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Rinnovo passaporto creativo - Bangkok, Thailandia


Ricordi dell'agosto 2006

Ho deciso di sottoporre il passaporto a un'altra di quelle sessioni intensive che gli ho imposto così spesso negli ultimi anni asiatici. 
Il piano è questo: da Bangkok a Hong Kong, dove incontrerò Lu e Lo provenienti da Venezia, poi col ferry a Macao, quindi ritorno assieme a Hong Kong. Ottenere lì il visto per la Cina, passare il confine via terra e da Shenzhen volare fino al limite occidentale del paese, nello Xinjiang - con capatine a Urumqi, nel deserto, a Turpan e a dei sudici, stupendi mercatini rurali -, fare quindi di nuovo rotta a est sbarcando a Chengdu e da lì calare sullo Yunnan per fermarci a Kunming, dove da sei mesi affitto un appartamento assieme a dei compagni di studi (lingua cinese presso la Yunnan Normal University). I miei ospiti torneranno quindi a Hong Kong da dove si imbarcheranno nel loro volo di ritorno per l'Italia. Io invece mi ci fermerò un po' per poi puntare di nuovo su Bangkok, da cui anch'io ho un volo (A/R) per l'Italia. Ogni anno ci torno per un mese a visitare famiglia, amici e luoghi cari. Infine, una volta lasciata l'Italia, da Bangkok tornerò a Kunming, per restarci qualche mese.
Faccio sempre così: periodi di stazionarietà, a godermi una città o una spiaggia dove mi piace bighellonare o dove ho un contratto di lavoro, poi all'improvviso parto, senza salutare nessuno (spesso perché non c'è nessuno da salutare) e nelle settimane che seguono lascio che dei simpaticoni ai punti di frontiera o nelle ambasciate mi flagellino le pagine del documento di viaggio a colpi di timbro o le ingessino con degli adesivi che sembrano delle marche da bollo giganti. Gli spostamenti diventano ancor più frenetici quando qualcuno viene a trovarmi dall'Italia, come in questo caso. Col tempo e con l'esperienza infatti sono diventato un viaggiatore (o turista?) tendenzialmente lento: se con un posto non c'è intesa parto subito, altrimenti ci passo una settimana almeno, anche soltanto per fare qualche passeggiata e leggermi a rate un libro in un caffè che dopo un paio di giorni mi sembra già il salotto di casa. Ma gli amici o parenti che vengono a trovarmi hanno le ferie di ordinanza da venti giorni e fremono dalla smania di visitare il maggior numero possibile di località. Io per il piacere del viaggiare in compagnia (quella buona, altrimenti gli spostamenti solitari mi vanno benissimo) sono ben lieto di adeguarmi. Come questa volta.

Bizzarrie cinesi/2 - Guangdong e Yunnan, Cina

- Le monete da uno yuan sono spesso utilizzate per il resto nella Cina orientale ma sono quasi impossibili da trovare nelle province occidentali - ad esempio lo Yunnan - dove vengono usate quasi esclusivamente le banconote da uno yuan.
- All'aeroporto di Kunming una ragazza sta aggrappata alla mano e alla borsa del portatile di un uomo, scivolando inginocchiata sul pavimento come se stesse attaccata a uno skilift, gridando "Non ti lascio andare...noooooon ti lascio andareeeeeee!", mentre l'uomo - visibilmente turbato e in imbarazzo - cammina da un banco all'altro trainando quell'insolito, agitato e rumoroso bagaglio, alternando conversazioni educate con gli addetti delle compagnie aeree - i quali fanno finta che non stia succedendo nulla e fissano spesso imbambolati qualcos'altro - e urla selvagge all'indirizzo della ragazza. Ogni tanto smettono di bisticciare e cominciano a colpirsi per alcuni secondi, poi riprendono a litigare e alla fine l'uomo si avvia verso un altro banco, senza smettere di trascinare la ragazza le cui suole scivolano sul pavimento levigato dell'androne dell'aeroporto. Un'amica di lei parla al telefono mentre un gruppo sempre più folto di curiosi osserva la scena in silenzio, fino a quando arriva un poliziotto che porta i tre alla vicina stazione.
Lei è la sua amante? Lui le deve del denaro? Lei vuole quel portatile? Lo sta ricattando? Non riuscirò mai a scoprire di cosa si trattava ma è stato un modo divertente per ammazzare il tempo fino a quando i banchi del check-in sono stati aperti.
- Dopo aver completato la procedura per il check-in del volo Kunming-Bangkok l'addetta della compagnia aerea mi dice: "Si sieda laggiù e attenda l'apertura dei banchi della dogana per favore."
"...ah, e quando aprono?"
"Quando gli addetti entrano in servizio."
"...no, volevo dire..." Che cosa volevo dire? Come glielo posso spiegare?
"Beh, va bene...certo, grazie..."
- Anche la città cinese di Guangzhou ha la sua versione dei falsi monaci buddhisti: si aggirano nella piazza di fronte al tempio Guangxiao, consegnano ai passanti degli amuleti di cartone e chiedono loro di donare delle somme improponibili (per i falsi monaci di Kuala Lumpur potete leggere qui).
- Le autorità locali di Kunming (che non è nemmeno una delle città cinesi più importanti) hanno deciso di creare una New town lontana dal centro. Gli uffici governativi e i campus universitari (varie volte più grandi di quelli vecchi) saranno trasferiti lì.
- Supermercati, negozi e vari ristoranti hanno terminato le scorte di sale iodato a causa del panico indotto dalla minaccia radioattiva dei reattori nucleari di Fukushima.
- I bidoni della spazzatura al Green Lake di Kunming aprono gli sportelli automaticamente e ti augurano buona fortuna dopo che vi hai gettato dentro i tuoi rifiuti.

L'inoculazione - Kunming, Cina

Tagliolini cinesi, di Fabio
È una calda serata estiva, una leggera brezza spazza la terrazza e il cielo terso permette alla luna di specchiarsi vanitosa sulla superficie immobile e densa del lago.
Alcuni amici italiani sono venuti a trovarmi a Kunming. Dopo aver bighellonato in città per alcune ore è giunta l'ora di portarli a cena. Per attutire lo shock culturale vorrei evitare i posti più semplici dove spesso vado a mangiare, non tanto perché non mi fidi della qualità del loro cibo quanto per le condizioni al contorno che potrebbero impressionare i nuovi arrivati. La scelta è caduta su questo localino carino, con i tavoli sul tetto di un edificio affacciato sul Green Lake, proprio vicino a casa mia.
Una cameriera graziosa e raffinata ci sorprende con un inglese piuttosto corretto: tra sorrisi e cortesie ordiniamo una serie di specialità nazionali e locali. Una ventina di minuti più tardi - un tempo più che sufficiente per preparare ognuna delle pietanze che abbiamo ordinato - un altro cameriere si avvicina al nostro tavolo. La conversazione è interrotta ma non l'ilarità. Ci aspettiamo una qualche sua mossa impeccabile, in armonia con l'umore drogato dall'atmosfera che ci fluttua attorno: che ci versi da bere, che sposti il contenitore del sale o una sedia, o che ci chieda se gradiamo dell'altra birra o una salsa particolare.
"Mi dispiace signori ma l'anatra che avete ordinato è finita."

Confucio e le sbronze - Kunming, Cina

Lo straniero è già brillo quando entra nel locale. Gira attorno alla pista, fiancheggiando i tavoli. Dei cinesi lo chiamano, gli allungano un bicchierino. Lui sorride, lo afferra e brinda con un uomo, ma quando accenna al brindisi con il ragazzo a fianco il primo lo blocca e gli chiede di bere. Altro bicchierino, altro brindisi e così via con tutti i membri del gruppo. È whisky con te verde, un cocktail mediocre, ma dolciastro, alleggerito, che va giù fluido.
Il risveglio è un viaggio inter-dimensionale. Come spesso gli accade da quando sta in Cina, si sveglia spaesato, in un luogo sconosciuto. Questa volta però la sensazione non svanisce. Sdraiato sul divano fissa immobile il soffitto: poco fa ha sognato il vomito che ha in faccia. Gira la testa sfidando l'emicrania e vede due ragazze che dormono su un letto: una di loro era al tavolo di ieri. Alza la coperta: indossa solo dei boxer, nota imbarazzato che non sono suoi. Non è ancora riuscito a mettere assieme il mosaico quando tocca con le dita una ferita sulla fronte. 
Barcollava quando camminava all'esterno del locale. Le ragazze lo hanno aiutato a salire sul taxi ma al momento di dare le indicazioni al conducente il cervello si è spento e lui è crollato sul sedile. Con l'aiuto del tassista lo hanno trascinato a casa. Sulle scale è caduto e ha battuto la testa.
Altri stranieri in passato sono stati narcotizzati e derubati, ma i suoi soldi e le sue cose stanno su un tavolo. Le ragazze portano da bere e hanno cucinato qualcosa. Lo hanno pulito e svestito, mandato gli abiti in lavanderia. È un atteggiamento che in occidente può sembrare normale, ma in Cina certe cose non vanno date per scontate.

Come spiegato un questo blog, tenuto da un italiano che vive in Cina, se si vuole capire quel che succede in questo paese, bisognerebbe sempre ricordare la frase seguente:
<<君君、臣臣、父父、子子 (jūnjūn, chénchén, fùfù, zǐzǐ)
Wikipedia dice che una traduzione potrebbe essere
There is government, when the prince is prince, and the minister is minister; when the father is father, and the son is son.
(Confucio, Analects XII, 11)
[...]
L’ordine nella società umana nasce dal rispetto delle gerarchie
[...] e Confucio ci dice anche qual'è l'ordine di importanza:
  1. Tra governante e suddito
  2. Tra padre e figlio
  3. Marito e moglie
  4. Tra amici
  5. Tra fratelli
Come si vede non c’è traccia degli “altri”, quelli di “ama gli altri come te stesso”>> (*)

Allo straniero sbronzo quindi è andata bene. Anche in Cina, almeno alcune volte, le eccezioni intervengono a confermare le regole.

(*) Da Itariajin. Sul tema consiglio la lettura di Altruismo e di Civiltà

Primavera 2007

Ritratto di Confucio di Wu Daozi, 685-758, Dinastia Tang

That's China - Kunming, Cina

Dopo giorni di ricerca abbiamo trovato casa. Tre stanze da letto, un salone enorme. Sta al quinto piano e non c'è l'ascensore ma la vista sul Green Lake è da ore di ipnosi. Non sappiamo chi ci abitasse, né da quanto sia vuota, ma i pavimenti e il mobilio sono in condizioni pietose. L'agenzia ci consiglia un'impresa di pulizie. Arrivano tre ometti, in giacchetta e mocassini, un paio di secchi, spugne, stracci. Li osserviamo ammutoliti e ognuno pensa in silenzio al mantra che continuiamo a sentire da giorni. Se qualcosa non quadra la spiegazione è...that's China...

Per un paio d'ore fanno finta di pulire: all'inizio puntualizziamo, poi lasciamo stare. Quando è l'ora di andarsene sembrano aver fretta, sorridono nervosi e rimbalzano giù dalle scale. Ci guardiamo e questa volta lo diciamo ad alta voce, la spiegazione dev'essere per forza...that's China! Giriamo su noi stessi e osserviamo il risultato. Beh, dai, non lo avranno pulito, ma almeno hanno grattato via il primo strato. 

Il giorno seguente apro un cassetto e rinvengo la borsa in cui tengo i contanti. Di tutto ciò che c'era nella casa è l'unico oggetto che hanno ripulito per bene. Non mi hanno lasciato nemmeno un renminbi.

Ma anche questa storia ha qualcosa da insegnare. L'espressione "That's China" non è una chiave universale e alla fine per certi aspetti tutto il mondo è paese.

Primavera 2006

Foto "Green Lake da una finestra", di Fabio Pulito

Cina: anarchia antigienica - Kunming, Cina

È passato quasi un anno dal mio ultimo viaggio in Cina.

Esperienze, immagini e odori di quel paese ti restano addosso per sempre, come tatuaggi. Basta tirare su una manica o giù un calzino e mettono fuori la testa, colorati come la bandiera nazionale o multiformi, arzigogolati e magnetici come un ideogramma pennellato con la bella calligrafia di Mao.

E così, basta un’occhiata alle strisce pedonali per ricordarsi di come nelle città cinesi il pedone e lo scarafaggio godano pressapoco dello stesso rispetto. O sedersi a tavola ed afferrare due bacchette per ritrovarsi disorientati con la mente ad annaspare tra le onde e la schiuma (nonché i rifiuti galleggianti) dell’anarchia antigienica che regna nei ristoranti cinesi. Avanzi di cibo e spazzatura a decorare il pavimento, pareti dipinte coi colori delle salse e dei vapori di cottura, camerieri e cuochi che si raschiano l’interno delle narici con unghie lunghe come lame di coltelli, per poi affilarle con dei colpi di dritto e rovescio sui camici dipinti con complessi arabeschi di olio e grasso. In mezzo a questo deserto spuntano qua e là, come degli spinosissimi cacti, regole ferree, da non trasgredire per nulla al mondo, pena il taglio fantozziano della mano. Taglio soltanto morale, ovviamente. I cinesi, come sanno quasi tutti (soprattutto chi in Cina non c’è mai stato), sono cattivissimi - forse mangiano persino i bambini -, ma non sono ancora arrivati a quel punto.

Baozi, dei bocconcini ripieni di carne e verdura. I ristorantini che li servono si riconoscono per la pila di cestelli di bambù eretta sopra il getto di vapore, sistemata di solito di fianco all’ingresso. Appena entrati, si ordina una porzione con il ripieno preferito e ci si va a sedere, su sgabellini che spesso sono progettati per nani.

Il cameriere poggia sul tavolo un piattino di ceramica, le bacchette e i contenitori delle salse. Piattino, tavolo, finestre, l’intera sala da pranzo e l’uscio: è tutto in scala con gli sgabelli, dimensionato sulla taglia dei corpicini di brontolo e mammolo; persino uno dei camerieri è piccolo, piccolissimo, minuscolo. Il ristorante intero è stato scritto da Jonathan Swift. Oltre la finestra invece si alzano i palazzoni, le strade spaziose, le università (ben due in questa stessa via!) con i loro parchi estesi, completi di sculture e ruscelli. Tutto colossale. E per fortuna che questa è Kunming e non Pechino, la capitale (mondiale) del gigantismo.

Ma finalmente arrivano i bocconcini, sistemati ordinatamente sul loro cestello, una specie di scatoletta di bambù senza coperchio, con un fondo intrecciato che in fase di cottura lascia passare il vapore, di scatoletta in scatoletta, fino alla cima della pila. Un sistema antico, semplice e ingegnoso.

Lo straniero che siede davanti a me stringe in maniera un po’ goffa un baozi tra le bacchette, lo intinge nella salsa, lo porta alla bocca e con un morso ne divora metà. Poi lo poggia nuovamente sul cestello, mastica e assapora l’impasto di pane, carne, verdure e spezie. Io inforco le bacchette e mi preparo all’assalto, ma mi blocco quasi subito, con le dita intrecciate in una innaturale posizione intermedia, da crampi.

Dietro a me, dall’entrata della cucina, ho sentito dei passi che si affrettano verso il nostro tavolo, e in sottofondo altri suoni confusi.

Mi giro e vedo la stessa cameriera che ci ha servito mentre punta dritto verso di noi, fissa qualcosa sul tavolo e parla, in un incomprensibile dialetto yunnanese. Non c'è nessun altro davanti a lei, ma non sembra che le interessi se noi capiamo o no. Dà l'impressione di rivolgersi a qualcuno in cucina, a se stessa, a Buddha o a nessuno. Mentre passa di fianco ad una credenza, senza fermarsi o voltarsi stende un braccio verso una colonna di piatti e con la mano che si muove a memoria ne afferra due. Arrivata al nostro tavolo ce li mette davanti, uno a testa. Poi, cercando di contenere la seccatura, ci fa segno di poggiare i baozi già morsicati sul piattino, e NON sul vassoio di legno.

Seduta vicino a noi c’è una ragazza cinese che conosco di vista. Ho notato che osservava la scena in silenzio. Sono confuso. Le chiedo discretamente che cosa è successo. Mi risponde a bassa voce e farfugliando, un po’ imbarazzata. Alla fine capisco che il cibo parzialmente consumato non va poggiato sulle scatolette. Credo di intuire anche che i cestelli di bambù passano direttamente dal tavolo alla pila di cottura, con un nuovo carico di panini, senza essere lavati. Vengono quindi utilizzati soltanto come sostegno, non come piatto vero e proprio. Per ovvi motivi igienici, le pietanze che sono già state a contatto con la bocca di un cliente non possono esservi poggiate sopra. Così come non si intingono le proprie posate nei contenitori di salsa che stanno al centro della tavola, quelli che vengono utilizzati da tutti. Ogni cinese lo sa e non lo farebbe mai. Sarebbe un po’ come se in Italia qualcuno pescasse il sale o lo zucchero dal contenitore comune con il cucchiaio bavoso che si è appena sfilato dalla bocca. In effetti non fa un gran bel vedere.

La regola ha senso, non c’è niente da dire. Se lo straniero avesse saputo che i cestelli vengono utilizzati in quel modo, non avrebbe mai commesso l’errore. Ed io non sarei stato sul punto di fare altrettanto. Il fatto è che in Cina è difficile tenere alta l’attenzione per questo tipo di dettagli. Se per caso ti cade l’occhio sotto il tavolo, ti si presenta uno spettacolo di costolette spolpate che fermentano in mezzo ai tuoi piedi tra salviette sporche e stuzzicadenti; se poi per dimenticare quello schifo ti volti a dare un’occhiata fuori dalla finestra, a pochi metri dal tuo cibo c’è lì una truppa di topi che banchetta tra i cumuli di pattume accatastati sul marciapiede; poggi allora i gomiti sul tavolo e ti metti le mani davanti agli occhi, per non vedere nulla, ma sei assalito dalle note di una sinfonia rugosa, dove gli archi e i fiati delle gole schiarite sono seguiti dalle percussioni delle scatarrate che precipitano al suolo. Lo spettacolo degli sputi, tra l’altro, così come quello del fumo di sigaretta, va in onda ovunque: bar, ristoranti, cybercafe, cinema, autobus, vagoni letto, ospedali! Non dico che uno ci si abitua in fretta e comincia a seguire l’esempio, ma di certo in tema di igiene dopo un po’ l’asticella degli standard si abbassa e le aspettative vengono ridimensionate, così come la fiducia nel buon senso e nelle regole che questo dovrebbe suggerire.

Dopo alcuni mesi in un posto così - diciamo - originale, chi se lo aspettava di essere rimproverati per aver semplicemente poggiato il panino al vapore su quello che credevamo fosse il nostro piatto? E come per Fantozzi al ristorante giapponese, se fai un errore salta fuori un samurai, che con una secca stoccata di katana ti tronca di netto la mano fallosa. Zac!

No, per carità, non parliamo di Giappone in casa dei cinesi: in quel caso, oltre alla mano, potrebbero decidere di tagliarti pure la lingua...



Kunming - Cina, 14 giugno 2007

Percorro nel silenzio il marciapiedi di Wen Lin Jie, mentre strada, cielo, e osteria ambulante, passano attraverso diverse gradazioni di grigio, sempre più chiare. Il marciapiedi è sporco, ci sono tutti i rifiuti, gli sputi e gli altri fluidi di un giorno e di una notte cinesi. Gli spazzini non sono ancora passati a pulirlo. E’ presto ancora, le sei e qualcosa, di mattina. Non sono uscito per una corsetta prima della colazione. Sto rientrando a casa. La mia giornata finisce qui, mentre comincia quella di chi si siede sugli sgabellini del ristorante ambulante per mangiare focacce e frittate cinesi.
Faccio spesso mattina, quando non ho nulla da fare il giorno dopo. Non che la notte la trascorra sempre facendo qualcosa di molto interessante. E’ più che altro una questione di atmosfera.
C’è però qualcosa di vagamente oltraggioso in questi rientri all’alba, o anche più tardi.
Passare di fianco a questo signore di mezza età, che prepara il fuoco e sistema un tavolino con tre sgabelli, su cui serve la colazione a chi si sveglia presto per andare a lavorare. Osservare dalla finestra della mia camera, mentre mi spoglio, gli anziani che fanno esercizio sulle rive del lago. Ascoltare poi, mentre sto già sdraiato a letto, il plotone di soldati che corrono, sbattendo la suola del destro e cantando un coretto. E il frastuono, come una cascata d’acqua modificata dal Doppler, di un carrello spinto da un venditore diretto al mercato. Sedato dal mantra ipnotico del megafono di un arrotino, che si intreccia alla voce metallica che annuncia la prossima fermata dell’autobus mattiniero.
Sarà il fatto di essere stato educato da genitori che, come tutta questa gente, si svegliano molto presto per andare a lavorare. Sarà. Ma devo ammetterlo, mi sento molto fortunato, e un po’ in colpa.

Kunming - Cina, 12 giugno 2007

La storia tra A e J, la ragazza che gli procurava il lavoro da insegnante di inglese, ha avuto un seguito. Un triste seguito.
Riassunto delle puntate precedenti. J, quando già si frequentavano da un mese, svelò il suo segreto ad A. Ha un bimbo di tre anni. Il padre vive con lei. Lei non lo ama, e non ha accettato di sposarlo. Ha capito (e con che poteri di preveggenza!) che non era la persona giusta quando ancora era incinta. Decise comunque di tenere il bambino, ma non il fidanzato. Lui invece è pazzamente (aggettivo purtroppo estremamente appropriato) innamorato di lei. Ufficialmente vivono assieme per il bene del bambino. Perché cresca accanto ad entrambi i genitori. In pratica invece il bimbo è soltanto un pretesto. A volte sembra che del suo bene ai genitori non interessi poi molto. Già, pure a J, proprio lei che ha fatto di tutto per averlo. Soltanto a volte, è vero, ma purtroppo questa impressione la dà. Anche se, come cercherò di spiegare a breve, non è facile biasimarla.
Il motivo per cui hanno vissuto assieme tutti questi anni è quello di mantenere una specie di tregua. L’uomo, oltre ad essere innamorato, geloso e possessivo, è anche molto aggressivo e violento. Fino a che J se lo tiene in casa le esplosioni di rabbia di lui si limitano a qualche focosa sgridata e ad uno stressante interrogatorio, con l’aggiunta di un occasionale schiaffo, quando lei torna tardi la sera senza una spiegazione convincente.
La relazione tra J e A ha inevitabilmente fatto precipitare la situazione. J ha trascorso spesso la notte fuori casa. Molte volte lui non riusciva a rintracciarla nemmeno in ufficio, poichè J, essendo una dirigente, può assentarsi un po’ quando vuole senza problemi e senza spiegazioni.
In questi casi al suo ritorno allo schiaffo sono andati accodandosi spinte, pugni e mazzuolate varie. J ha provato a presentarsi alla polizia per spiegare la situazione, portando come prova i lividi sul volto o sul corpo. Gli altrimenti zelanti Ponzi Pilati della pubblica sicurezza cinese le hanno dato qualche generico consiglio, ma nulla più.
A spesso le ha offerto protezione invitandola a casa. Ma J, soprattutto a causa del bimbo, non può restare lontana dal suo appartamento troppo a lungo.
Per fortuna questa ragazza problemi di natura finanziaria almeno non ne ha. Ha deciso di affittare un nuovo alloggio e di trasferirvisi, ovviamente senza avvisare l’ex compagno.
Questa si è però rivelata soltanto una soluzione a breve termine. Il segugio infatti è riuscito a rintracciarla e l’ha convinta, con le buone e le cattive, a riprenderselo in casa. Inoltre è riuscito a procurarsi i numeri di telefono di A e dei colleghi di J, che ha cominciato a tempestare di domande indiscrete e di minacce.
Da questo punto in poi la vicenda è entrata in un loop in cui la stessa sequenza di eventi si ripete ad oltranza, saltando dalla fine di un ciclo all’inizio di quello successivo come un DVD rigato. Fino a che qualcuno non dà uno scossone al lettore.
J che sparisce per ore, l’ex che si lancia in una ricerca ossessiva, lei che torna la mattina campando scuse a cui lui non crede, lui che la riceve con pugni e calci, lei che cerca rifugio piangendo tra le braccia degli amici più fidati, lui che perserguita anche questi ultimi. A ripetizione, fino a che qualcuno dà finalmente lo scossone al lettore DVD, facendo uscire la storia dal loop, saltando un paio di scene incise sull’area del disco interessata dallo striscio.
Ecco lo scossone: un gruppo di ragazzi stranieri, capitanati da uno degli insegnanti della scuola di J, la raggiunge a casa, fa cerchio attorno a lei e costringe l’ex a farla finita e a cercarsi un altro alloggio. A saggiamente non è stato invitato. L’ex protesta ma alla fine cede. Poi ritorna, con un gruppo di amici cinesi. Sale la tensione. Se fossimo in Thailandia sarebbe già scoppiata la rissa.
Compaiono dei poliziotti. Costringono il gruppo di stranieri ad allontanarsi. Ma i cinesi sono misteriosamente autorizzati a restare. J decide si seguire i poliziotti fino alla stazione. L’ex e i suoi amici si accodano. Si accampano tutti al commissariato per alcune ore. I Ponzi Pilati cercano nuovamente di lavarsi le mani ma J questa volta non cede, e telefona anche ad un avvocato. Alla fine si giunge ad un accordo. Il ragazzo può restare nell’appartamento di J per un altro mese (chissà perché), poi dovrà andarsene, pena l’intervento delle autorità.
Il mese non è ancora trascorso. La situazione è in fase di stallo. L’ex se ne andrà senza sferrare alcun colpo di coda? Dopo aver combattuto come un leone per tutti questi anni? Tic, tic, tic, i giorni passano come i secondi di un conto alla rovescia. Presto si arriverà alla resa dei conti. Ma io e A, quando il timer segnerà lo 00.00.00, non saremo più a Kunming.


Inglese in Cina - Kunming, Cina

Mi sto dedicando ad uno dei miei passatempi preferiti.
Sono seduto ad un tavolo di un localino francese. Una tazza di caffè dello Yunnan e qualcosa da mangiucchiare davanti a me. Le mani su di un libro, il diario o il computer. In questi ultimi tempi il tardo pomeriggio scorre spesso a questo modo verso la fresca sera di Kunming. Non durerà per sempre, ma finché dura non mi posso lamentare.
Attorno ad uno dei tavoli vicino al mio c’è un gruppo di giovani cinesi. Alcuni fumano, altri si abbracciano, una coppia si apparta in un angolo un po’ lontano per sussurrare qualcosa che gli amici non devono sentire.
Tre ragazze si voltano spesso per rivolgermi un’occhiata incuriosita. Sono stato in Cina abbastanza a lungo da imparare a non sentirmi troppo lusingato per questo genere di attenzioni.

E’ passata un’ora da quando sto qui, e i ragazzi sono sempre allo stesso tavolo.
Le tre ragazze che mi osservano si riuniscono e parlottano per un po’. Seguo la scena con la coda dell’occhio. Ad un certo punto una di loro si fa coraggio e si avvicina al mio tavolo. Mi chiede di dove sono. Mi spiega che la sua insegnante di inglese le consiglia spesso di fare pratica con degli stranieri, e che vorrebbe chiacchierare un po’ con me. In meno di un minuto le sue amiche l’hanno raggiunta e mi rivolgono dei sorrisi un po’ imbarazzati. Io le invito a sedersi.

Hanno tutte meno di vent’anni, frequentano le scuole superiori e non sono mai state all’estero. Una di loro continua a strofinarsi le mani e mi confida di essere molto nervosa. E’ solo la seconda volta che parla con un occidentale. Per le sue due amiche è invece la prima in assoluto.
Questo genere di incontri, che mi capitano spesso, in Cina ma anche in altri paesi dell’area, non finiscono mai di stupirmi e farmi riflettere. L’inglese di queste ragazze, considerata la loro età e le altre condizioni al contorno, è di livello sorprendentemente elevato. Fanno qualche errore di grammatica, ma utilizzano delle forme e delle strutture piuttosto complesse. Il loro vocabolario è molto ampio e la loro pronuncia è spesso accurata e piacevole da ascoltare.
Non frequentano una scuola internazionale o privata e non vanno a lezioni di ripetizione.

Non si può certo affermare che in questo paese il livello della conoscenza dell’inglese, considerando la totalità dell’enorme popolazione, sia ottimo. Anzi tutt’altro. La maggioranza della popolazione delle aree rurali e in generale quella al di sopra dei trent’anni l’inglese non lo parla affatto.
Ma tra le generazioni giovani e giovanissime, in particolar modo quelle delle città medie e grandi, il livello è soddisfacente e in continua crescita.
Ogni scuola (statale) assume degli insegnanti madrelingua che affiancano quelli cinesi durante le lezioni dedicate alla conversazione. E ovviamente le famiglie più abbienti mandano i loro figli a seguire lezioni private presso scuole di lingua.
Ogni settimana la TV (pubblica) trasmette qualche film straniero in lingua originale con i sottotitoli in cinese.
E le bacheche dei caffè e delle università abbondano di inserzioni per la ricerca di partner per scambio linguistico.

Nonostante le reali difficoltà che il visitatore straniero incontra quando cerca di comunicare con la popolazione locale, è evidente la grande importanza che le istituzioni e la società cinesi danno all’apprendimento dell’inglese.
E i giovani cinesi delle classi medie sono consapevoli delle opportunità che si affacciano all’orizzonte di chi parla l’inglese in maniera soddisfacente.

In Italia chi parla bene l’inglese lo ha imparato quasi sempre all’estero, a proprie spese e seguendo una strategia elaborata autonomamente. Pochi aiuti vengono dati agli studenti che vogliono imparare seriamente una lingua straniera.

Lo strumento più importante degli ultimi 15-20 anni è stato sicuramente l’Erasmus, o qualche altro programma simile. Alcuni studenti universitari, selezionati tra quelli che fanno apposita domanda, possono frequentare un semestre o un anno accademico presso un’università straniera. Una parte delle spese viene rimborsata e gli esami sostenuti all’estero vengono generalmente riconosciuti una volta ritornati in sede. Va sottolineato che questo programma è frutto di accordi stipulati in sede comunitaria e non di un’iniziativa del governo italiano.

Non tutti durante l’Erasmus imparano la lingua inglese, di certo non chi va a studiare in Francia o in Spagna. Ma soprattutto non tutti possono avere accesso al programma.
Gli altri devono accontentarsi di lezioni di letteratura inglese alle scuole superiori, tenute spesso in lingua italiana. O di un poco utile corso in un’aula universitaria affollata, in cui si impara a malapena qualche termine e un po’ di grammatica. Senza la minima possibilità di apprendere ciò che più conta. Gli strumenti più importanti della comunicazione: la comprensione e la scorrevolezza nella lingua parlata.
Chi vuole andare oltre questa inutile perdita di tempo impara l’inglese vivendo in qualche angusto appartamentino londinese. Guadagnandosi il soldi per pagare il costosissimo affitto friggendo patatine al Mc Donald’s o lavando i piatti in un ristorante italiano.

Ci sarebbero altre possibilità. Il governo australiano ad esempio offre l’opportunità ai cittadini di alcuni paesi di ottenere visti vacanza-lavoro di un anno. Essendo questo programma frutto di accordi bilaterali tra l’Australia e ognuno degli altri paesi coinvolti, il numero dei visti rilasciati ogni anno è variabile e dipende tra le altre cose dalle opportunità offerte in cambio ai cittadini australiani. Il governo italiano per anni non ha dato grande importanza a questa relazione e il governo australiano ha riservato spesso un numero limitato di posti ai cittadini del nostro paese, sospendendo pure il programma di collaborazione con l’Italia per lunghi periodi.

Di certo non tutte le soluzioni adottate da altri stati per agevolare l’apprendimento dell’inglese possono essere applicate in Italia. Difficilmente il Ministero dell’istruzione potrà promuovere l’assunzione di insegnanti madrelingua da collocare nelle nostre scuole pubbliche. E si può soltanto immaginare l’insurrezione popolare che si avrebbe in caso i film stranieri venissero trasmessi in lingua originale con i sottotitoli in inglese.
Ma sicuramente un gruppo che si sedesse attorno ad un tavolo con l’intenzione seria di migliorare la situazione potrebbe proporre qualche soluzione a basso costo e senza impatti sociali particolarmente negativi.

Qualche suggerimento. Un programma rivolto a volontari madrelingua - che vogliono imparare l’italiano e vivere un’esperienza in Italia - che potrebbero lavorare per qualche ora alla settimana nelle scuole pubbliche italiane.
Uno o due film alla settimana in lingua originale, con i sottotitoli in italiano, se non in inglese. Magari non in prima serata, ma in seconda o terza. O anche di pomeriggio.
E poi dei programmi per l’agevolazione degli scambi linguistici.

Insomma gli strumenti non mancano. Quel che manca è l’impegno serio delle istituzioni e delle varie componenti sociali.
E c’è forse qualcosa di ancor più grave. La mancata consapevolezza che senza saper parlare l’inglese i nostri giovani si troveranno sempre più in una posizione di svantaggio competitivo. E il timore infondato che la diffusione della conoscenza dell’inglese possa avere qualche effetto negativo sul patrimonio culturale italiano. Come se tale patrimonio non fosse invece già messo a repentaglio da altre, più pericolose, minacce endemiche.

Le mie tre amiche si sono scrollate di dosso imbarazzo ed emozione.
Mi chiedono di dare ad ognuna di loro un nome italiano. Facendo riferimento al loro nome cinese o a quello inglese (che spesso utilizzano quando hanno a che fare con gli stranieri), le chiamo Caterina, Monica e Giovanna.
Durante la conversazione rivelo loro qualcosa che le sbalordisce. Confesso che quando avevo la loro età il mio inglese era molto peggio del loro. Così come quello della quasi totalità dei teenagers italiani.
Non ci credono. Esclamano sbalordite: “Ma come, non è possibile, in Italia?”.
Già, in Italia. Da culla della mafia a modello da imitare. Da archetipo del malgoverno a esempio di stile. Penso alle idee completamente diverse che la gente nel mondo si fa del nostro paese, e mi scappa un sorriso.
La moda, le auto sportive, la cucina di casa nostra e i successi del calcio tengono alta la bandiera. Perlomeno la buona reputazione che godiamo da queste parti (pur non essendo sempre giustificata), ha saputo finora resistere all'effetto dei mali tipici italiani. Ma per quanto potrà ancora durare?

Kunming - Cina, 4 marzo 2007

Sto seduto al French café quando mi arriva una chiamata di HLN (iniziali del nome cinese), una ragazza che ho conosciuto tempo fa, che ho incontrato soltanto due volte, e che da tempo non si faceva sentire.
Mi invita a raggiungerla per bere un te. Le chiedo se è lì con qualche amico. Mi risponde che non è da sola, quindi decido di invitare Aviv.
Con lui al mio fianco le conversazioni in cinese (quando non si tratta di dialetto locale, che qui parlano tutti) saranno meno imbarazzanti. E ci potremo dare i turni per chi deve piantare la faccia da babbeo, quando non capiamo qualcosa nemmeno dopo la seconda o terza spiegazione al rallentatore.
Ma Aviv non vuole accompagnarmi, è impegnato con una delle sue amiche dalla vita complicata. Le facce da babbeo oggi le ho vinte tutte io. Tornerò a casa con i crampi alla mandibola.
La serata invece si rivelerà piuttosto vivace. Arrivo al locale elegante in cui HLN ed un amico stanno giocando a carte mentre bevono un te.
Ci restiamo per poco, poi ci spostiamo in un ristorante Hui Zu (una minoranza etnica musulmana) in cui consumeremo una buona cena.
E da lì via verso un Karaoke. Qui trascorro alcune ore giocando a dadi e chiacchierando con HLN mentre i suoi amici storpiano una canzone dopo l’altra.
HLN è estremamente carina.
Fila tutto liscio fino a che non mi imbatto nell’unica nota stonata della serata (a parte ovviamente le grida da gatto in calore di quei cantanti da strapazzo).
E che nota stonata!
Impiegherò parecchio tempo (e un bel po’ di birra) per digerire il rospo e smaltire la rabbia.
Quasi tutti i personaggi che incontro questa sera con HLN sono musulmani, tutti tranne lei.
E si comportano quasi tutti molto bene.
Fino a che il capoccia del gruppo del Karaoke (c’è quasi sempre un capo riconosciuto all’interno dei gruppi di cinesi) mi spiega con una razionalità da gallina le sua agghiaccianti linee guida
“Di dove sei?”.
“Italia”.
“Ah, mi piace l’Italia. Invece non mi piacciono gli Stati Uniti, Israele ed il Giappone.
E poi segue la spiegazione che si sente in dovere di darmi. Da analizzare parola per parola.
“Essendo musulmano, ovviamente odio gli americani e gli israeliani. Essendo cinese poi, ovviamente odio anche i giapponesi”.
Quegli “ovviamente” sono come due pungiglioni nel costato.
Lo so che la tattica che ho adottato, quella di non dire niente e di fare in modo che al più presto si cambi discorso (o meglio ancora che si cambi posto), è quella giusta.
Non servirebbe a niente, ma proprio a niente, litigare con questo gibbone.
Quante parole sprecate in passato. Quanti inutili travasi di bile.
Ma per un bel po’, per non so quanti altri bicchieri di birra, non riesco a scrollarmi di dosso l’imbarazzo per non aver detto niente.
E devo buttarne giù ancora di bicchierini, e concentrarmi sulle altre note stonate, quelle vere, quelle che raggiungono l’orecchio ma non il cuore, per cercare di allontanare dalla mia testa le immagini di A e di Y, i due israeliani che frequento qui a Kunming. E degli altri amici israeliani, americani e giapponesi, che solo nella mia mente reclamano giustizia.
Già, perché lo so già che Y, quando glielo racconterò, liquiderà la faccenda sentenziando semplicemente qualcosa che in italiano suona come “La madre degli scemi è sempre incinta”.
Pochi minuti più tardi non riesco a trattenermi e racconto tutto ad A in un SMS. E anche lui mi risponde con intelligenza e un senso dell’umorismo tutto ebraico.
Per fortuna la birra, un ulteriore cambio di locale e la presenza della sempre più graziosa HLN a poco a poco allontanano quella fastidiosa sensazione.
Ma lo so bene che purtroppo non sarà l’ultima volta che la proverò.
Dopo l’ultimo locale mi portano in un altro ristorante Hui Zu.
Siamo in molti. A noi si è aggiunto un altro gruppo di uomini musulmani.
Due ragazzi, uno per ognuno dei due gruppi, inscenano un pietoso germoglio di rissa.
Gli altri uomini dei due gruppi, tutti ubriachi fradici, si barcamenano tra atti di machismo e tentativi di riportare la calma nella piccola sala della povera famiglia di ristoratori, musulmani anch'essi, che a quell’ora di mattina, invece di tornare a casa, sono costretti ad fronteggiare inermi un’eventuale distruzione del loro locale.
Le donne ed io, per nascondere l’imbarazzo, non stacchiamo le labbra dalle bacchette e continuiamo a succhiare i tagliolini piccanti.
Sedata la rissa e spolverati i piatti usciamo.
Il capoccia di turno, probabilmente innamorato di HLN, spinge lei in un taxi e me in un altro.
HLN se ne va senza nemmeno salutarmi, io aspetto che si siano allontanati, mi scuso con il tassista, esco dall’auto e ritorno a piedi.

Kunming - Cina, 1 marzo 2007

Incontro Jennifer (nome inglese, quindi falso, quello vero, cinese non lo ricordo) al Prague café. Ho letto il suo annuncio in una bacheca alcune settimane fa.
Cercava un insegnante di spagnolo o qualcuno con cui fare scambio linguistico.
L’ho chiamata, mi ha risposto che l’insegnante l’ha già trovato, uno spagnolo che è arrivato in città da poco.
Per alcuni giorni abbiamo continuato a scambiarci qualche SMS e poi abbiamo deciso di incontrarci per un caffè ed una chiacchierata. Ed eccoci qua.
Parliamo inglese, di spagnolo conosce soltanto poche parole.
“Perché ti interessa studiare lo spagnolo?”.
E’ l’ovvia domanda con cui rompo il ghiaccio.
Perché le piace la Spagna, un giorno vuole visitarla, magari trovare un lavoro, viverci.
“E poi lo spagnolo lo puoi usare in molti altri posti”.
E’ abbastanza ferrata in geografia e per un po’ ci intratteniamo con una interessante conversazione sul sud America, che probabilmente non si riuscirebbe a mettere su nemmeno con molti occidentali.
Però in sud America non ci vuole andare. Anzi all’inizio sentenzia convinta che “non le piace”.
Incalzata dalla mia curiosita si spiega meglio e mi dice che in realtà non è che non le piaccia, il suo inglese non è perfetto e non ha scelto bene il termine. Semplicemente non le interessa.
Le piace il calcio. Ma quello italiano, a differenza di molti suoi connazionali, non è il suo preferito.
Segue con interesse quello francese e quello spagnolo.
“E perché?”.
“Perché mi piace il calcio offensivo, gli italiani giocano solo in difesa”.
Solo gli italiani? Il solito clichè, ma se si tratta soltanto di calcio, chi se ne frega.
Mi viene in mente un’altra stranezza però.
“Ma come, se ti piace il calcio offensivo. Beh, allora il Brasile è la squadra che fa per te”.
“No, no. Francia e Spagna”.
Niente da fare, con il sud America non vuole proprio aver niente a che fare.
Abbandonato l’argomento calcio parliamo di molte altre cose.
Non è decisamente una bella ragazza, ma è molto sveglia e preparata.
La cosa che mi colpisce di più me la dice più tardi, quando Wen Lin Jie, la via dei caffè occidentali, si è già tinta del giallo intenso del tramonto Yunnanese.
“La vedi quella scuola, dall’altra parte della strada?”.
La conosco bene quella scuola elementare, ci passo davanti tutti i giorni.
E riconosco le divise e i fiocchi rossi al collo dei ragazzini che la frequentano.
Tutti con le scarpe firmate e le mamme che li aspettano all’interno di costose auto straniere.
Appartengono tutti a famiglie benestanti.
“E’ una delle scuole elementari più prestigiose di Kunming”.
“Ma è privata?”.
“No, lo sai che le scuole private in Cina sono generalmente quelle di qualità inferiore”.
Non ne sono sicuro. Ma so per certo che alla maggior parte dei cinesi piace pensare che sia così.
“Ma allora come si spiega che i ragazzini che la frequentano sono tutti ricchi? Qual’è il criterio utilizzato per il diritto all’iscrizione? Vi accedono soltanto i bambini appartenenti alle famiglie del quartiere? (Ci troviamo nei dintorni del parco del Cui Hu, un’area per gente benestante). O vengono utilizzati criteri basati sui meriti scolastici?”.
“No. Vi accedono soltanto i figli dei cinesi che si possono permettere la costosa retta d’iscrizione”.
“Quanto?”
“Alcune migliaia di RMB per quadrimestre”. (Un euro vale all’incirca 10 RMB).
In Cina il governo traccia una netta linea di demarcazione tra le scuole pubbliche di serie A e le altre.
E per l’accesso a questi istituti fa pagare rette degne di alcune scuole private occidentali.
Sembra che non ci siano nemmeno programmi per il conseguimento di borse di studio rivolti agli studenti meritevoli appartenenti a famiglie meno abbienti.
Programmi del genere vengono lanciati soltanto per l’accesso alle università (e anche per queste i livelli qualitativi sono molto variabili, e ben noti a tutti).
Un altro bell’esempio di come il comunismo in Cina sia ormai soltanto una parola vuota.

Kunming - Cina, 26 gennaio 2007

Oggi si sposa l’amica di A.
E’ tornata a casa da qualche giorno. Per trascorre le vacanze invernali (si avvicina il capodanno cinese), e per la cerimonia nuziale appunto.
La sua famiglia vive in una provincia a nord, ad un paio d’ore di volo da qui.
L’ultima settimana a Kunming l’ha trascorsa quasi interamente con A.
A è riuscito in qualche modo a scucire l’indirizzo email della ragazza ad un sito per scambi culturali, per l’iscrizione al quale bisognerebbe pagare.
A non si è iscritto, è un tipo tenace. Il sito pubblica gratis la foto e la descrizione autografa delle persone iscritte che vivono nella città selezionata.
Ma il numero di telefono è oscurato, così come parte dell’indirizzo email.
A è riuscito ad contattarla con le poche informazioni a disposizione.
Si sono incontrati una sera, e hanno bevuto qualcosa in un paio di locali.
La sera successiva la ragazza l’ha invitato a cenare in un ristorante nel quartiere in cui vive.
Poi si sono spostati a casa sua. Sono rimasti assieme fino alle 7 di mattina. L’ho sentito che rientrava a casa mezz’ora più tardi.
Hanno chiacchierato, tra di loro non è successo nient’altro. A non è un tipo che ci prova se non riceve il giusto input.
La sera successiva la ragazza è venuta a casa nostra.
Li ho incontrati che chiacchieravano in salotto quando sono rientrato dopo cena.
Era la sera del black-out. Tutto il quartiere senza luce per mezz’ora. Il nostro complesso, chissà perché, per un paio d’ore.
L’ho conosciuta al buio. Prima la sua voce, il suo accento, i suoi discorsi. Poi, dopo un’ora, quando gli elettricisti hanno risolto il problema, anche il suo volto.
Una ragazza abbastanza carina, molto sveglia e simpatica. Ad A piace molto, si capisce dal tempo che le dedica e da come la tratta.
Siamo rimasti a chiacchierare e a guardare la TV fino alle 6.30. Se fosse stato qualcun altro avrei temuto di disturbare, ma con A non è così.
La ragazza sta seguendo un corso post-graduate presso il dipartimento di scienze ambientali di una università di Kunming.
Un corso organizzato in collaborazione con un’università francese.
Alcuni studenti francesi studiano qui quest’anno. Lei ed altri studenti cinesi andranno in Francia l’anno prossimo.
Parla un buon inglese, e sta studiando francese.
Alle 6.30 io ho tolto il disturbo e sono andato a dormire.
Loro sono rimasti a chiacchierare sul divano fino alle 9.30.
Io ed A, da quando sono finite le lezioni a scuola, facciamo sempre mattina. Si chiacchiera, si guarda un film. Possibilmente non le serie americane che piacciono a lui.
O cerchiamo di migliorare il nostro cinese con le serie poliziesche locali, che i canali cinesi trasmettono con i sottititoli in mandarino.
Quando capirò cosa dicono non avrò più il coraggio di guardarle. Ovviamente sono peggiori di quelle americane.
Credo che prima che la ragazza andasse a casa, siano anche riusciti a baciarsi. Niente di più.
La notte successiva l’abbiamo trascorsa più o meno allo stesso modo. Ma con un finale leggermente diverso.
Sono finiti a letto assieme. Ma senza avere un rapporto sessuale vero e proprio.
Sono andati per gradi.
Per l’ultimo atto hanno aspettato un altro giorno.
E gli ultimi due o tre giorni che lei ha trascorso a Kunming prima di tornare a casa li hanno passati sempre assieme.
Ogni tanto però faceva scivolare qualche commento sospetto. Qualche nota stonata. Quasi volesse far capire ad A che c’era qualcosa che ancora non gli aveva detto. Qualcosa di importate. Che avrebbe potuto stravolgere il loro rapporto.
Alludeva ma non spiegava. Non ancora.
Il giorno dopo ha portato A a mangiare la “pizza più buona di Kunming”.
A si è scervellato per ore cercando di indovinare di quale pizzeria si trattasse. Le conosciamo un po’ tutte.
L’ha portato da Pizza Hut...
E lì A, senza fare commenti sulla pizza, l’ha messa alle strette.
E lei ha vuotato il sacco.
E’ stata fidanzata a lungo con un ragazzo della sua città.
All’inizio era innnamorata. Poi ha capito che non era la persona giusta.
Lei ha intenzione di studiare all’estero, di lavorare in una grande città. Lui non vuole lasciare il posto in cui vive. Non vanno d’accordo. E poi, per altri motivi, lei non lo ama più.
Tuttavia, oggi si sposano.
I genitori di lei amano il ragazzo. Il padre ha una grave malattia.
Lei teme che il dispiacere che gli causerebbe la cancellazione del matrimonio aggraverebbe la sua situazione.
Non ha detto niente a nessuno, si è tenuta dentro tutto ed è pronta a sacrificarsi.
L’incontro con A ha appesantito la tensione.
Da quando è tornata a casa si sentono spesso al telefono.
Lei dice che dopo il matrimonio tornerà a Kunming e vorrà continuare a vederlo.
Dice di volersi sposare soltanto per tranquillizzare il genitori.
Ha elaborato un piano che le permetterebbe di partecipare alla cerimonia senza però completare i documenti che ufficializzano il matrimonio. Vuole mettere in piedi una farsa.
Tranquillizare tutti campando scuse che tirano in ballo i requisiti per il visto francese che lei deve ottenere l’anno prossimo.
A ha cercato di spiegarle il suo punto di vista.
L’errore che a suo modo di vedere lei sta commettendo nei confronti di se stessa e nei confronti del fidanzato. Che a quanto pare non sa che lei lo sta sposando senza averne intenzione.
Dopo le conversazioni con A, quando mancavano due giorni al matrimonio, lei ha deciso di aprire il suo cuore con i genitori e il fidanzato.
La sera stessa ha telefonato ad A.
Diceva di aver confidato a tutti il pensiero che la tortura.
Il risultato non cambia. Si sposeranno comunque.
Oggi.
A fa fatica ad accettare il fatto che i genitori vogliano che lei si sposi contro la sua volontà.
Credendo di fare del bene per il suo futuro quando invece il suo futuro è già garantito dal corso di studi che sta seguendo, dalla sua conoscenza delle lingue, dalla sua intelligenza e dalla sua ambizione.
Un castello di carte che potrebbe invece crollare sotto il soffio del cambiamento portato dal matrimonio-farsa.
A fa fatica ad accettare il comportamento dei genitori.
Ma non crede a quel che sente quando lei gli dice che anche il suo ragazzo non ha cambiato idea dopo aver saputo che lei, in fondo al cuore, non vorrebbe sposarlo.
Non capisce che cosa questa persona creda di ottenere.
Io ho detto ad A che non sappiamo di preciso che cosa veramente lei abbia detto loro.
Forse non è stata così chiara riguardo i suoi sentimenti.
E perciò nessuno sospetta che in fondo lei non ami il ragazzo.
Forse credono solo che lei sia confusa e spaventata. Un normale stato d’animo pre-matrimoniale.
Povero A, sembra che attiri donne cinesi con problemi di questo tipo.
Aveva già incontrato J. L’organizzatrice dei corsi di inglese per bambini che A insegna la domenica mattina.
Dopo averlo assunto, J ha cominciato ad invitarlo una sera ogni tanto, per bere qualcosa o per cenare.
E a poco a poco ha cominciato ad innamorarsi di lui.
Glielo ha detto chiaramente.
Ma gli ha anche confidato di non volersi impegnare con uno straniero che sa già che fra qualche mese partirà.
J ha una maniera strana di comportarsi. Decisamente poco cinese, tra l’altro.
Parla sempre di se stessa. Di quanto crede di essere bella. Di quanto crede di essere intelligente e brava nel proprio lavoro.
Tende ad utilizzare questo atteggiamento per far sentire l’interlocutore in inferiorità.
Lo utilizza anche con A. Vuole che lui capisca quanto è fortunato ad avere una ragazza come lei al suo fianco.
Per enfatizzare l’effetto di questa tecnica, utilizza nei suo confronti anche dei complimenti al contrario, che alle orecchie di A suonano quasi come degli insulti.
Gli dice che a lei lui piace, ma che non sa spiegarsi il perché.
Non è bello come gli occidentali che piacciono alla maggior parte delle donne cinesi. Cammina in modo buffo, parla in modo strano.
Ma a lei piace comunque. E al contempo continua ad incensare le proprie virtù.
E si confronta con le ragazze cinesi che gli altri stranieri misteriosamente scelgono come fidanzate.
Misteriosamente, visto che a suo modo di vedere sono tutte più brutte di lei.
J si è sempre comportata in modo un po’ ambiguo.
Se ne va sempre presto, mai dopo le undici e mezzo.
Si fa accompagnare a casa, ma non vuole che nessuno si avvicini troppo al suo palazzo.
Convive con un cinese che alcuni fa è stato il suo compagno. Ma con cui non ha più alcuna relazione (tranne quella di essere coinquilini) da lungo tempo.
A si è chiesto a lungo perché continuino a vivere questa imbarazzante convivenza.
J è la proprietaria dell’appartamento e non è apparentemente obbligata ad averlo come coinquilino.
Qualche settimana fa J ha confidato ad A il suo segreto.
Con quell’uomo, due anni fa, ha avuto un figlio.
Fin dai primi tempi della gravidanza, aveva capito che la storia tra loro due non avrebbe potuto funzionare, ma ha deciso comunque di avere il bambino.
E per il bene del bambino hanno deciso di continuare a vivere assieme.
Anche se spesso il bambino lo affidano alle cure dei genitori di lei, o di lui. Facendo così in un certo senso venir meno la ragione per cui convivono a forza.
Lei dice di volerla fare finita.
Ma la storia va avanti in questo modo da prima che nascesse il bambino. Quindi da più di due anni.
Negli ultimi tempi A e J si sono visti più frequentemente.
Non hanno avuto rapporti sessuali ma hanno dormito assieme.
Lei è decisamente innamorata.
Per convincere A a trattenersi a Kunming ha cominciato a pensare al modo di fargli trovare un modo per mantenersi ed ottenere un visto a lungo termine.
E quindi si è anche convinta a mettere fine alla convivenza forzata con l’ex fidanzato.
A cui ha detto chiaramente di trovarsi un’altra casa in fretta.
Ha paura però di perdere l’affidamento del bimbo, a cui dice di essere molto legata anche se continua a non prendersene cura. Mandandolo continuamente a casa dei suoi genitori, o di quelli di lui.
A, l'amico taciturno. Che sogna una vita regolare, che fa della razionalità un valore supremo.
A, l'uomo dalle donne con le vite complicate.