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Come al tempo del vassallaggio

Nelle pagine dedicate al mondo ultras il giudizio sui fatti di Padova-Catania è praticamente unanime: gli ultras della squadra di casa sono dei codardi e hanno fatto una figura di merda colossale in diretta TV. Il fatto che l’attacco dei catanesi sia avvenuto contro settori pacifici dello stadio Euganeo non è un’attenuante bensì un’aggravante, dato che i padovani non si sono nemmeno lanciati a difendere i loro vecchi e bambini.
D’altro canto questa sentenza, dal punto di vista degli ultras, è inattaccabile, visto che tutti, compresi i padovani, aderiscono al medesimo codice, lo stesso che vige dai tempi del vassallaggio o dei comuni medievali: se dei forestieri cagano sul sagrato della tua cattedrale o se rapiscono la figlia del tuo ciambellano e la gang-bangano, tu organizzi una spedizione punitiva e risolvi la questione sul campo di battaglia.
La cosa che più atterrisce chi è estraneo all’ambiente è lo stupore di questi elementi

Legalized! - Bangkok, Thailandia

Hanno anche il menù

L'avevo accenntato qui ma avevo rimandato l'argomento ad un altro post. Ecco il post dedicato.

Il governo thailandese ha legalizzato la cannabis. Alla fine è successo prima qui che da noi. Chi l'avrebbe mai detto? Io no, visto quello che ho sentito, osservato e provato in prima persona in più di vent'anni di viaggi. Non me lo sarei mai aspettato, men che meno dalla giunta militare che da qualche anno tiene le redini del paese.

Non so quanti poveri (e ingenui) turisti ho incontrato, che hanno dovuto trascorrere qualche ora/giorno orribile, rovinandosi le vacanze, per aver ceduto alla tentazione di farsi una canna in un luogo di cui non sanno un cazzo.

Poveri ragazzini perquisiti alle stazioni degli autobus e trattenuti per essersi dimenticati di eliminare un granello di erba dallo zaino prima di partire. Altri fermati e perquisiti di notte, in vicoletti bui, lontano da occhi indiscreti, con fare intimidatorio e con la raggelante possibilità di vedersi "piantare" qualcosa in tasca. 

La perquisizione sommaria è capitata varie volte anche a me, ovviamente senza conseguenze.

Ancora pillole di decadenza - Bangkok, Thailandia

Un palloncino gonfiato con la miscela di gas e aria

Alcuni anni fa, prima della pandemia, la polizia di Bangkok aveva preso uno dei pochi provvedimenti di cui potessero andare fieri a livello internazionale. Intendo un provvedimento serio, messo in pratica, non una semplice dichiarazione d'intenti che potesse essere spazzata sotto lo zerbino allungando una mazzetta.

Da alcuni mesi era diventato estremamente popolare aspirare a pieni polmoni il contenuto di un palloncino gonfiato con una miscela d'aria e di monossido di diazoto, volgarmente detto "gas esilarante" ("laughing gas" in inglese). I baretti sistemati alla buona lungo il ciglio della strada vendevano birra, cocktail scadenti in secchiello di plastica (i famosi bucket) e appunto i palloncini di laughing gas. La gente beveva, inalava, si ubriacava e si stordiva. L'effetto di questo gas infatti non è esattamente esilarante bensì leggermente inebriante e alla lunga anche anestetizzante e dissociativo. 

E' normale - Bangkok, Thailandia

Sono urla quelle che sento? C'è molta confusione in questo angolo di strada nel centro di Bangkok. Alla mia sinistra c'è un tempio buddhista e alla mia destra la stazione della polizia della zona. Sul marciapiedi si affrettano decine di thailandesi, birmani, cambogiani, cinesi, coreani, giapponesi e occidentali. Sulla strada si è formato il solito bordello di taxi, furgoni, automobili, tuk tuk, autobus e motorini. Biciclette, quelle mai, ovviamente, sarebbe da suicidio guidarne una qui: morte assicurata, per trauma cranico o tumore ai polmoni.
Ma non ci sono dubbi, sì, si tratta proprio di urla strazianti. Sembra vengano dall'alto. Sollevo lo sguardo e al secondo piano della casermetta noto un tizio che sporge la testa da una finestra e grida come se lo stessero fustigando. I thailandesi non ci fanno molto caso e la cosa non mi sorprende: probabilmente tirerebbero dritti anche se si trattasse di un'esecuzione sommaria. Sono molto pragmatici i thailandesi: il tizio sta nella stazione della polizia, che ci possono fare loro?

Da noi non è importante

La vicenda dei due italiani di Merano che hanno strappato delle bandiere Thailandesi a Krabi e sono stati esposti alla pubblica gogna dalla polizia locale prima di essere espulsi dal paese sembra proprio un tipico esempio di quel che raccontavo in un post su questo blog alcuni anni fa. Se vuoi leggerlo clicca qui.
Non riesco a trattenere l'impulso a fare una battuta politicamente scorretta. I due ragazzi hanno affermato che, non essendo a casa loro la bandiera una cosa molto importante, non pensavano di aver fatto qualcosa di molto grave. In effetti essendo altoatesini forse hanno ragione: dalle loro parti non si dà molta importanza alla bandiera. Quella italiana intendo.

I paladini della legge - Manila, Filippine

Sì, sì, certo, come no...
Lascio le Filippine con un volo che via Bangkok mi porta a Zurigo. Ci sono rimasto sei mesi, troppi rispetto alle intenzioni iniziali, pochi per tutti i luoghi che che mi sarebbe piaciuto visitare. 
Mi è spesso stato detto di stare attento. Occhio ai borseggiatori, ai rapinatori, ai truffatori, persino agli assassini. E io all'inizio, vittima di un po' di naturale paranoia, li ho assecondati. Poi, come spesso accade, ci si adatta alle condizioni al contorno, o almeno alla percezione e all'idea che ce ne facciamo. Dopo qualche settimana me ne sbattevo completamente, e passeggiavo allegramente in vicoli bui, di notte, da solo, a volte persino un po' brillo, di ritorno da una tarda cena o da un locale con la musica dal vivo. Camminavo lungo marciapiedi che la gente utilizza per dormire (per mancanza di un posto migliore in cui farlo), tra bambini scalzi con abiti sbrindellati, uomini alcolizzati, donne semi-distrutte da dieci gravidanze. Gente povera, alla canna del gas, a cui persino pochi centesimi di euro possono cambiare la giornata. Non mi è mai successo nulla. Niente, nothing, nada, zero totale. Spesso non mi degnavano di uno sguardo, altre volte mi osservavano curiosi. In alcune circostanze qualcuno mi ha salutato, sorriso, o magari allungato una mano per chiedere un po' di elemosina.
L'unica volta che sono finito nei pasticci chi mi ha estorto del denaro vestiva un'uniforme azzurra, profumata e stirata, portava distintivo e pistola in fondina e si muoveva a bordo di una scintillante auto giapponese. Sono stato derubato da tre poliziotti. Solo da loro. Proprio da loro: quelli che dovrebbero difendere la gente dal crimine sono gli unici che hanno personalmente contribuito a rovinare l'idea che mi ero fatto del paese e dei suoi abitanti. 

Vigili urbani che danzano - Bacolod, Filippine

Non mi è mai servito un motivo per convincermi a viaggiare. Sono in giro da anni, tanti anni, quasi ininterrottamente. Ci sono dei momenti però, momenti in cui scendo da un mezzo scassato ad un incrocio anonimo, circondato da edifici fatti di calcestruzzo macchiato, vetri offuscati, metallo arrugginito e tele plastificate stracciate, coi colori antichi sbiaditi dalle mazzate quotidiane del sole tropicale. Scendo dal mezzo dicevo, mi volto, vedo qualcosa di insolito, buffo, sorprendente e dico cazzo, ne valeva la pena portarmi sulle spalle zaini, vestiti, apparecchi elettronici, chitarre che non so nemmeno suonare per affacciarmi su questo buco del culo del mondo e godermi lo spettacolo che si dipana davanti a me. Ne valeva la pena.
Ecco, oggi sono fermo ad uno di quegli incroci, nel centro di Bacolod, una città situata nell'isola di Negros, nel cuore dell'arcipelago delle Filippine, e sto guardando a bocca aperta la prestazione di un vigile urbano che dirige il traffico alternando il moon walk di Michael Jackson, le sculettate di Tony Manero e le piroette di Nureyev. Uno spasso. Una situazione di cui solo io sembro cogliere l'angolazione surreale. 
Ho girato dei video, eccoli:

I diritti del "business" contro quelli del pubblico - Bangkok, Thailandia

Seduta sui tavolini che sbarrano il passaggio
Per certi versi dalla semplicità, dall'umanità e dalla flessibilità del Sud-est asiatico abbiamo molto da imparare (per un esempio vedi qui o l'ultima foto in basso). O meglio da ri-imparare, dal momento che cinquanta o sessant'anni fa i nostri nonni vivevano come la gente che oggi vive lì, più o meno.
Per altri però è meglio se le nostre lezioncine le andiamo a prendere da qualche altra parte. Me ne sono reso conto mentre mangiavo un boccone e bevevo una birretta sul ciglio di una strada a Bangkok.
Il ristorante utilizzava la sezione del marciapiedi davanti all'entrata per sistemarci i tavoli. Normalmente la gente, soprattutto in quest'area e a quest'ora, cammina in mezzo alla via, trasformandola di fatto in una zona pedonale. La strada era però intasata, come spesso succede da queste parti: un taxi, un tuk-tuk, due bancarelle, gente che ordina. I passanti erano così costretti a spostarsi sul marciapiedi. Da notare che ciò è esattamente il contrario di quel che dovrebbe accadere. Questa è però una situazione normalissima in Asia, e non è su questo che volevo soffermarmi.

La leggenda dei poliziotti tedeschi "buoni"

Manifestanti e polizia si sono scontrati in varie città italiane. Il paese, come al solito, si spacca su questioni del genere: chi ha ragione, chi ha torto...probabilmente la verità è che sia tra i dimostranti che tra gli agenti si annidano degli esaltati poco interessati alla questione centrale e desiderosi di far cagnara, esibirsi e menar le mani. Un po' come quei tizi che stanno allo stadio a petto nudo, megafono in mano, sciarpa in faccia e spalle sempre rivolte al campo da gioco. Ma non è su questo che volevo soffermarmi.
Molti utenti di Facebook hanno deciso di rispolverare una foto vecchia di qualche mese, scattata a Francoforte, nella cui didascalia si sostiene che gli agenti tedeschi si sarebbero tolti i caschi e avrebbero marciato a fianco dei manifestanti.
La foto, o perlomeno quel tipo di interpretazione, è un falso. Dimostrato dal quotidiano online linkiesta.it in quest'articolo pochi giorni dopo lo scatto, che risale a maggio '12. A provarlo ci sono le dichiarazioni dell'inviato del giornale, del fotografo di AP e degli stessi leader della manifestazione.
Ma a chi diffonde fesserie in Facebook questo non importa. L'importante è darsi delle arie da saputello terminando il post con un "ITALIANI SVEGLIA!!!" strillato in stampatello. Continuando nella vita reale a dormire sonni tranquilli. E allora...sogni d'oro!

Supplemento polizia - Bangkok, Thailandia

A Bangkok, a poche decine di metri da una delle strade più turistiche del paese, c'è una vietta dal nome buffo, Rambuttri, che negli anni ho sentito storpiare in vari modi: Rainbow street, Rain on tree, e perfino con una variante cinematografica, Rambo 3. Nella vietta c'è un locale che per non fare nomi - senza comunque tenerci troppo sul vago - chiameremo SH. L'SH nasce come guest house per turisti dal portafoglio smilzo, con un po' di stanze distribuite su un paio di piani e un ristorantino sistemato a ridosso dell'entrata. I proprietari ci vedono dentro, apportano migliorie e il posto negli anni si sviluppa costantemente. Viene inaugurata un'agenzia di viaggi, il ristorantino resta aperto 24 ore al giorno e la sera diventa bar d'atmosfera, con luci soffuse e musica che potresti ascoltare nei locali più in di New York, Parigi o Ibiza. Il menù prevede una sezione thailandese e una internazionale e la lista dei cocktail è talmente lunga che un alcolizzato potrebbe annoiarsi quand'è arrivato a leggerne soltanto un terzo. A metà degli anni '00 spunta anche una specie di piano mezzanino, con tavoli da biliardo e aria condizionata (il resto dei posti a sedere è all'aperto). Poi il ristorante si espande conquistando il piano terra di un palazzo a due isolati di distanza, confinante con una banca. Ancora pochi mesi e il gap è colmato: l'edificio che costituisce la soluzione di continuità viene demolito e al suo posto viene inaugurata un'ampia sala decorata con sculture siamesi e balinesi. L'ultimo tocco sono i tavoli che spuntano ad entrambi i lati della strada, attorno a un banchetto dove uno straniero prepara la Shisha, una pipa ad acqua alimentata con tabacco aromatizzato.

Confisca - Bangkok, Thailandia

Pago il pranzo veloce che ho consumato al ristorantino sul bordo della strada, mi volto e vedo una cameriera che passa una bombola del gas a un uomo in divisa. Questo la afferra e la consegna a dei colleghi che stanno sul retro di un pick up. Ma che succede? Da quando i poliziotti vengono a raccogliere le bombole da ricaricare? Il mezzo avanza di qualche metro e un altro agente passa una pila di Lonely Planet (fotocopiate) ai suoi colleghi a bordo. Osservo il carico, c'è un po' di tutto: sacchi con magliette e pantaloni, costumi da bagno, seggiole, un tavolo in metallo, le guide e la bombola. Il camioncino passa davanti a un centro di massaggi. Alcune sdraio per la riflessologia plantare sono state piazzate all'altro lato della strada. I poliziotti ne puntano una, la spogliano di cuscini e asciugamani, la piegano e la caricano sul pick up.

Il test - Sapa, Vietnam

Esperti delle risorse umane stanno tenendo dei colloqui per una delicata posizione aziendale. Qual è il modo migliore per essere sicuri di assumere i candidati più svegli, quelli in grado di pensare fuori dagli schemi, di uscire dalla propria zona di comfort, di adattarsi al cambiamento, di aspettarsi l'inaspettato e tutti gli altri luoghi comuni che si usano in quel settore? Quelle loro furbe domande trabocchetto? Mah, ormai le migliori risposte si possono trovare in rete. Colloqui di gruppo? Finiscono spesso per essere delle esibizioni un po' tristi di aggressività malcelata. E comunque anche per questi le istruzioni si possono trovare in internet. No, niente di tutto ciò. Il mio consiglio? Ferrovie vietnamite. Eccovi un buon test, selezionatori! Le ferrovie dello stato vietnamite.

Quei simpaticoni - Kuala Lumpur, Malesia

Foto di slimmer_jimmer (CC)
A Bukit Bintang Road c'è una macchina parcheggiata in divieto di sosta. Un'auto della polizia si avvicina dal retro e quando si ferma a pochi centimetri dall'altra l'agente alla guida comincia a suonare il clacson. In realtà più che un clacson sembra una sirena: un ululato penetrante che cattura l'attenzione di decine di persone, compreso il proprietario dell'auto che si affretta ad aprire la portiera e a piazzarsi al posto di guida. Per vari secondi armeggia nervosamente con l'accensione, sotto gli occhi di una folla sempre più numerosa, mentre l'agente continua a mettergli fretta premendo a intermittenza il pulsante del clacson. Dopo un po' l'automobilista riesce ad attutire il panico, avvia il motore e si leva di torno. Anche l'auto della polizia si mette in movimento, finalmente in silenzio. Quando mi passa davanti osservo i quattro poliziotti che si sbellicano dalle risate.
Non ho ancora capito se si annoiano a morte o se pattugliare quest'area è davvero divertente.

Allacciamo quel casco! - Chiang Mai, Thailand

(Estate 2005)
È verde, accelero e mi infilo tra le auto. Passato l'incrocio noto qualcosa a sinistra: figure in movimento formano un mucchio fluido, da cui si stacca un poliziotto che sorridendo mi dà l'alt. Do un altro giro di polso ma in senso contrario, parcheggio il motorino e mi preparo alla scenetta.

L'agente pacioccone continua a sorridere, mi chiede la patente e poi indica il casco. Mentre penso che ha ragione osservo il traffico che scorre: una marea di motorini trasportano sacchi di granaglie, elettrodomestici, cani, gatti, polli, intere famiglie, inclusi nonni e marmocchi, con le chiome corvine che turbinano al vento. Hanno tutti un casco, ben assicurato al manubrio, oppure ad un gancetto che sta sotto la sella.

Sorrido pure io mentre annuendo l'ascolto: "Devi andare in stazione e pagare cinquecento baht, ci porti la ricevuta e ti ridiamo il mezzo". Dovrei prendere un taxi per andare a pagare, poi prenderne un altro per tornare al posto di blocco. "Devo restituire la moto al negozio del noleggio, non ho molto tempo, potrei pagare qui?". Il poliziotto ridacchia, fa il finto imbarazzato e dopo cinque secondi mi chiede duecento baht. "Facciamo cento e non ne parliamo più?" Ride di nuovo, si guarda attorno, intasca la banconota e mi fa pure un predicozzo: "La prossima volta, allacciamo quel casco!"

Foto di Fabio Pulito

Un'imponente operazione di polizia - Sihanoukville, Cambogia

(Primavera 2003)
La spiaggia di Sihanoukville è un posto tranquillo. Ci sono pochi stranieri e qualche bambino del posto.


Un ragazzino mi si avvicina, sorride e si siede. A differenza dei bambini che affollano Angkor non chiede l'elemosina e non ha nulla da vendere: forse vuole soltanto praticare l'inglese.

Con un saluto e due domande provo ad innescarlo, ma lui non mi risponde e mi fissa sorridendo. Noto di sfuggita che siede vicino alla mia borsa. Sono tentato di far finta di cercare qualcosa per afferrarla e sistemarla lontano da lui. Mi trattengo e per un attimo riesco pure a disprezzarmi per il mio solito istinto diffidente e sospettoso, europeo, forse italiano o addirittura veneto.

Lo spettacolo infinito - Bangkok, Thailandia

Solo Bangkok può proporre certi numeri ogni notte. Mentre l'alba spalma il mondo con olio e tinte grigie, gli ultimi clienti vacillano fuori dal locale, trascinando con i piedi anche la lingua e lo sguardo. Indugiano in strada schivando taxi e scocciatori. Sono gruppi dinamici, pervasi da una qualità fluida: uno perde un membro per acquistarne due, mentre un crocchio più grande, un tassello dopo l'altro, si riduce ad una coppia e poi ad un solo ubriaco, che scompare serpeggiando senza fare rumore.

La veranda di questo ristorante è un punto perfetto per dominare con lo sguardo l'intera scena. Lorenzo sorseggia un frullato ghiacciato. Sediamo senza guardarci, uno accanto all'altro e osserviamo lo spettacolo che apre il nuovo giorno. Dietro una fortezza di bottiglie di birra si nasconde una faccia dai tratti complessi. Il tocco sintetico, il tono grigio-fango, le linee distorte di bocca, occhi e naso devono essere il risultato di una notte pesante. I quattro o cinque litri di birra Singha, le cui prove stanno vuote e bagnate sul tavolo, sembrano completare una catena di eventi cominciata ore fa in una stanza d'albergo per dipanarsi in una serie di locali equivoci e bui.

Gli estorsori balinesi - Bali, Indonesia

(Estate 2003)
Il traffico è lento in questo tratto di strada. Pochi metri più avanti c'è un poliziotto. Posa rilassata, non sta facendo molto, a parte osservare le auto che scorrono. Quando vede i nostri volti attraverso il parabrezza, un fremito lo scuote, fa un passo in avanti e agitando le mani ci fa segno di fermarci. Lo sguardo che l'evento gli ha dipinto sul volto sembra quello di una volpe sgattaiolata in un pollaio.

Dopo pochi secondi arriva pure un suo collega. Vederli confabulare mentre controllano la patente ricorda due pirati che studiano una mappa. Quando hanno verificato che il documento è a posto procedono con un'accurata ispezione dell'auto. Una volta assicuratisi che non c'è nulla fuori posto cominciano a blaterare di una misteriosa infrazione. Noi siamo stupiti, sorridiamo, gesticoliamo e spieghiamo loro che l'auto è noleggiata. Ma ci rendiamo conto che è un tentativo inutile e che ci stiamo soltanto rendendo ridicoli. 

 
Questo tipo di reazione lo conoscono già. Sembrano persino annoiati quando fanno la lista delle conseguenze assurde a cui potremmo andare incontro. Ci diamo un taglio e chiediamo quant'è. Loro sparano una cifra e aspettano la risata. Noi li accontentiamo e tiriamo sul prezzo, poi ci mettiamo a scherzare mentre contrattiamo. Alla fine paghiamo e ci lasciano andare.

Poche ore più tardi, di ritorno da Ubud, passiamo con l'auto sullo stesso posto. Il siparietto della mattina è messo in scena nuovamente, con altri due poliziotti nel cast degli attori. Prima che gli agenti passino al controllo dell'auto, li informiamo francamente che abbiamo già pagato. Ci osservano con sguardi leggermente sorpresi e senza pudore ci chiedono quanto. Lorenzo risponde con una cifra gonfiata e in un attimo l'indignazione invade i loro volti. Ci chiedono di parcheggiare e quindi di seguirli, in missione a rintracciare quegli agenti ingordi.

Oltre ad essere le vittime della loro corruzione ci ritroviamo sguinzagliati tra le stanze della stazione nell'insolito ruolo di segugi italiani, per aiutarli a scovare i colleghi furbacchioni che non hanno condiviso la nostra bustarella.

Il dottor Jekyll esiste e vive a Phnom Penh - Cambogia

(Estate 2004)
Il semaforo è verde, la moto accelera, ma dopo pochi metri ci siamo già fermati. Sono almeno otto ore che giriamo per Phnom Penh e ci beccano ora, a pochi metri dall'hotel. Il poliziotto sorride mentre ci viene incontro. Sappiamo già bene che cosa va cercando ma decidiamo che almeno ci godremo lo spettacolo.


Dà un'occhiata sbrigativa alla patente di Lorenzo e ci chiede se abbiamo anche quella internazionale. Facciamo finta di non capire una parola d'inglese, di essere nervosi e pure un po' tonti. Ci guardiamo sbalorditi quando ci chiede i documenti: traduciamo balbettando in italiano quel che ha detto e alla fine gli riconsegniamo la stessa patente. Lui ci ripete che questa non va bene, che ne dovremmo avere una compilata in inglese. Ancora una volta ci guardiamo increduli e gli spieghiamo con pazienza che questa è italiana. 

Dopo dieci minuti di dialogo da comiche finalmente ci invita ad offrirgli qualcosa. Era un momento chiave, che aspettavamo da un po', e quando arriva il segnale - la parola
dollari - ci eccitiamo, gesticoliamo e ci mettiamo a urlare, come se avessimo capito che cosa vuole dirci. L'agente è contagiato dal nostro entusiasmo, sorride mentre intravede la ricompensa per i suoi sforzi e un raggio di soddisfazione gli illumina il volto. Ma è una gioia di un attimo e la frustrazione lo ripiglia quando gli sventoliamo in faccia il contratto di noleggio.

Dopo un altro po' di questo tira e molla, ne abbiamo abbastanza e trattiamo sul prezzo. Lui intasca il malloppo senza scrivere la multa. Glielo si legge in faccia che la paga di oggi se l'è guadagnata col sudore della fronte.

Il giorno seguente mentre facciamo colazione leggiamo un quotidiano locale in inglese. C'è un articolo a proposito di corruzione e tangenti. Parte del pezzo è un'intervista a un poliziotto, il quale spiega che il problema è serio. In fondo alla pagina c'è la foto dell'agente: orgoglioso, in piedi, posa accanto alla sua moto. Il casco scintillante, gli occhiali americani, il sorriso sicuro e un baffetto sottile: sembra un personaggio della serie dei
CHiPs.

Osserviamo la foto e ci concentriamo su quel volto. Il giornalista di certo non poteva sapere che l'egregio
dottor Jekyll intervistato da lui era lo stesso Mr. Hyde che ha intrattenuto noi.

Immagine: Richard Mansfield in The strange case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde, di Henry van Der Weyde (PD), circa 1895, da Wikipedia.org

Da Cremona a Padova - Follia distruttiva sul convoglio speciale

Lucine brillano in fondo al tunnel e rombi di acciaio mi ruotano attorno come se stessi in una sala col sistema surround.

Stavo sognando ma dopo aver aperto gli occhi non mi sembra ancora di essermi svegliato. Osservo uno scorcio di cielo lombardo, la sua versione estiva, tersa e frizzante. Sto seduto su un sedile in finta pelle nocciola, in un vagone riciclato delle Ferrovie dello Stato. Invece che a lato, dal finestrino, il cielo lo osservo oltre uno squarcio sul tetto.

Ore 19, manca poco al tramonto, quelle nuvole di panna su gelato al puffo scorrono su un mondo senza Facebook e I-phone. Le bande di ultrà, gli sfasciacarrozze, sono invece una moda che esiste già.

Una furia distruttiva si è impossessata del convoglio. L’esempio dei capi e la notizia che gli agenti sono stati rinchiusi nel vagone di testa sono bastati ad animare un secchione magrolino che con tanto di occhialetti, zazzera e brufoli, si spezza la schiena per dilaniare una parete. Si ferma, ha il fiatone, si guarda le mani viola, lascia andare il legno, strappa un poggiatesta e lo getta dal finestrino come se fosse una granata.

La notizia ci precede: le stazioni sono deserte, gli ingressi ai binari sono stati sbarrati e nelle città più grosse al di là delle vetrate si ammucchiano gli hooligan delle squadre locali. Si dimenano e ruggiscono come belve in un film muto. Sembrano un branco di cani randagi rinchiusi all’interno di una cella di vetro. Il treno è un carro che attraversa il loro territorio esponendo dei bastardi accalappiati altrove. Il macchinista spinge, non si ferma alle stazioni. Se un ferroviere a terra esce allo scoperto viene ricacciato nel bunker con sedili e lavandini.

Corre il treno, la Lombardia è alle nostre spalle. Alla periferia di Padova strilla il freno a mano: mezzo treno si disperde, noi ripartiamo lentamente. La stazione pulsa di sirene e lampi blu: schierati sul binario, annoiati e nervosi, ci attendono i celerini in assetto antisommossa.