martedì 14 novembre 2006

E’ compito dell’Uomo Creolo tenere alta la guardia - di William Stabile

E’ compito dell’Uomo Creolo tenere alta la guardia.

Dicono che il male della societá moderna sia l’individualismo.
Che ben venga l’individualismo se vuol dire per il singolo svalutare gli interessi collettivi e lottare per un ideale.
A dire il vero, é che oggi, hanno instaurato il governo legittimo della Playstation.
La gente ha imparato a rinunciare a grandi sogni.

Da un pensiero persistente catturato nella notte.

W. S.
 
Dopo scoppiavano in una risata imbecille e vuota, alzando i piedi sul tavolo sudicio dove mangiavano, adorando il loro dio playstation 2.
Se avessero potuto mi avrebbero spogliato, e con me, bruciato i libri che avevo raccolto nei miei viaggi per il mondo.
Ne avrebbero fatto un’ unica pila, e con la vodka dato fuoco. Me li immaginavo. Urlando e saltando come scimmie eccitate intorno al fuoco, contenti delle loro fiamme che bruciavano il diverso, il nemico, e inconsapevoli della loro ignoranza; urlando in polacco: „Cuuurvaaa!! Curvaaa!“
(Furono solo tristi e interessati in maniera superficale dall’evento mediatico internazionale che pose al centro del mondo la Polonia, quando il Papa polacco mori’. Questo gli dette orgoglio: essere sotto gli occhi del mondo intero. Un orgoglio polacco sopito, frustrato da troppo tempo).
Ma playstation, il dio che prometteva la felicitá al sapore catodico, sarebbe stato per sempre piú immortale del Papa.
Morto un Papa, se ne fa un altro. Al diavolo il Papa!
Hic habemus playstation.
Il dio cambiava velocemente. Bisognava aggiornarsi e stare al passo coi tempi!

Davo fastidio: avevo un carattere.
Troppo libero, indipendente, Creolo e vergine per le forme della vita d’oggi.
Lo capii quando mi dissero: ’Gucho, te ne stai sempre in camera a leggere i tuoi libri.’
Ero una minaccia per loro; e percepivano i miei libri, e il fatto che per me non fossero pagine morte, ma parti vive e fruttuose delle mie giornate, una minaccia per le loro esistenze, sui loro pensieri e sulla maniera in cui erano ed agivano nel mondo.
Io rimanevo li´, immobile, a guardarli, mentre il loro dio, padre onnipotente che redimeva il loro peccato di aver ingombrato spazio e consumato aria per un giorno in piú sulla terra, che riempiva le loro vite che sfioravano gli abissi dell’inutilitá, li inebriava e li inebetiva fino allo stremo delle loro forze, e privo di interesse e senza dire nulla, io giravo le spalle e uscivo dalla stanza, mentre loro giacevano sul divano diventato oramai un giaciglio senza paglia.
Tutto ció accade a Clapham Junction.
Cose che possono accadere nelle forti zone creole di Amalgamation.
Forze contrastanti o fortemente nocive e potenti possono generare scontri socio- culturali e impadronirsi della nostra essenza di uomini. Di quelli piú deboli, ritengo.

Dobbiamo prenderne atto. Dobbiamo manifestare la veritá, con coraggio: la societá del male avanza e siamo rimasti non in molti ad opporci.
La societá dei barbari pretende uno spogliamento del carattere. Soprattutto nei luoghi di lavoro e di forte concentrazione umana.
La completa denudazione di ogni nostra molecola caratteriale.
E la maggior parte di noi, forse i migliori, hanno gettato le armi e si sono ritirati nel loro cantuccio, senza la forza né il coraggio di opporsi.
E´per questo che e´compito dell Uomo Creolo tenere alta la guardia. Per proteggere e rendere sani i concetti di Creolitá e di Amalgamation che portiamo avanti.
E allora, mi appello a Te, Uomo Creolo!
E’ tuo compito!
E’ dovere dell’Uomo Creolo tenere alta la guardia e sacrificarsi per l’Amalgamation. Solo cosi´ ci potrá essere un Uomo Nuovo, che diffonda le forze globali di intelligenza che i punti creoli sparsi per il mondo hanno prodotto e continuano a diffondere da sempre.

In Clapham Junction
Zona Creola di Amalgamation, 2005

Libro che lo scrittore Vi consiglia di leggere:

ELOGIO DELLA CREOLITA’
di Bernabe’, Chamoiseau, Confiant

Noi non siamo europei né africani né asiatici, ci dichiariamo creoli. Il nostro sará un atteggiamento interiore, una vigilanza, meglio ancora, una specie di involucro mentale al cui interno costruiremo il nostro mondo nella piena consapevolezza del mondo. Queste parole non si fondano su una teoria o su principi scientifici. Sono una testimonianza.
Derivano da un’esperienza infruttuosa che abbiamo fatto prima di impegnarci a riattivare il nostro potenziale creativo e a esprimere quello che in realtá siamo. Non ci rivolgiamo solo agli scrittori, ma a tutti gli artisti delle nostre terre [...] a qualunque disciplina appartengano, che siano alla ricerca dolorosa di un pensiero piú fecondo, un’espressione piú adeguata, un’estetica piú vera. Con l’augurio che questa prospettiva possa essere utile ad altri, come é utile a noi, e possa far emergere in qualcuno dei nostri paesi grandi personalitá che abbiano radici nell’identitá creola e sappiano rappresentarla, aprendoci contemporaneamente le vie del mondo e della libertá.

La Creolitá ci libera dal mondo antico. Ma, in questo nuovo movimento, cercheremo il massimo di comunicabilitá compatibile con l’espressione estrema di una particolaritá [...]
La nostra immersione nella creolitá non sará incomunicabile ma non sará nemmeno totalmente comunicabile. Lo sará con le sue opacitá, l’opacitá che restituiamo ai processi della comunicazione tra gli uomini. Rinchiudersi nella Creolitá sarebbe contraddire il proprio principio costruttivo-negarla.
Sarebbe trasformare l’emozione iniziale in una meccanica vuota, che gira a vuoto, che si impoverisce progressivamente, come quelle civiltá dominatrici oggi scomparse. Una delle condizioni della nostra sopravvivenza in quanto Creoli (aperti-complessi) é la conservazione della coscienza del mondo nell’esplorazione costruttiva della nostra complessitá culturale originale. La coscienza del mondo deve esaltare e arricchire tale complessitá. La nostra diversitá primaria sará iscritta in un processo integratore della diversitá del mondo, riconosciuta e accettata come stabile. La nostra creolitá dovrá diventare patrimonio nostro, dovrá strutturarsi, preservarsi, pur modificandosi e arricchendosi. Sopravvivere nella diversitá. L’íntegrazione di questo doppio movimento favorirá la nostra vitalitá creativa in piena autenticitá. Ci eviterá anche un ritorno all’ordine totalitario del vecchio mondo, irrigidito dalla tentazione dell’Uno e del definitivo. Nel cuore della nostra creolitá, manterremo la modulazione di leggi nuove, di miscugli illeciti. Perché sappiamo che ogni cultura non é mai una conclusione ma una dinamica costante alla ricerca di domande inedite, di possibiltá nuove, che non domina, ma si mette in relazione, che non saccheggia, ma scambia. Che rispetta. E’ stata una pazzia occidentale a rompere questo dato naturale. Segno clinico: le colonizzazioni. La cultura viva, e ancor piú la Creolitá, é una eccitazione permanente di desiderio conviviale. E se raccomandiamo ai nostri artisti questa esplorazione delle nostre caratteristiche peculiari é perché essa riconduce alla naturalitá del mondo, lontano dall’Identico e dall’Uno e perché oppone all’Universalitá, tutte le opportunitá del mondo diffratto ma ricomposto, l’armonizzazione cosciente delle diversitá preservate: la DIVERSALITA’.
Conferenza pronunciata
Domenica 22 Maggio 1988
Al Festival caraibico della Seine-Saint-Denis

Il mondo si muove verso uno stato diffuso di creolitá. Le vecchie tensioni nazionali cedono di fronte all’avanzata di federazioni le quali forse non vivranno a lungo. Sotto la scorza universale totalitaria, il Diverso é sopravvissuto in piccoli popoli, in piccole lingue, in piccole culture. Il mondo standardizzato brulica contradditoriamente nel Diverso. Tutto in relazione con tutto, gli spazi si allargano, determinando il paradosso di una tendenza all’uniformitá generale e di una contemporanea esaltazione delle differenze. E abbiamo il presentimento che Babele é irrespirabile solo per gli spazi ristretti. Che non sará una preoccupazione per la grande voce dell’Europa che si parli bretone in Bretagna, corso in corsica, che non sará un problema per il Maghreb unificato che si parli berbero in Cabilia, o che le popolazioni tuareg seguano le proprie abitudini nel proprio paese. La capacitá di integrare il diverso é sempre stata appannaggio delle grandi potenze. Le culture si fondono, si diffondono in subculture, generano esse stesse nuovi aggregati culturali. Pensare oggi il mondo, l’ídentitá di un uomo, il principio di un popolo o di una cultura, con i criteri di valutazione del diciottesimo o del diciannovesimo secolo sarebbe riduttivo. Con sempre maggior forza emergerá una nuova umanitá creola: tutta la complessitá della Creolitá.
Il figlio nato e residente a Pechino, di un tedesco che ha sposato una haitiana, sará diviso e combattuto tra piú lingue, piú storie, preso nell’ambiguitá torrenziale di un’identitá mosaico. Dovrá, pena la morte creativa, pensarla in tutta la sua complessitá. Sará nella condizione creola. 

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