giovedì 1 marzo 2007

Kunming - Cina, 1 marzo 2007

Incontro Jennifer (nome inglese, quindi falso, quello vero, cinese non lo ricordo) al Prague café. Ho letto il suo annuncio in una bacheca alcune settimane fa.
Cercava un insegnante di spagnolo o qualcuno con cui fare scambio linguistico.
L’ho chiamata, mi ha risposto che l’insegnante l’ha già trovato, uno spagnolo che è arrivato in città da poco.
Per alcuni giorni abbiamo continuato a scambiarci qualche SMS e poi abbiamo deciso di incontrarci per un caffè ed una chiacchierata. Ed eccoci qua.
Parliamo inglese, di spagnolo conosce soltanto poche parole.
“Perché ti interessa studiare lo spagnolo?”.
E’ l’ovvia domanda con cui rompo il ghiaccio.
Perché le piace la Spagna, un giorno vuole visitarla, magari trovare un lavoro, viverci.
“E poi lo spagnolo lo puoi usare in molti altri posti”.
E’ abbastanza ferrata in geografia e per un po’ ci intratteniamo con una interessante conversazione sul sud America, che probabilmente non si riuscirebbe a mettere su nemmeno con molti occidentali.
Però in sud America non ci vuole andare. Anzi all’inizio sentenzia convinta che “non le piace”.
Incalzata dalla mia curiosita si spiega meglio e mi dice che in realtà non è che non le piaccia, il suo inglese non è perfetto e non ha scelto bene il termine. Semplicemente non le interessa.
Le piace il calcio. Ma quello italiano, a differenza di molti suoi connazionali, non è il suo preferito.
Segue con interesse quello francese e quello spagnolo.
“E perché?”.
“Perché mi piace il calcio offensivo, gli italiani giocano solo in difesa”.
Solo gli italiani? Il solito clichè, ma se si tratta soltanto di calcio, chi se ne frega.
Mi viene in mente un’altra stranezza però.
“Ma come, se ti piace il calcio offensivo. Beh, allora il Brasile è la squadra che fa per te”.
“No, no. Francia e Spagna”.
Niente da fare, con il sud America non vuole proprio aver niente a che fare.
Abbandonato l’argomento calcio parliamo di molte altre cose.
Non è decisamente una bella ragazza, ma è molto sveglia e preparata.
La cosa che mi colpisce di più me la dice più tardi, quando Wen Lin Jie, la via dei caffè occidentali, si è già tinta del giallo intenso del tramonto Yunnanese.
“La vedi quella scuola, dall’altra parte della strada?”.
La conosco bene quella scuola elementare, ci passo davanti tutti i giorni.
E riconosco le divise e i fiocchi rossi al collo dei ragazzini che la frequentano.
Tutti con le scarpe firmate e le mamme che li aspettano all’interno di costose auto straniere.
Appartengono tutti a famiglie benestanti.
“E’ una delle scuole elementari più prestigiose di Kunming”.
“Ma è privata?”.
“No, lo sai che le scuole private in Cina sono generalmente quelle di qualità inferiore”.
Non ne sono sicuro. Ma so per certo che alla maggior parte dei cinesi piace pensare che sia così.
“Ma allora come si spiega che i ragazzini che la frequentano sono tutti ricchi? Qual’è il criterio utilizzato per il diritto all’iscrizione? Vi accedono soltanto i bambini appartenenti alle famiglie del quartiere? (Ci troviamo nei dintorni del parco del Cui Hu, un’area per gente benestante). O vengono utilizzati criteri basati sui meriti scolastici?”.
“No. Vi accedono soltanto i figli dei cinesi che si possono permettere la costosa retta d’iscrizione”.
“Quanto?”
“Alcune migliaia di RMB per quadrimestre”. (Un euro vale all’incirca 10 RMB).
In Cina il governo traccia una netta linea di demarcazione tra le scuole pubbliche di serie A e le altre.
E per l’accesso a questi istituti fa pagare rette degne di alcune scuole private occidentali.
Sembra che non ci siano nemmeno programmi per il conseguimento di borse di studio rivolti agli studenti meritevoli appartenenti a famiglie meno abbienti.
Programmi del genere vengono lanciati soltanto per l’accesso alle università (e anche per queste i livelli qualitativi sono molto variabili, e ben noti a tutti).
Un altro bell’esempio di come il comunismo in Cina sia ormai soltanto una parola vuota.

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