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Stereotipi a sproposito. (E se poi per qualcuno il Big Mac rappresentasse la cucina italiana?)

Un riccone indonesiano si è comprato una squadra della Serie A. Non vi preoccupate, non mi metterò certo a parlare di Inter, di Thohir o di calcio qui. E' soltanto una notizia che prendo come spunto per altre osservazioni.
E' il segno dei tempi, l'occidente è in crisi e gli investitori arrivano da zone del pianeta dove un tempo europei e americani andavano a spadroneggiare. Se trovate questa affermazione banale e noiosa, o semplicemente fuori luogo in questo blog, potete pure tranquillizzarvi, nemmeno questo è l'argomento del post.
Vengo allora al dunque.
Ho letto numerosi commenti ironici sulla notizia, commenti nei quali vari italiani facevano gli spiritosi attribuendo a Thohir il più classico degli stereotipi sugli emigranti cinesi: la pronuncia della L al posto della R. "FoLza InteL". "LossoneLi di quà, LossoneLi di là" e altre battutine del genere. Tra questi vi erano persino dei giornalisti, o presunti tali, suppongo.
Uno stereotipo sui cinesi, dicevo. Peccato che il personaggio in questione sia indonesiano. Certo, magari è di lontane origini cinesi, come la maggior parte dei membri dell'élite economico-finanziaria di Giacarta. Tuttavia a differenza di quel che succede negli stati limitrofi, come Malesia e Singapore, i cinesi in Indonesia non parlano le lingue e i dialetti dei loro antenati, bensì la lingua nazionale, cioè l'indonesiano, o giavanese.

La terra trema - Kuala Lumpur, Malesia

ATTENZIONE: PAROLACCE!
Stavo per mandare affanculo un mio studente credendo si divertisse a scuotermi la scrivania quando ho notato la mia espressione - nonché la mia stessa intenzione - rispecchiata sul suo volto. Allora ci siamo voltati entrambi verso il contenitore dell'acqua, abbiamo constatato che la superficie del liquido ondeggiava vistosamente, ci siamo alzati con calma e quindi, elegantemente e con una certa classe, mantenendo il sangue freddo, senza usare l'ascensore ma volando leggiadri sul pelo delle scale, ce la siamo data a gambe.
Tra l'altro, mentre uscivo con un certo aplomb dall'edificio, temendo perdite di memoria dovute ad attacchi di panico postumi, ricordando la preziosa lezione di Pollicino ho deciso di spargere delle tracce di merda lungo cammino. Il giorno dopo sono comunque riuscito a tornare in classe senza doverle seguire ma, come si suol dire, la prudenza non è mai troppa.

Bagarini d'alta quota - Medan, Indonesia

Crossing the morning sky, di Docbudie (CC)
Sumatra l'abbiamo visitata, segniamo il tick sulla lista e passiamo alla prossima tappa: Giava. Torniamo a Medan alla ricerca di un volo. Alla prima agenzia un impiegato annoiato ci fa sapere che i voli per Giacarta - e per qualsiasi altra destinazione - sono tutti pieni, per vari giorni.
"Ma...proprio tutti?"
"Tutti!"
Questo non ha voglia di lavorare, pensiamo all'unisono mentre cerchiamo un'altra agenzia. Forse i lavoratori del settore turistico a Medan sono davvero pigri e annoiati, ma ciò non ha nulla a che fare con la disponibilità dei voli. È periodo di festa e gli indonesiani, soprattutto gli studenti, viaggiano, migrano, volano. Per tornare a casa, per andare in ferie, per visitare qualche amico, non si sa dove vadano, ma di sicuro hanno intasato il traffico aereo del paese.
Noi però apparteniamo a un'antica stirpe di tosti viaggiatori e non ci daremo per vinti così facilmente. Ci imbarchiamo in un taxi sgangherato e raggiungiamo l'aeroporto. L'area delle partenze nazionali è una bolgia di gente che si accampa ovunque, in attesa che si liberi un posto in qualche lista d'attesa. Facciamo un tentativo agli sportelli di qualche compagnia ma le loro risposte non ci sorprendono più: è tutto pieno. Una bagarina che ha fiutato la truffa ai danni di tre polli dal viso pallido ci si avvicina e ci offre tre carte di imbarco ad una cifra spropositata.

Gli estorsori balinesi - Bali, Indonesia

(Estate 2003)
Il traffico è lento in questo tratto di strada. Pochi metri più avanti c'è un poliziotto. Posa rilassata, non sta facendo molto, a parte osservare le auto che scorrono. Quando vede i nostri volti attraverso il parabrezza, un fremito lo scuote, fa un passo in avanti e agitando le mani ci fa segno di fermarci. Lo sguardo che l'evento gli ha dipinto sul volto sembra quello di una volpe sgattaiolata in un pollaio.

Dopo pochi secondi arriva pure un suo collega. Vederli confabulare mentre controllano la patente ricorda due pirati che studiano una mappa. Quando hanno verificato che il documento è a posto procedono con un'accurata ispezione dell'auto. Una volta assicuratisi che non c'è nulla fuori posto cominciano a blaterare di una misteriosa infrazione. Noi siamo stupiti, sorridiamo, gesticoliamo e spieghiamo loro che l'auto è noleggiata. Ma ci rendiamo conto che è un tentativo inutile e che ci stiamo soltanto rendendo ridicoli. 

 
Questo tipo di reazione lo conoscono già. Sembrano persino annoiati quando fanno la lista delle conseguenze assurde a cui potremmo andare incontro. Ci diamo un taglio e chiediamo quant'è. Loro sparano una cifra e aspettano la risata. Noi li accontentiamo e tiriamo sul prezzo, poi ci mettiamo a scherzare mentre contrattiamo. Alla fine paghiamo e ci lasciano andare.

Poche ore più tardi, di ritorno da Ubud, passiamo con l'auto sullo stesso posto. Il siparietto della mattina è messo in scena nuovamente, con altri due poliziotti nel cast degli attori. Prima che gli agenti passino al controllo dell'auto, li informiamo francamente che abbiamo già pagato. Ci osservano con sguardi leggermente sorpresi e senza pudore ci chiedono quanto. Lorenzo risponde con una cifra gonfiata e in un attimo l'indignazione invade i loro volti. Ci chiedono di parcheggiare e quindi di seguirli, in missione a rintracciare quegli agenti ingordi.

Oltre ad essere le vittime della loro corruzione ci ritroviamo sguinzagliati tra le stanze della stazione nell'insolito ruolo di segugi italiani, per aiutarli a scovare i colleghi furbacchioni che non hanno condiviso la nostra bustarella.