo su una buca e scendiamo sulla terra. Do un'occhiata alla gabbietta che ha lo sportello aperto. Il padrone se ne accorge, ci guarda dentro, comincia ad agitarsi e si butta al suolo. Infila la testa sotto le panchine, scosta le borse, alza i pulcini. L'animale corre lungo il bordo del camion e quando l'uomo lo blocca in un angolo, lui attende atterrito e poi gli morde una mano. L'uomo impreca, scatta, lo insegue. Alla fine riesce a riportarlo nella gabbia. Ridono tutti, poi ritornano offline. 

Un biondo hippy russa tra le mosche, un laotiano rutta mangiando uova nere, le galline starnazzano e il porco grugnisce. È quasi il tramonto, siamo in mezzo al nulla, con un ampio zigzag tra i crateri delle bombe scivola a lumaca uno zoo itinerante.

(*) Songthaew: versione asiatica di un autobus, camioncino con due panchine per accomodare i passeggeri.

Autunno 2001

Foto di Philipp L. Wesche (CC), da wikipedia.org