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Internet in Birmania, accessibilità e libertà di navigazione

Teahouse a Mandalay con accesso internet gratuito
Quando ci venni per la prima volta, alla fine del 2002, entrare in internet era impossibile in tutta la Birmania. Il massimo a cui si poteva aspirare era mandare un'email, non dal proprio indirizzo ma da quello privato dei proprietari di un paio di negozi a Rangoon, e solo da lì.
All'inizio del 2013 la situazione è radicalmente diversa. Le aperture in tema di libertà di stampa e censura hanno coinvolto anche la rete. Ora nelle grandi città è possibile trovare un punto di accesso wifi praticamente in tutti gli hotel e caffè. A Mandalay e a Pagan mi è capitato addirittura di entrare in alcune teahouse (locali che a livello di sofisticazione si possono paragonare alle osterie italiane degli anni '50) che offrivano l'accesso wifi gratuito. Alcuni amici che vennero qui un paio d'anni fa mi dissero che i collegamenti erano terribilmente lenti. Ora anche quella barriera è stata abbattuta, perlomeno in parte e in certi posti. 
La nota più positiva tuttavia è relativa alla libertà di navigazione.

Reporter, ragazze e Facebook - Rangoon, Birmania

Un'altra foto dell'amico IZ
E' quasi ora di cena. Siamo in Birmania da pochi giorni e non siamo ancora stanchi di esplorare e facci sorprendere, magari anche soltanto da un mucchio di spazzatura sull'argine di un fiume. Vale anche per il cibo. Finora abbiamo messo alla prova le probabilità di beccarci un'intossicazione alimentare provando sempre localini diversi e per questa sera abbiamo già ristretto la scelta a un paio di ristorantini birmano-indiani. Ma abbiamo pranzato tardi e ci siamo pure fatti un dolcetto all'ora del tè: non abbiamo ancora l'appetito necessario a gustarci il pasto come si deve. Ci fermiamo per una aperitivo-birretta in un locale fighetto: nome in giapponese, menù in inglese, cibo internazionale, gente del posto coi soldi e qualche expat.
La birretta è quasi finita e stiamo pensando di andarcene quando il mio amico I e un birmano che ci siede davanti, entrambi muniti di macchina fotografica da professionisti, si guardano, si studiano, si intendono e poi cominciano a chiacchierare. All'inizio si tratta solo di tecnologia fotografica. Sto ad ascoltarli in impotente silenzio. Quando passano ad argomenti da generalisti afferro la fune che penzola dalla loro mongolfiera, mi alzo in volo e li raggiungo. Il birmano è un fotoreporter che lavora per un periodico in inglese del posto.

I bambini della slum dietro la stazione di Rangoon (Yangon), con galleria fotografica - Birmania

Bacio tra padre e figlio alla stazione centrale di Rangoon
La maggior parte dei monumenti e musei a pagamento non ci interessa: le tariffe d'ingresso sono spropositate e non si sa in tasca di chi vadano e per cosa vengano utilizzate. E poi per un occidentale non esperto in arte buddhista le pagode tendono a diventare tutte uguali. Ogni giorno in tarda mattinata usciamo, macchine fotografiche in mano, pranziamo e poi passeggiamo, con una vaga idea in testa per la prima mezzora, poi completamente a caso. Ci imbattiamo in angoli, scene, persone, palazzi curiosi, e i pomeriggi passano veloci. 
Dalla stazione imbocchiamo un vicolo, passiamo un cumulo di spazzatura dove banchettano due cani spelacchiati, procediamo tra due file di ristoranti, barbieri, tabaccai e teahouse di legno, strutture sempre più malmesse, giriamo a destra, attraversiamo un ponticello su un canaletto la cui acqua radioattiva scorre attorno a degli isolotti di rifiuti ed entriamo in una slum, o baraccopoli, bidonville, favela.
Gli adulti ci osservano curiosi, alcuni sorridono, altri no. I bambini si avvicinano con timidi passetti e poi, quando mostriamo loro le foto che abbiamo scattato, ci assalgono, si offrono per altre pose, portano degli amici o i fratellini piccoli per un servizio personalizzato, ci strattonano per vedersi nelle immagini e prendersi in giro. Hanno i vestiti sporchi e i capelli infestati, io che soffro di numerose dermatiti immaginarie sento già prurito, ma me lo fanno dimenticare in fretta. Cadono sulla terra battuta, le loro ciabatte scivolano sui canali di scolo, si impolverano, si imbrattano e ridono, imbarazzati o divertiti, chi lo sa. Qualcuno ci apre anche il cancello che dà sui binari, dove la gente bivacca e passeggia tra i treni che stanno fermi o procedono a passo d'uomo. C'è persino un pastore con tre capre. 
Ecco un po' di foto (sono state scattate con una macchina point&shoot e di fotografia ci capisco poco, ma credo che quel che conta siano i soggetti):

Quel che un paese ti può dire nelle prime ore dopo il tuo arrivo - Rangoon, Birmania

Foto del mio amico IZ
Se non ti sei preparato troppo, ti lasci andare, hai la tendenza a vedere il lato divertente delle cose e magari sei in buona compagnia, quel che ti succede nelle prime ore ti può dire molto sul posto in cui sei appena arrivato. Vediamo...io non mi preparo MAI troppo, anzi a volte non mi preparo proprio, mi lascio spesso andare, mi concentro sugli aspetti divertenti di una situazione anche quando non dovrei e sono in viaggio con I, ottima compagnia direi. E infatti Rangoon (cioè Yangon), o la Birmania in genere, mi dicono molto in pochissime ore. E lo fanno subito, proprio la prima sera.
Abbiamo messo giù le valige nell'hotel che abbiamo prenotato online prima di imbarcarci a Bangkok (un'idea di I, che come viaggiatore è un po' meno cialtrone di me). Non siamo contenti: è carissimo, vecchio e pretenzioso, va bene per una notte, ne dobbiamo cercare immediatamente uno per domani. Abbiamo un nome senza indirizzo e un vago punto di riferimento. Informazioni che il tassista ci ha dato mentre ci portava dall'aeroporto all'hotel. Partiamo alla ricerca tra la rete di strade non illuminate di Rangoon.

Aung San Suu Kyi, ti prego: non starnutire in pubblico!

Foto di Breff (CC)
Come molte altre migliaia di persone in giro per il mondo anch'io mi sono emozionato quando ho visto Aung San Suu Kyi passeggiare fuori dalla casa in cui è stata prigioniera per tanti anni, finalmente libera.
Non mi fido però delle simpatiche canaglie della giunta militare birmana. In passato si sono sbizzarriti trovando scuse grottesche per incarcerarla. Non mi sorprenderei se al primo raffreddore la rimettessero agli arresti domiciliari per il bene della sua salute.
Aung San Suu Kyi, ti prego: non starnutire in pubblico!

Il rubinetto - Birmania

Photo by malla_mi (CC)
L'ultima cena a Pagan si è tenuta in un ristorantino affacciato su una strada sterrata, nell'area turistica. Pochi clienti, niente apostoli, soltanto qualche compagno di viaggio conosciuto di recente. Ma un Giuda birmano nascosto in cucina mi aveva già tradito.
Per fortuna la corriera si ferma in una rudimentale stazione di servizio, qualche altro chilometro e non ce l'avrei fatta. I passeggeri scendono con calma, si accendono le sigarette, stiracchiano la schiena, comprano qualcosa al bar. Io scivolo in posizione da discesa libera verso il bagno nel retro. Chiudo la porta in fretta, armeggiando impaziente con il chiavistello arrugginito. Mi strappo di dosso i pantaloni, squarcio i boxer e mi acquatto sulla turca. Osservo il legno della porta davanti a me, le grosse venature e i solchi levigati dagli anni: assomiglia alle porte delle stalle che vedevo da piccolo durante le settimane estive di villeggiatura nell'appennino calabro-lucano. Pensieri estemporanei da posizione scomoda. La distrazione è interrotta da un suono: come acqua che sgorga da un rubinetto e cade in un contenitore capiente o molto profondo, producendo un suono echeggiante. In effetti un rubinetto c'è: è quello che si usa per riempire il secchio dell'acqua con cui ci si pulisce e si "tira" lo sciacquone. Ma è chiuso, e sorprendentemente con ottima tenuta: di liquido non ne esce nemmeno una goccia. Che strano. Do un'occhiata rapida attorno ma non ne vedo altri, fino a quando una sensazione lieve dalle parti del fondoschiena mi fa venire un dubbio sorprendente: eccheccappio...il rubinetto sono io! La diarrea è talmente liquida e omogenea che faccio davvero fatica a sentirla uscire. Il flusso continua ancora per un po', dandomi l'impressione di essere un otre in pressione a cui è stata aperta la valvola. Poi - all'improvviso, senza prima diminuire di portata - si ferma. Quando mi alzo do un'occhiata alla porcellana su cui praticamente non è rimasta traccia.
Quando esco i conducenti hanno finito di riparare un guasto al mezzo (ce ne saranno vari prima dell'arrivo a Rangoon, per la disperazione di tutti i passeggeri stranieri, tranne me, per ovvi motivi di tornaconto personale).
Facciamo altre due soste a causa di qualche nuovo danno e io puntualmente apro il rubinetto e do sfogo alla pressione che mi gonfia la pancia.
La crisi successiva sfortunatamente non coincide con un problema all'autobus. Io tengo duro, stringo i denti, come dice il manuale del viaggiatore mai scritto, ma dopo un po' non ce la faccio più. Chiedo all'autista se si può fermare. Questi non capisce l'inglese ma un monaco di mezza età mi viene in aiuto. In un paese di devoti buddhisti come questo il suo intervento è perentorio e l'autobus viene così parcheggiato al bordo della strada. La folla si disperde su di un prato ombreggiato dalle fronde brillanti di alberi tropicali enormi. Mentre tutti cercano un tronco o un cespuglio per fare pipì, io mi infilo in un angolo nascosto e riapro la valvola. Sono diventato una celebrità tra i passeggeri, che mi hanno osservato mentre chiacchieravo con il monaco. Durante il tragitto mi consiglia di stare attento a quel che mangio. Mi si avvicina anche un uomo d'affari thailandese che bisbigliando per non farsi riconoscere - i siamesi, pur essendo passati secoli dalle devastanti invasioni birmane, sono ancora molto diffidenti - mi confida che certi ristoranti da queste parti hanno condizioni igieniche pessime, come se questo fosse un segreto.
A metà del viaggio - che durerà quasi dieci ore più del previsto - all'improvviso sto bene. Riesco persino a dormire, svegliandomi nel cuore della notte quando siamo di nuovo fermi e l'autista sta prendendo a martellate qualche pezzo di metallo. I birmani subiscono in religioso silenzio, gli altri turisti si svegliano e sbuffano. Finalmente posso concentrarmi su questi particolari senza che ogni cinque minuti le mie viscere mi strattonino l'attenzione: mi giro verso il finestrino, osservo la luna che illumina le risaie, le palme e lo squallore della stazione di servizio, appoggio la fronte oleosa sul vetro, lo appanno con un lungo sospiro e poi, senza farmi sentire, comincio a ridacchiare con grande gusto.

Birmania, settembre 2002

Questo pezzo fa parte della Saga della sciolta, gli altri episodi li potete trovare qui

Quei paranoici pluridecorati

Ad Aung San Suu Kyi è stato vietato di partecipare alle prossime elezioni.
Elezioni? Dev'essere uno scherzo...ma se non le è nemmeno permesso fare una passeggiata in un parco!
Che cosa ci si può aspettare da quei paranoici pluridecorati?
8888!

Foto Aung San Suu Kyi del U.S Department of State (PD)

Un frullato a Rangoon - Birmania

Nella papaya la scienza trova antiossidanti e vitamine. Io ci vedo la bandiera di un paese tropicale: la banda esterna gialla coi ricami smeraldo, il centro arancio-rosso, spappolato, quasi marcio. E vicino all'asta il nero dei semi, decine di perle, gommose e luccicanti.
Nel centro di Rangoon, all'ombra delle palme, davanti agli specchi e i ventilatori di una teahouse, un flemmatico birmano prepara un frullato. La lama scorre lenta, sbucciando senza sprechi. La polpa fradicia cede senza sforzo, basta quasi soltanto il peso del coltello. La getta in un mortaio, con un blocco di ghiaccio, e senza usare lame, plastica o corrente, la sminuzza con pazienza, a colpi di pestello.
Un frullato a Rangoon è come la strada tranquilla, l'ombra delle frasche, la sala da te coloniale. È più di una bibita, di uno spruzzo al pomeriggio: pulsa di atmosfera, è un'esperienza integrale.

Rangoon, Birmania, autunno 2002 

Foto "Papaya" di Flowery Luza (CC), da flickr