lunedì 24 settembre 2012

Cittadinanza italiana a punti

Mi è capitato a volte di incontrare dei figli di stranieri, nati e cresciuti in Italia. Mi fa ancora un effetto strano. Non veniamo dall'America o l'Australia, dove queste situazioni si presentano da decenni. Da noi il fenomeno è ancora piuttosto nuovo. Ascoltare quello che sembrerebbe un indiano parlare con l'accento bolognese o una cinese che apre e chiude le vocali "al contrario", come una perfetta milanese, mi sorprende e affascina ancora parecchio. L'imperturbabilità in questi casi non mi riesce proprio di sfoggiarla.
I segni delle loro origini li portano evidenti sulla pelle, sui lineamenti, i capelli, la statura. Poi però ti spiegano che si sentono italiani, perlomeno in percentuale molto alta. Molti di loro non parlano la lingua dei genitori, si sentono a disagio quando stanno a tavola con i loro parenti lontani, preferiscono una pizza con gli amici italiani.
Eppure sono stranieri a tutti gli effetti. Hanno la cittadinanza dei genitori e vivono in Italia con un permesso di soggiorno. Parlano italiano perfettamente, hanno frequentato la scuola italiana, fin dalle elementari, hanno studiato storia, letteratura ed educazione civica italiana. Qualcuno non ci ha capito un gran che? Certo, così come molti italiani "veri". Beh, tutto ciò non conta nulla. La cittadinanza a loro non gliela danno quasi mai. Le loro domande si perdono tra procedure intricate, cavilli assurdi e strati di polvere depositata su scrivanie di funzionari pubblici recalcitranti. Il passaporto italiano è meglio darlo a un sudamericano o un australiano che vanta un trisavolo del Regno Lombardo-Veneto o di quello delle due Sicilie, magari pure tarocco, che non parla una parola di italiano e non sa nemmeno se l'Italia è una repubblica o un regno. Migliaia di passaporti sono stati distribuiti in quel modo negli ultimi dieci-vent'anni.
Immedesimarmi in un feroce razzista mi è davvero impossibile ma posso capire alcune argomentazioni dei nazionalisti soft, o meglio ancora quelle del comune cittadino, un po' confuso e timoroso. E se queste comunità crescessero a dismisura, restando fedeli ai valori e principi dei loro antenati, e riuscissero, tramite il voto a partiti politici nuovi, basati sull'appartenenza a una razza o una religione, a influenzare o addirittura a stravolgere il nostro sistema legislativo? O se sapendo che la nazionalità italiana verrebbe assegnata automaticamente ai propri figli migliaia di donne incinte si riversassero sulle nostre coste? 
Mi sembrano scenari vagamente apocalittici, fondati su premesse un po' paranoiche, ma si tratta comunque di eventualità non impossibili, che si potrebbero concretizzare, almeno in parte.
Il fatto è che gli italiani tendono a piegarsi a una tendenza un po' subdola: per evitare scenari catastrofici contrapposti preferiscono la pavida alternativa di mezzo, che non costringe a sforzi e decisioni drastiche e che non comporta grandi stravolgimenti, almeno sul momento. Domani chissà, che il cielo ce la mandi buona. D'altronde per il terrore della deriva fascista o bolscevica ci siamo tenuti la DC al governo per oltre quarant'anni.

Quindi il paese non applica politiche severe contro l'immigrazione illegale perché la mamma (la UE) e il papà (gli USA) non vogliono (la solidarietà è spesso utilizzata come un'ipocrita scusa). Poi però si evitano anche le politiche coraggiose a favore dell'integrazione perché abbiamo paura del babau. Più infantili di così è difficile.
L'Italiano, proprio lui, quello che sbandiera ai quattro venti le sue doti di creatività, flessibilità, intuito e improvvisazione, si ritrova incapace di decidere perché si fissa sulle due alternative più evidenti, vede soltanto il bianco o il nero, tutti o nessuno. La scelta sembra essere obbligata: nazionalità automatica o negata a prescindere.
Analizziamo seriamente il problema, parliamo di grandezze misurabili e non di opinioni e fobie campate per aria. In un barcone con cinquecento disperati a bordo ce ne saranno almeno qualche dozzina che si portano nel bagaglio culturale e cromosomico un buon mix di caratteristiche positive quali l'onestà, la buona volontà, un quoziente di intelligenza elevato, intraprendenza, un buon fisico, buona salute, ecc.
Allora venga stilato un programma di assimilazione progressiva limitato agli individui nati e cresciuti in Italia. Ogni anno vengano messe in palio un certo numero di cittadinanze. Ci si basi su un sistema a punti. Titolo di studio = tot punti. Punteggio conseguito = tot punti. Giudizio complessivo degli insegnanti = tot punti. Esito del colloquio con una commissione specificamente selezionata = tot punti. Problemi con la legge = - tot punti. Altro (certificazioni varie, conoscenza comprovata di lingue straniere, meriti sportivi, artistici, scientifici, umanitari) = tot punti.
Se funziona il programma viene potenziato, se sorge qualche problema lo si ridimensiona o interrompe. 
Facile? Forse anche troppo, per un paese come l'Italia. Meglio sollevare obiezioni contorte e complesse...sarà così più semplice non prendere alcuna decisione e addossare il problema sulle spalle delle generazioni future.

Foto di 7bart (CC)

8 commenti:

Dario Anelli ha detto...

Ciao Fabio, condivido completamente il tuo punto di vista. Per affrontare problemi, anche complessi si possono provare strategie innovative. La cittadinanza a punti, per esempio, mi sembra un'idea geniale.

Fabio ha detto...

Grazie Dario.
In realtà non penso proprio di avere la verità in tasca e non mi sorprenderei troppo se qualcuno, in modo costruttivo, riuscisse a demolire la mia proposta. Vorrei soltanto che la si smettesse di affrontare argomenti del genere con pregiudizi altamente dannosi oppure basandosi su ipotesi disfattiste opinabilissime spacciate per realtà inoppugnabili.

Andrea da Bangkok ha detto...

Non so se quello che riporti è completamente corretto... il processo per l'approvazione delle pratiche di cittadinanza è molto lungo, vero e ci sono requisiti da rispettare... ma non è poi così difficile se si presenta la documentazione corretta... Vero è (ho un fratello adottivo Brasiliano) che se presenti anche solo un documento sbagliato si blocca tutto e devi ricominciare dall'inizio ma nessuno in genere si prende la briga di comunicartelo e allora passano gli anni, i decenni, secoli...

Non che dalle altre parti sia meglio - qui stanno ora mettendo in lavorazione le pratiche di 6 anni fa per il semplice domicilio permanente (neppure per la cittadiananza che come sai è quasi impossibile da ottenere)

Certo... il sistema a punti è un'idea che potrebbe accellerare le cose, renderle più trasarenti e smaltire la burocrazia...

Fabio ha detto...

Andrea: grazie, mi dai l'occasione per specificare un dettaglio che non ho incluso nel post.
Anch'io non conosco bene la legislazione, le procedure e le prassi informali, ma da quel che ho capito c'è una differenza netta tra chi ha almeno un genitore italiano o è stato adottato da italiani (come nel caso di tuo fratello o del più celebre Balotelli) che tra mille difficoltà vedranno comunque alla fine la loro pratica approvata, e chi invece è figlio di stranieri ma è nato e cresciuto in Italia e non è mai stato costretto ad abbandonarli (il ragazzo italo-indiano del link all'inizio del post ad esempio). Questi sono i casi di resistenza alla concessione della cittadinanza a cui mi riferisco. A quanto pare costoro il passaporto italiano se lo possono sognare...

Andrea da Bangkok ha detto...

Correggo... quello che chiamo fratello adottivo in realtà è un fratello in affidamento...arrivato in Italia maggiorenne (da 2 mesi) non è mai stato adottato formalmente...ma dopo 20 anni per me è più di un fratello... con 10 anni di residenza in Italia da studente ha avuto comunque diritto alla cittadinanza...

Fabio ha detto...

Mi fa piacere sapere che ci sono anche casi come quello di tuo fratello...comunque ho il sospetto che anche l'affidamento a famiglia italiana sia un buon punto di partenza. I casi a cui mi riferisco sono quelli di individui nati in Italia e cresciuti da genitori entrambi stranieri...

Duran63 ha detto...

L´Italia delle profonde contraddizioni. Sai cosa pensano qui in Germania? Che non abbiamo abbastanza c.. per predere decisioni e posizioni.

Fabio ha detto...

Duran63: anche i tedeschi hanno le loro contraddizioni, code di paglia, lati bizzarri, debolezze e fissazioni, ma forse su questo hanno ragione...