Supponiamo che qualcuno, quando per esempio si martella un dito, voglia sfogare la rabbia con un'esclamazione forte e blasfema — una bestemmia insomma — ma con garbo, senza urtare la sensibilità o la devozione di nessuno.
Certo, potrebbe ricorrere a versioni edulcorate usando paronimi eufemistici come "zio porco", "maremma maiala" o "bio parco". Io però ho escogitato una tecnica diversa e più versatile, che offre anche un certo spazio alla creatività.
Funziona così. Pensate ad una bestemmia. Createne l'acronimo. Poi "bacronimizzate", generando un'innocua espressione di vostra scelta. Quindi esclamate l'espressione testé ricavata.
Messa giù così può risultare poco chiara. Spieghiamola con un esempio. Ho immaginato una bestemmia. Ne ricavo l'acronimo: D.C. (avrete sicuramente indovinato la mia scelta). Ora genero un bacronimo, utilizzando un'espressione inoffensiva. Per esempio: [D]emocrazia [C]ristiana. La prossima volta che il ferro da stiro mi precipita sull'alluce, posso dunque urlare: "Democrazia Cristiana!"
È chiaro il meccanismo?
Altri suggerimenti:
Data Center!
District of Columbia!
Provincia di Padova!
Partito Democratico!
Decreto Legge!
Lavoro Digitale!
Diretto Piazze!
Democrazia Proletaria!
Monte Paschi!
Primo Ministro!
DataBase!
BirthDay!
Beni Demaniali!
E così via. Sbizzarritevi!
Mi stupisce sempre incontrare gente che si oppone a qualsiasi proposta atta a restituire al pedone - cioè l'essere umano - parte dello spazio usurpato dai veicoli - cioè macchine artificiali, che uccidono, avvelenano, assordano e invadono come bulli d'acciaio porzioni sproporzionate di aree che spetterebbero invece alla natura e alla comunità.
Ma da che parte stanno? Sono nati con le gambe o con le ruote?
Attraverso la strada per imboccare l'entrata del parchetto che dà sul fiume Chao Phraya, da dove voglio scattare una foto al ponte Rama VIII, illuminato di giallo dopo il tramonto. E' uno dei simboli dei miei decenni di viaggi in oriente, e sono due anni che non lo vedo.
All'improvviso sento un botto. Mi volto e noto uno scooter adagiato a terra, un signore che cerca di sollevarlo e lì a fianco un pick-up con un paio di ragazzotti a bordo e il solito cargo di gente nel cassone posteriore. Attendono con calma che il signore alzi il motorino e sgomberi la carreggiata. Il signore maneggia con altrettanta calma lo scooter. Finalmente riesce a sollevarlo, ci sale sopra e lo riaccende. Gli operai del pick-up lo osservano senza commentare, nemmeno con qualche espressione facciale.
Il traffico motociclistico vietnamita è un affare piuttosto complesso. Quando devi affrontarlo per attraversare un incrocio da principio ti può sembrare che quella in cui ti stai per imbarcare sia un'impresa impossibile. Poi metti assieme tutte le virtù utili al caso che possiedi: intuito, prontezza di riflessi, esperienza passata in situazioni simili. E anche una dose massiccia di follia. Quindi fai il primo passo. Ogni mossa dev'essere calibrata accuratamente: non puoi permetterti alcun errore grossolano, pena l'investimento immediato; per quelli di lieve entità invece ci puoi mettere una pezza con un colpo di reni o un numero da equilibrista. Ogni avanzamento dev'essere accuratamente pianificato e dimensionato in quanto a tempismo, velocità e lunghezza massima. Al momento giusto è infatti necessario non farsi tentare dall'ingordigia, accontentarsi dello spazio guadagnato, fermarsi (anche in mezzo alla carreggiata) e concentrarsi immediatamente sul prossimo tentativo, un po' come in una partita di football americano.
Il pedone che si immerge in un tipico flusso continuo di motorini a Saigon deve muoversi in maniera decisa, inserendosi al meglio tra la scia di chi è appena passato e la traiettoria di chi sta arrivando, guardando l'avversario dritto negli occhi. I motociclisti devono infatti capire al volo le intenzioni di chi attraversa. Ogni avanzata va eseguita lestamente ma senza scatti improvvisi, che confonderebbero inevitabilmente chi invece deve poter decidere senza esitazione se passarci davanti o dietro.
Ma i pedoni in fin dei conti sono soltanto una parte del problema: la serie ininterrotta di zig-zag, frenate brusche e spostamenti laterali improvvisi rendono molto probabili gli impatti tra le stesse moto.
La prima sera a Saigon, dopo dieci anni dall'ultima visita, durante la camminata esplorativa che utilizzo sempre per prendere confidenza con una città, quando ho già assistito al solito patetico battibecco con insulti e schiaffi a vuoto tra un turista anglofono e un venditore locale di magliette false mi imbatto finalmente nella scena che dal primo passo fuori dall'aeroporto uno continua a chiedersi come mai non gli sia ancora capitato di osservare. Ci sono due motorini rovesciati al centro della carreggiata mentre un crocchio di persone circonda un povero cristo che sta seduto sull'asfalto reggendosi la testa. Tra le gambe una pozzanghera di sangue. Per fortuna si capisce subito che si tratta soltanto di un'escoriazione tra sopracciglio e tempia, niente di grave. Gli astanti si danno da fare con gesti di solidarietà tanto pronti quanto sensati. Evidentemente qui tutti sono abituati a questo genere di interventi. Senza panico e confusione, seguendo una sequenza sorprendentemente appropriata individui diversi portano allo sventurato delle salviette, acqua e infine dei cerotti. Il poveretto cambia gradualmente umore: da spaesato e disperato diventa lucido e calmo. Quando qualcuno azzarda una battuta si mette persino a ridere con gli altri. Il tizio che lo ha messo a terra gli offre una sigaretta: lui la accetta e la risata collettiva che ne segue segna il finale del piccolo dramma. Il ferito si rialza, mette in moto e se ne va mentre tutti ancora sorridono: nessuno si è lamentato, ha accertato i danni o cercato un risarcimento.
Un dramma minore tipico del posto, che il traffico di Saigon - come i vecchi AK che giacciono arrugginiti e impolverati nei musei della guerra contro gli americani - spara a ripetizione ogni giorno sui suoi abitanti.
Finalmente fuori dal centro di formazione. Con quel vago senso di ebbrezza causato dall'aria fresca dopo una giornata di immersione in un mare di aria condizionata cammino verso casa quando il tipico suono metallico prodotto da un incidente stradale - la sua inconfondibile variante motociclo-contro-veicolo-a-4-ruote - mi pianta le unghie nei timpani.Mi volto e vedo un motorino tipo Honda Dream che carambola tra le auto incolonnate come la pallina di un flipper tra le molle dei funghetti a sonaglio. Ha già colpito un furgone quando inizio a osservare la scena, quindi prosegue tra due file di veicoli rimbalzando alternatamente sulla carrozzeria di un'auto a destra e una a sinistra, fino a che non trova uno spazio vuoto, ci si infila come un moscone nello spiraglio di una finestra e prosegue lungo la rotta che lo porterà a collidere con il paraurti di una berlina giapponese, non ci sono speranze, lo leggi sulla faccia del tizio e nei movimenti che tenta di imprimere al manubrio: ormai ha perso il controllo del mezzo e non riuscirà a evitarlo. A giudicare dallo scintillio di vernice e cromature questa macchina deve avere gli interni che odorano ancora di nuovo (è un odore quello, non una puzza, ma nemmeno un profumo, nel mondo dell'automobile solo la benzina e qualche fragranza di Arbre Magique profumano). Quando l'impatto avviene l'uomo alla guida fa ciò che molti fanno in questi casi, anche se sarebbe la prima cosa da evitare: continua ad accelerare. Il motorino si inclina e cade lentamente al suolo. L'uomo si poggia a terra goffamente, ma senza farsi male. La moglie che siede sul retro invece piomba giù come un sacco di patate. Ci assomiglia pure a un sacco di patate, ma in questo momento è la dinamica del movimento che mi ispira quell'immagine: come si piega sulla sella, picchia sull'asfalto e continua a rotolare quando il mezzo è già fermo, col motore su di giri perché il polso dell'uomo è rimasto ingessato nella posizione iniziale, quella che aveva assunto quando ancora sfrecciava tra le due corsie - con l'originale traiettoria rettilinea intendo, non ancora quella a zig zag - e che non ha più abbandonato. Il signore si rialza, non si preoccupa di raccogliere le sue patate e pensa invece bene di inveire contro l'autista del furgone, il primo fungo del flipper che ha centrato. Magari la colpa dell'incidente è proprio di questo qui, non lo saprò mai, perché dopo avergli risposto con una tattica diversiva, indicando e gesticolando all'indirizzo di un'auto che è già scomparsa dietro una curva, ingrana la marcia e con gran disinvoltura si dilegua. Il signore della moto è chiamato a rapporto dai proprietari delle auto che ha strisciato e ammaccato, il sacco di patate si rialza proprio come un sacco di patate tirato su da un contadino e oscilla per qualche istante attorno al suo punto di equilibrio stabile, un po' come una matrioska, prima di assumere la postura eretta. Nel frattempo le patate che riempiono il sacco proprio dove dovrebbero esserci il sedere, il torso e il petto si ridispongono seguendo le leggi della geometria tridimensionale e della gravità, occupando gli spazi liberi della nuova configurazione. Poi, strascicando i piedi (perché nonostante assomigli a un sacco pieno di tuberi non bisogna dimenticare che è pur sempre un essere umano e quindi è dotata di piedi), raggiunge il crocchio animato. Io li lascio così, dopo aver seguito l'ennesima lezione di Principi ed elementi di società orientali, un mix di menefreghismo, maschilismo, scaricabarile, spensieratezza, ottimismo, fatalismo e altri dettagli che mi verranno in mente più tardi, mentre continuo a passeggiare sotto un cielo plumbeo che parrebbe promettere monsoni ma potrebbe anche regalare solleone. Spensierato e menefreghista: anche se non mi riesce ancora del tutto naturale so che è un atteggiamento perfettamente idoneo. Dopotutto a trasmettermelo sono stati proprio loro.
Altri incidenti asiatici (vissuti in prima persona) e altre nozioni di sociologia orientale li trovate qui.
Il tassista annuisce e io mi siedo nel retro con una lattina ghiacciata di Leo in mano. Dal Major Cineplex al Central Mall è la solita, tranquilla corsa notturna di Bangkok, poi un'auto sbuca all'improvviso da Lat Phrao rd e ci taglia la strada. L'autista emette un suono gutturale e sbatte giù il pedale del freno. Sono sorprendentemente calmo - non so se a causa dell'effetto sedativo delle birre del sabato, per il fatalismo innato, o un po' per entrambi - mentre l'auto rallenta rapidamente, slittando appena, fino a che il nostro paraurti anteriore finisce per baciare con dolcezza quello posteriore dell'auto pirata.
Ne siamo usciti abbastanza bene - beh, io almeno - ma lo so che non è finita qui: già mi immagino lo scenario peggiore e spero che l'altro veicolo si fermi al più presto. Invano: quello se ne va a tutta birra, come se non si fosse nemmeno accorto di quel che è successo. E il mio autista, senza nemmeno una cerimonia di apertura, ha già dichiarato l'inizio del tempo dell'inseguimento.
L'alta velocità mi rende nervoso, specialmente se non conosco chi guida e questi è infuriato. Non lo dà molto a vedere ma io so che lo è. A differenza di una sua ipotetica controparte italiana - che darebbe sfogo alla sua frustrazione con una litania di carattere mistico-eretico - lui emette soltanto dei suoni monosillabici, guidando nervosamente, accelerando e sterzando a intermittenza.
A un certo punto segue il veicolo fuggitivo infilandosi in una strada che non ci condurrà sicuramente dove gli ho chiesto di portarmi, ed è in quel momento che esco dal mio stato di trance e comincio a urlare: "Fermati, fermati immediatamente!" Lo dico in thailandese, in inglese, in italiano, in cinese e in spagnolo. Alla fine lui ferma l'auto vicino al bordo della strada ma ho il sospetto che non l'abbia fatto perché i suoi antenati arrivarono nel Regno del Siam da Toledo o Madrid.
Scendo in fretta. Lui fa altrettanto, senza minimamente curarsi di me, e va direttamente a controllare i danni. Mi ha fatto passare cinque brutti minuti, me ne frego completamente di lui e quando metto gli occhi sul primo taxi libero lo fermo.
Ora che sono in salvo ripenso con più distacco a quel che è appena successo. I tassisti di Bangkok spesso non sono i proprietari delle auto che guidano: le prendono in affitto da una ditta e in casi come questo si vedono probabilmente detrarre la somma dei danni dall'incasso.
Bevo un sorso della birra che ormai è diventata calda e in silenzio gli auguro in bocca al lupo: speriamo che l'auto ne sia uscita indenne, così come abbiamo fatto noi.
Un semaforo, come, qui, da quando? Non c'è un incrocio, è un passaggio pedonale. Freno un po' in ritardo, ma con esperienza: un ABS manuale, graduale, con tatto. Mi fermo senza problemi prima della striscia bianca. Osservo uno straniero che attraversa davanti a me. Sento un sorriso che mi flette le labbra mentre il sole del mattino mi frolla la pelle. Il proiettore si inceppa, la vita va in pausa, dopo un paio di secondi il film riprende, ma un segmento spazio-tempo è andato perduto. Il motorino è a terra, io sto ancora in piedi, le ginocchia piegate e i palmi sull'asfalto. Un ragazzino del posto mi ha tamponato. Mi alzo, guardo il thai, gli dico che era rosso, scherzi della psiche: ho parlato cinese. Il minuto che segue è da studio sociologico. Mentre sollevo il motorino il ragazzino sparisce, non è una sorpresa, non contavo su di lui. Lo straniero che attraversava ha visto tutto, ma dal momento che è all'estero non si è nemmeno fermato. Una ragazza coreana mi dà una salvietta. Arrivano due uomini, prelevano il motorino, se lo portano via dopo avermene dato un altro. Di solito ti chiedono una somma per i danni, ma ho noleggiato il mezzo alla reception dell'hotel e questa sembra essere una garanzia sufficiente. Mi spolvero i jeans, sistemo la camicia, pulisco con l'acqua le abrasioni sui palmi. Dovrei tornare in stanza e applicare il disinfettante. Ma me ne frego con calcolo, risalgo in sella, do un'occhiata alle montagne, accelero, volto pagina. Un cielo così ha bisogno di palme, e poi risaie, salite, templi, colori. E sto pensando ai tropici, alle tonalità, all'architettura, non certo al rosso del Mercurocromo.