venerdì 4 aprile 2008

Un velo di coloniale e d'antico. Penang - Malesia, 4 aprile 2008

All’improvviso mi rendo conto che da lungo tempo la mia mente stava svolazzando, quasi in un sogno. Di una cosa sono sicuro però, non stavo dormendo. E come potrei? Con questo continuo ronzio nelle orecchie.

La ragazza cinese che siede davanti a me da due ore almeno non smette di parlare al telefono. E non intendo dire: non smette di telefonare; quello che voglio dire è proprio: non smette di parlare al telefono.

Non so chi ci sia all’altro capo della linea ma posso affermare con certezza che si tratta di un interlocutore passivo, estremamente passivo.

Forse è muto e le scriverà in seguito le risposte via email.

Oppure la ragazza sta lasciando un messaggio in segreteria, sperando per lei e per chi deve ascoltarlo che all’altro apparecchio ci sia uno schiavo, pronto a cambiare la cassetta al momento giusto, o meglio ancora che utilizzino un capiente hard disk per le registrazioni.

O sarà invece un depresso suicida che minaccia di saltare giù dal davanzale non appena la nostra amica smette di parlare?

Allora no, non ti fermare! Vai, parla, parla! Della tua infanzia, di quello che scorre fuori del finestrino, dei passeggeri dell’autobus, di quel che hai mangiato a pranzo.

E su quest’ultimo argomento di cose da dire ne deve avere parecchie.

Quando l’autobus si ferma per una pausa alla stazione di servizio, la osservo mentre passeggia. Indossa dei jeans a zampa d’elefante: non per via della scampanatura, ma per la dimensione di quei quarti, da pachiderma africano appunto, o forse addirittura da mammuth.

Ha le cosce talmente grosse che quasi non se ne nota il movimento durante la falcata. È come se sotto ai suoi piedi ci fosse un congegno atto a creare un potente campo magnetico, che le permette di scorrere senza attrito, come su un cuscinetto d’aria. Cammina un po’ come quei Barbapapà, i personaggi dei fumetti francesi degli anni ‘70. Pure il suo corpo ne ricorda un po’ la forma. Sembra un ellissoide, o un uovo, che scorre senza ruotare, con l’asse maggiore in verticale. O forse, visto il colore della “magliettina” - che un'altra ragazza potrebbe indossare come un camice - si può dire che assomiglia ad un’oliva. Un’oliva gigante.

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Certo che la Malesia vista in campagna sembra proprio un’immensa piantagione di palme da olio.

Pigliate un autobus che vada da qualsiasi centro urbano ad un altro e provate il seguente giochino. Chiudete gli occhi e assopitevi per qualche minuto, la comodità di queste poltrone da ufficio dovrebbe agevolarvi il compito. Oppure fissate il libro davanti a voi, o fate qualsiasi altra cosa, purché non guardiate fuori dal finestrino.

Poi, dopo alcuni minuti voltatevi e osservate il paesaggio.

Ripetete il trucco una decina di volte. Sette o otto volte vi troverete davanti i filari di queste piante. È facile imparare a riconoscerle, un po’ per la frequenza con cui le si trova e un po’ perché in effetti sono inconfondibili. Possono essere a tronco esile e lungo, o basso e tozzo. Ma il “ciuffo” è sempre simile, a “testa di capelli cotonati”. Una specie di calotta formata da una serie di lunghi rami arcuati, che partono verso ogni direzione dal centro del nodo. Alcuni a centottanta gradi verso l’alto, poi altri ad angoli via via minori, fino a quelli inferiori che spiovono verso il basso.

Da ognuna di queste “sciabole” si dipana di traverso, in due versi opposti, una serie di foglie non molto grandi, di un verde piuttosto scuro.

L’olio, esportato in tutto il mondo, si ottiene da semi incastonati in grandi “pigne”, che sbocciano dal centro del bulbo.

Da quando il lattice naturale non è più l’elemento principale per l’ottenimento della gomma, queste palme hanno sostituito come coltivazione nazionale le piante di caucciù. Qua e là spuntano ancora alcune chiazze coltivate con questi alberi, simili a betulle, alla base dei quali sono spesso inchiodati dei gusci di cocco, in cui viene fatta colare la resina che esce dalla corteccia.

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Il centro di Georgetown, nel cuore di Penang, non me lo ricordavo così grande. La stessa area ospita una rumorosa Little India e un’operosa Chinatown. Minareti alti e decorati, statue dalle tinte sgargianti e vagamente psichedeliche aggrappate alle colonne e ai tetti dei templi hindu, pagode cinesi avvolte in bianche nuvole di incenso e case delle corporazioni con massicci portoni in legno e facciate dai tenui toni pastello. E poi ristoranti, alloggi, botteghe di artigiani e magazzini di commercianti. Il tutto avvolto da un pallido ma onnipresente velo di coloniale e d'antico.

Ho fatto appena in tempo a mettere giù i bagagli che sono già in strada a passeggiare, ad annusare, ad assaggiare e ad osservare per cercare, a volte inutilmente, di afferrare e conservare, se non proprio di ricordare.

Oltrepasso una moschea davanti alla quale un gruppo di signori con vestaglie ampie e copricapi ricamati stanno seduti a chiacchierare su un semicerchio di sedie disposte attorno all’entrata. Vengo attratto dalle note della musica proveniente dall’interno di una food court, uno spiazzo delimitato che ospita numerosi ristoranti, in prevalenza cinesi, varie tavolate e un complesso musicale al centro. Rallento il passo. Come un ragno che si avventa su una mosca caduta sulla tela, mi viene incontro un signore piccolino con la pelle scura e dei baffetti neri e sottili.

“Solo un’occhiata...solo un’occhiata...Indonesia...”

“Come?”

Fa un cenno in direzione dell’orchestra e riprende il ritornello.

“Entra...un’occhiata...non piace...andare via...”

Il suo inglese non è buono, ma si vede che il numero è stato provato e riprovato.

“Eh, magari più tardi.”

“No...adesso...dai!”

Ha un sorriso delizioso, che mi attrae come se fossi un cobra davanti al piffero in cui soffia il suo incantatore. Lo seguo all’interno.

Riconosco la canzone, quante volte l’ho ascoltata a Kunming.

“Ma è cinese!”

“No! Indonesia...Indonesia...” insiste lui.

In effetti il cantante, che assomiglia alla mia “guida”, potrebbe essere indonesiano.

“Sì, ma sta cantando in cinese...”

“Indonesia...anche Cina, Malesia...lingua inglese...”

Ma di che sta parlando? Ci saranno altri complessi?

Poi mi accorgo di un disallineamento tra i nostri sguardi. Mentre il mio fino ad ora stava fisso sul cantante, il suo copre ad intervalli regolari lo spazio che separa me e un gruppo di spettatori, seduto attorno a tre tavolini in metallo. Si tratta anzi di spettatrici. La mia confusione dura soltanto altri due secondi. Poi faccio le somme tra i vari fattori. Indonesia, Cina, lingua inglese, occhiata, se non piace vai via: è un magnaccia!
“Ahhh, no grazie. Non mi serve. Arrivederci...”


1 commento:

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